mercoledì 29 febbraio 2012

IL WELFARE CHE FU


Oggi, è apparso su Repubblica, un articolo di Barbara Spinelli, quasi una risposta a Mario Draghi.
Effettivamente, le argomentazioni della Spinelli sembrano ragionevoli, sono certamente apprezzabili, ma io rimango dell’opinione di Draghi, che cioè il welfare state all’europea sia morto e sotterrato.
Non equivocate, per quelli della mia generazione, cresciuti a latte e welfare, è ben duro dovere prendere atto della situazione attuale, ma servirebbe a qualcosa nascondersi la realtà?
Il capitalismo dal volto mite, quello che seguendo Keynes, Beveridge e Roosevelt ha dominato dal dopoguerra fino agli anni settanta, è finito da un pezzo, distrutto dalle insufficienti difese che una sinistra presto priva della presenza dell’URSS, una continua minaccia per il mondo capitalistico, ha apprestato all’ondata liberista.
Certo, ci sarebbe da ironizzare sul concetto che questi banchieri hanno del nuovo mondo, che in realtà somiglia tanto all’Inghilterra descritta dai romanzi di Charles Dickens. Alla fine, mi pare che si stia solo chiudendo una parentesi per quanto lunga, in cui i capitalisti hanno moderato i loro appetiti perché la miseria lasciata dalla guerra e i contemporanei sviluppi della tecnologia assicurava un tale tasso di crescita che ce n’era ad abbondanza per tutti.
Oggi, la natura finanziaria della crisi, lo strano rapporto tra debito pubblico e debito privato rischia di nascondere la vera natura della crisi che è sistemica, cioè riguarda l’intero sistema capitalistico globale. I reali fattori di crisi stanno nella sempre maggiore diffusione dei mezzi tecnologici che ha consentito a nuove nazioni e nuove popolazioni l’accesso a quegli stessi mezzi di produzione efficienti che avevano fino ad allora consentito ai paesi più sviluppati, in primis l’Europa, di vincere la competizione sulla produttività, mentre dall’altra si cominciano a sentire i limiti allo sviluppo che un mondo divenuto improvvisamente fin troppo limitato mostra impudicamente.
Se le cose stanno così, la Spinelli e tutti i sinceri democratici che hanno investito tanto nell’immaginare e contribuire a questo capitalismo dal volto umano, devono farsene una ragione, una risposta di tipo socialdemocratico non esiste. L’Italia è la triste avanguardia di questa nuova situazione politica in cui l’esistenza dei partiti è un ostacolo, o tuttalpiù è inutile, perché ciò che è giusto e doveroso fare è accettare l’ordine esistente che vede nella crescita e nel mercato che la promuove l’unica logica esistente. Questo è quanto c’ha spiegato Napolitano quando ha deciso di conferire il mandato di formare il nuovo governo a Monti. Poco importa se ciò che pensano Napolitano e Monti, come pure quei meschinetti di parlamentari che votano disciplinatamente i provvedimenti, in Italia, e un’intera classe dirigente in Europa, è sbagliato, rappresenta soltanto una dose sempre crescente di una medicina che già si è rivelata tossica, finchè sarà possibile farlo credere alla gente, tutto potrà continuare ad avvenire secondo i desideri dei banchieri alla Draghi.
Mi chiedo dove stia lo spazio politico della socialdemocrazia in questo mondo, e d’altra parte, l’appoggio che il PD da’ a governo Monti in Italia, la standing ovation che gli è stata tributata proprio dai socialdemocratici nel parlamento europeo durante la sua recente visita. Sono evidenze ineludibili del fatto che costoro non sono in grado di rappresentare alcuna alternativa possibile alle politiche liberiste, sedicenti tecnocratiche.
Ciò che sta avvenendo in Europa è la caduta verticale del ruolo stesso dei politici di professione (ma per favore non diciamo la scempiaggine della sospensione della politica), ma ciò che invece non appare altrettanto chiaramente è la caduta dell’intera classe dirigente che non include solo i politici, ma è molto più vasta, a partire dal settore dell’informazione, passando per i grandi capitalisti e banchieri, per tutti coloro che per ruolo ricoperto esercitano potere sulla società.
Oggi, i nuovi ambiziosi, i nuovi candidati a gestire il potere ci propongono una minestra già putrefatta come se si trattasse di un piatto appena preparato e fragrante nella sostanziale indifferenza del pubblico.
Se dovessi dare un nome alla caratteristica principale del presente della nostra società, e quando dico nostra intendo europea, dovrei usare la parola “paura”, perché paura è ciò che io vedo attorno a me.
Vedo appunto persone incapaci di affrontare senza riserve un ragionamento sul presente, pieni tuttora di tantissimi pregiudizi, che pensano ancora di potersi aggrappare al modello prevalente magari con molti mugugni, ma senza sapersi dare una visione alternativa. Eppure, le cose nel loro sviluppo oggettivo imporrebbero cambiamenti radicali, mandare via questi falsi maestri (e salvatori della patria) a calci nel sedere, promuovere quella rivoluzione culturale necessaria che da’ il titolo al mio libro.

martedì 28 febbraio 2012

COSA CI INSEGNA LA LOTTA NOTAV

I fatti sono noti. Uno dei leader del movimento NOTAV si è arrampicato su un traliccio dell'alta tensione a scopo dimostrativo. La polizia solertemente, senza neanche aspettare un attimo, lo ha inseguito lungo il traliccio, e l'attivista ha continuato a salire dando seguito alla minaccia che aveva fatto affinchè smettessero di inseguirlo.
Vediamo ora di capire che cosa possiamo desumere da questi fatti la cui dinamica mi pare nessuno contesti. 
Da una parte abbiamo quindi il potere costituito che, allo scopo di perseguire i suoi scopi, non esita ad utilizzare tutte le armi a propria disposizione. Anzi, direi che vi è anche un elemento di esternazione, di mostrare la propria inflessibilità come elemento di dissuasione. 
Questo potere, è bene precisarlo, has ormai una caratteristica globale, o almeno una dimensione europea. Il governo italiano di turno, nel momento in cui subisce l'azione contestatrice dei cittadini, per non indietreggiare, utilizza questa dimensione dell'europa come puntello, come una mamma che per farsi ubbidire agita lo spettro degli orchi e delle streghe. A differenza però del caso degli orchi, l'europa e le sue istituzioni esistono davvero e certamente sono parte integrnate del circolo di interessi che ruotano attorno a simili grandi opere. 
La cosa che però più mi interessa, e credo dovrebbe interessare tutti, è l'altra parte, quella dei contestatori, di coloro che si oppongono. 
Già quando si parla di opposizione, sorge il problema di una migliore specificazione di chi sia il soggetto che si oppone, e dell'oggetto dell'opposizione. 
Ora, ciò che mi pare si dovrebbe apprendere dai fatti di ieri in Val di Susa è che il potere non intende arrestarsi, non intende neanche operare ripensamenti parziali, esso va avanti implacabilmente stritolando tutto ciò che gli si oppone. I commenti più frequenti che sento da parte di politici e giornalisti è che bisogna che la gente si convinca che ormai le opere di realizzazione della TAV sono state decise irreversibilmente e che è vano opporvisi.
C'è qualcosa di vero in tutto questo, nel senso che di fronte ad una ricca torta di 17 miliardi di euro gli interessi a metterci le mani da parte dei grandi capitalisti sono così grandi, soprattutto in presenza di una crisi così profonda, che qualunque mezzo per giungere all'obiettivo sarà usato senza alcuna esitazione. 
La NOTAV ha amio parere un valore enorme, perchè contesta da un punto di vista locale, i valleggiani, e da un punto di vista obiettivo, la natura di spreco di un simile investimento, le decisioni prese ai massimi livelli sulla base di logiche intracapitalistiche su cui alla gente comune è proibito non solo intervenire, ma anche ne è impedita la semplice osservazione, tutto deve procedere senza riflettori e travolgendo ogni ostacolo che venmga a porsi di traverso.
La lotta NOTAV ha anche però un'altra caratteristica, la pretesa, ancora ribadita fino ad ieri sera, della sua natura nonviolenta. Io credo che il gesto del manifestante costituisca l'estremo limite del gesto nonviolento, la minaccia attuata dell'accettazione del rischio letale rispetto all'intervento delle forze dell'ordine. Quello che sgomenti abbiamo dovuto osservare è che il potere non indietreggia neanche di fronte a questi gesti estremi, ma ciò oggettivamente mette in crisi lo stesso fondamento e la stessa efficacia della lotta nonviolenta. 
Si deve allora abbandonare la lotta NOTAV e piegarsi senza più opporsi? No, non lo credo, ma nello stesso tempo credo che bisognerebbe prepararsi alla sconfitta. Prepararsi significa farne non un elemento di demotivazione alla lotta dal basso, ma vederla come una semplice battaglia di una guerra complessiva, cioè utilizzarla come un trampolino di lancio per ottenere la vittoria finale. 
La vittoria finale può solo consistere nell'abbattere radicalmente l'ordine esistente. Quando dicevo che c'era del vero nell'irreversibilità della scelta di costruire la TAV, era per sottolineare appunto il difetto di democrazia in cui viviamo. Ciò che oggi osserviamo sulla questione TAV, si applica in verità all'intero arco delle scelte collettive, fatte ormai in nome di interessi di un circolo ristretto di potenti. Non importa a questo punto quali siano le giustificazioni obiettive delle scelte, esse trovano la loro reale motivazione nel sequestro di democrazia da parte di pochi rapaci capitalisti che non incontrano alcun ostacolo effettivo nel mondo dei politici, il tutto sotto la benedizione della grande stampa. 
La sfida quindi oggi si propone necessariamente al livello più alto e ad una dimensione europea, e non è possibile dall'inizio inibirsi alcuna possibile forma di lotta. Tutto ciò non costituisce, spero di averlo argomentato in maniera sufficientemente convincente, una vera scelta, è l'avversario che impone questo aumento del livello dello scontro e l'intelligenza dell'uomo sta appunto nella sua capacità di adattarsi alle situazioni che man mano incontra, non  rimanendo prigioniero di pregiudizi.

lunedì 27 febbraio 2012

I FISCHI A NAPOLITANO ED IL MERCATO


Ci volevano proprio il carattere e la determinazione dei sardi perché si uscisse da questo strano clima di unanimità e di falsa concordia nazionale con i fischi recentemente tributati a Napolitano.
Il Presidente può certamente affermare di non essere il rappresentante delle banche, ma gli verrà certamente più complicato spiegare perché faccia e dica le cose che ci si potrebbe aspettare proprio dall’establishment bancario.
Il problema, Presidente, non è cosa Lei sia soggettivamente, ma certi aspetti oggettivi che non possiamo nascondere sotto il tappeto degli interessi nazionali. Presidente, svolgere il ruolo di salvatore della patria è un mestiere ben duro, bisogna quindi che Lei porti pazienza, spieghi ad esempio perché un lavoratore dovrebbe giudicare in maniera differente il rimanere disoccupato se fa parte di un pacchetto di provvedimenti per ridurre il deficit di bilancio, o il rimanerlo in seguito a un default del bilancio statale.
Presidente, certamente mi sbaglierò, ma mi pare che in Grecia sia già andato in onda l’esperimento che voleva risolvere i problemi di quel paese con misure di grande rigore finanziario: quelle misure stanno portando quel paese sul ciglio del baratro ed ormai nessuno lo nega, neanche quei politici che hanno spinto verso questa situazione. Tutto ciò che si riesce a fare è soltanto ritardare il momento del default per l’ovvio motivo che il rapporto tra un debito che non può essere ridotto, ma al massimo si può mantenere costante, ed un PIL in picchiata a causa proprio delle misure di rigore finanziario, tende ad aumentare e non a ridursi, come quando si tenti di sciogliere un nodo ed invece lo si stringa sempre più fino al soffocamento.
Lei e soprattutto il suo senatore a vita ed oggi premier Mario Monti agitate il caso della Grecia come spauracchio, ma in realtà proprio questo esempio è la dimostrazione dimostrata che quella strada non fa uscire dal baratro ma al contrario lì porta diritti diritti.
Dovremmo forse fidarci dei dogmi liberisti che Monti nomina sempre come un mantra, secondo cui per creare occupazione è una cosa da principianti assumere persone e farle lavorare, che invece bisogna creare le condizioni, togliere lacci e laccioli, e le forze del libero mercato, libere di agire indisturbate, si potranno dispiegare in piena libertà?
Le forze del mercato, che tendono a favorire la competizione, lo fanno riducendo i costi, il che significa aumentando l’automazione degli impianti, o pagando sempre meno i propri lavoratori. Alla fine, visto che di competizione si tratta, ci sarà un vincitore ed uno sconfitto. Lo sconfitto sarà costretto a chiudere e licenziare i suoi lavoratori, ed il vincente avrà sì vinto, ma avrà anch’egli ridotto l’occupazione e pagato di meno i propri lavoratori, perché questo è il fattore determinate per vincere la concorrenza. Insomma, un lavoratore ha solo la scelta tra due differenti meccanismi di impoverimento, e questo sarebbe il fascino inebriante del mercato?
Si capisce, il premier ha dalla sua il fascino del potere, i mezzi di comunicazione di massa proni ad acclamarlo, ma Presidente, apprenda dai fischi subiti in Sardegna, prima o poi la gente si sveglia e si accorge che gli stanno raccontando cose impossibili, questi potenti così prigionieri essi stessi dei meccanismi ideologici liberisti.
Mi pare che non è lontano il tempo in cui l’espressione “salvatore della patria” diventerà quello che merita di essere, un insulto rivolto a chi più o meno consapevolmente ha finito con lo sposare gli interessi del sistema bancario globale.

sabato 25 febbraio 2012

MA I MINISTRI-PROFESSORI NON PARLANO MAI DI UNIVERSITA'?

Oggi, mi voglio consentire qualche riflessione che riguarda il mio ambito di lavoro, l'Università.
Mi pare doveroso ricordare che ancora oggi il sistema universitario soffre a causa di una severa riduzione dei fondi statali attuata dal precedente governo Berlusconi ed in particolare per decisione personale di Tremonti.
Proprio Tremonti è stato oggetto di numerosi attacchi per queste sue scelte per la conseguenze infauste che esse hanno causato nel funzionamento stesso degli Atenei.
Per farvi capire come stanno le cose, si deve considerare che gli Atenei fanno grande fatica a contenere sotto il 90% la parte delle risorse ordinarie (FFO, fondo di funzionamento ordinario) destinata al pagamento degli stipendi del personale.
Tale voce è ovviamente incomprimibile se non tramite l'eliminazione del turnover, che ad ogni modo richiede un'attenta programmazione.
Col restante 10% bisogna pagare la pulizia, la manutenzione degli edifici, l'eventuale affitto di locali non di proprietà dell'ateneo, le bollette dell'acqua, dell'energia elettrica, del gas e altri combustibili per il riscaldamento invernale degli edifici. Pare abbastanza evidente che una riduzione apparentemente modesta dei fondi disponibili, si amplifica di dieci volte visto che si applica soltanto a quanto non è stipendio, rendendo difficile in alcuni casi perfino l'apertura dei locali per taluni atenei, e sostanzialmente nulle le somme destinate specificamente all'attività scientifica.
Per completare il quadro, bisogna altresì considerare che le innovazioni introdotte dalla legge 240/2010 (la cosiddetta legge Gelmini) hanno intensificato una tendenza già in atto a concentrare in poche mani i pochi finaziamenti alla ricerca tuttora disponibili, secondo la logica, per me aberrante, ma qui non argomenterò in proposito, dell'eccellenza. 
Tutto ciò conduce paradossalmente rispetto alle sue pretese di migliore utilizzo delle risorse, a sprecarle, in quanto costringe una parte significativa del corpo docente a una forzata inattività dal punto di vista scientifico, e destinandolo a un esclusivo utilizzo in ambito didattico. 
Ebbene, abbiamo ora un governo unanimamente deifnito il governo dei professori, con a capo un rettore. Io vorrei capire e umagari anche umilente chiedere al professore Monti se condivide la stretta fortissima che Tremonti ha esercitato sulle finanze universitarie. Penso che Monti non potrebbe espirmersi così differentemente da come ha ripetutamente fatto la CRUI (Conferenza nazionale dei rettori) in questi ultimi anni, lamentando lo strozzamento delle università. Il professore Monti, oggi nelle inedite vesti di premier, potrebbe con l'ex-collega Profumo e con i vari ministri nonchè professori del suo governo riparare a queste carenze che il ssitema universitario ha sofferto in questi anni. Purtroppo, non mi pare di avere udito dai numerosi discorsi pubblici del premier alcun accenno a una tale ipotesi, e così è lecito concludere che il professore Monti la pensa in un modo, e il premier Monti in un modo diametralmente opposto, una cosa certo preoccupante. 
Per inciso, sapete che il ministro Profumo ha fatto ricorso al rettore Profumo sullo statuto del Politecnico di Torino? Quando si dice la coerenza, o dovrei dire forse il gioco delle parti? 
La cosa però che è più interessante, ma anche più preoccupante, è che non si capisce dove sia andata a finire la stampa che ha tanto tuonato contro Tremonti al tempo dei tagli alle università, e dove sono finiti i politici, ad esempio tanto per non fare nomi quelli del PD, che avevano così tanto rampèognato Tremonti. 
E' proprio vero, le opinioni cambiano tanto in questa sottospecie di classe dominante dei nostri giorni.

mercoledì 22 febbraio 2012

ESSERE TANTO, TROPPO, SCHIFOSAMENTE RICCHI

Dunque, ora lo sappiamo, abbiamo a che fare con un governo composto da super-ricchi. Poco importa se molto verosimilmente anche i passati governi fossero composti prevalentemente da gente con tali redditi da capogiro, rimane il fatto incontestabile che questi guadagnano tantissimi soldi. 
Così, la più riccona tra questi ricconi, la Severino, si è sentita in dovere di spiegarci che non c'è nulla di male a guadagnare tanto, purchè ciò avvenga onestamente.
Eppure, io avrei da obiettare a questa esternazione del ministro.
Io credo in verità che debba esistere una misura nelle cose, che i guadagni debbano confrontarsi con almeno due aspetti. L'uno riguarda la spiegazione del valore orario dell'attività di una determinata persona, mentre l'altro, che poi a me appare il più importante, è lo sbocco, cioè l'utilizzo possibile di tutti questi soldi. 
Partiamo quindi dal primo aspetto per verificare ancora una volta la fragilità del pensiero liberale. Seppure i principi di eguaglianza sembrerebbero dover garantire uguale dignità a tutte le persone, essi non pongono limite alcuno a quanto un singolo individuo possa guadagnare, ed anzi comunemente si considera un requisito di libertà questa illimitatezza del possibile reddito lecito. 
Il punto a cui il liberalismo non può dare alcuna risposta minimamente convincente, è perchè nel corso del tempo il rapporto massimo tra retribuzioni, che negli anni '50 non varcava mai la soglia sacra del valore cento (in realtà rimanendo comunemente ben al di sotto di questa stessa soglia), l'abbia poi abbondantemente sfondata raggiungendo anche valori superiori a mille. Cosa mostra questa evoluzione nel rapporto tra estremi di retribuzione se non che esiste un elemento che non corrisponde ad alcuna razionalità che determina i comportamenti individuali, totalmente trascurata dalle teorie liberali? 
Andiamo adesso al secondo aspetto. Farò a questo proposito un giochino. Dividiamo innazitutto il reddito annuo per i giorni dell'anno, e otterremo naturalmente il reddito giornaliero. Pensiamo adesso alle nostre funzioni fisiche primarie, e così potremo dedurre di quanti soldi disponiamo per ciascuna di tali funzioni. 
Prendiamo ad esempio proprio un reddito simile a quello della Severino, diciamo diciottomila euro al giorno. Per ciascuno dei tre pasti giornalieri così, ad esempio, questo individuo dispone di seimila euro. Anche considerando il reddito al netto delle tassazioni varie, tremila euro per ciascun pasto non saranno un po' troppi, cosa mai mangeremo per potere spendere una cifra che si avvicini a questi tremila euro? Oppure potremmo calcolare di quanti soldi disponiamo per ogni volta che uriniamo nel corso della giornata. Per sei volte, e sono già tante, questo ipotetico individuo potrà riflettere sul fatto che dispone di 1500 euro netti. 
In verità, queste cifre possono avere un significato solo in due casi che magari si possono sommare l'uno all'altro, o per motivi di confronto, del tipo che certi servizi e beni sono rari e si possono quindi ottenere solo da parte di poche persone che pertanto hanno bisogno di avere tanti soldi proprio per vincere questa competizione con altri ricconi del suo calibro, o allo scopo di accumulare beni patrimoniali. Insomma, dopo essermi permesso ogni genere di confort ed avere pagato le tasse, ed essermi assicurato un reddito per la mia vecchiaia, penso ai miei discendenti, magari sino alla settima generazione. Ciò apre la questione di quanto sia eticamente accettabile e coerente con il principio delle pari opportunità così tanto predicato dal libveralismo, l'istituto dell'eredità, ma su questo aspetto mi fermo subito. 
Forse alla fine i comportamenti delgi uomini non sono così razionali da fare in modo che il mio reddito serva a vivere con quel livello di agiatezza che renda qualitativamente migliore la mia vita, e da essere così liberi da non essere invece influenzati dal comportamento di chi mi sta attorno. 
Alla fine, se pure qualcuno potrà giudicare come bolscevico ciò che dirò, io penso che si dovrebbe fissare un limite al reddito di cui un determinato individuo possa disporre. Capisco che la cosa è complessa ed anche di difficile attuazione, ma almeno accettiamo questo principio, affinchè l'essere eccessivamente ricco (eccessivamente rispetto a ciò che serve per vivere bene) diventi una vergogna invece di apparire come qualcosa di cui andare fieri. Ciò sarebbe di per sè una piccola ma significativa rivoluzione culturale.

martedì 21 febbraio 2012

GERMANIA KO

Dunque, le cose si vanno chiarendo, la trasferta di Monti negli USA non è stata certo una gita turistica, Monti è andato lì per concordare (a prendere ordini, qualcuno più malizioso potrebbe dire) con Obama e con l'establishment finanziario che lì ha i suoi massimi vertici una strategia per accerchiare ed isolare la Germania, che davvero oggi appare avcere una guida del tutto sprovveduta, come le cose mostravano, ma come non volevo credere. 
La lettera firmata da ben dodici paesi europei, inclusi significativamente l'Italia e il Regno Unito di Cameron, è oggettivamente una messa sotto stato di accusa della politica economica sin qui portata avanti dal direttorio Francia - Germania, nazioni con i rispettivi leader che ne escono così severamente ridimensionati, ed apparentemente non in grado di riprendere l'iniziativa. 
Ciò a sua volta significa che la Germania non aveva una sua valida strategia non solo nel merito dei provvedimenti da adottare, ma anche a livello di alleanze. Non è che fosse difficile vedere la pochezza di un personaggio politico quale la Merkel, ma pure era lecito supporre che almeno a livello di amministrazione statale ci fosse una certa competenza. La verità viene ora a manifestarsi, indicando impietosamente come tutto fosse costruito sokltanto sfruttsando la debolezza degli altri. Ciò spiega anche le fortune del tutto transitorie di Tremonti, un gigante nel vuoto di idee e di competenze di un'intera classe politica europea. Ci sono episodi significativi che danno la misura della vertiginosa pochezza di costoro, quando i socialdemocratici nel parlamento europeo riservano una standing ovation a Monti, un gesto che significa che siamo proprio alla frutta: pensate, un partito socialdemocratico europeo fatto da tanti cloni di Veltroni con la loro inconcludente visione politica, una forte dose di ambizione narcisistica personale, mescolata con un fatuo progressismo privo di contenuti reali. 
Alla fine, la strategia della Merkel si sostanziava nell'isolare i cattivi Berlusconi e Cameron, l'assoggettamento per motivi di debolezza politica e per motivi contingenti dovuti alle prossime elezioni presidenziali, di Sarkozy, e l'appoggio implicito dei paesi "virtuosi", in gran parte quelli dell'ex-oltrecortina. 
Forse, se la partita si fosse giocata tutta all'interno dell'Unione europea, questa strategia avrebbe avuto qualche speranza di successo, ma i tedeschi hanno sottovalutato il coinvolgimento di Washington, e quando si muovono gli USA, allora la bilancia si sposta molto spesso dalla loro parte. 
La Germania, si potrebbe dire con linguaggio triviale, è proprio fottuta, anche se bisogna capire quanto gli USA e i loro alleati europei vogliono far pesare la loro vittoria, e quanto invece siano disposti a concedere per ottenere un consenso almeno parziale dagli stessi tedeschi. 
Ciò che tuttavia dovrebbe essere chiaro è che questa cordata a guida USA non ha una vera soluzione dei problemi che hanno causato la crisi finanziaria, può solo proporre delle iniziative che servano a rinviare nel tempo il momento della resa dei conti. Ciò vale anche a livello di singoli paesi. 
Prendiamo il caso della Grecia. Nessun economista, neanche i pasdaran del pensiero unico liberista come il giornalista Fubini del "Corriere della sera", può affermare che l'accordo trovato sul tavolo multilaterale costituisca una soluzione, e che cioè indichi un possibile percorso di uscita dalla crisi della Grecia, è solo un rinvio di pochi mesi. 
Come definireste voi una classe politica che sta settimane a trovare un accordo che si sa non potere essere risolutivo, che non è in grado di indicare uno straccio di strategia, per quanto dolorosa, che sia possibile e credibile? Io li chiamo parassiti, in quanto mantenuti dalla collettività per svolgere un compito che non  svolgono sia per incapacità congenita ad assumersi le relative responsabilità, che per quieto vivere, per la volontà di mantenere piccoli e grandi privilegi legati al loro ruolo. 
Oggi, l'assenza di una classe dirigente degna di questo nome è senza dubbio alcuno il problema più grande ed urgente a livello mondiale: cosa si dovrà ancora attendere, cosa si dovrà ancora sopportare prima che costoro vengano scacciati e che nuove figure politiche degne di questo nome si propongano e siano riconosciute come nuovi leader?

sabato 18 febbraio 2012

PD, PDL, UDC: DILETTANTI ALLO SBARAGLIO

Insomma, ci sono tre partiti che assieme sostengono il governo Monti, ed adesso questi stessi tre partiti si sono accordati su una modifica della costituzione. 
A questo punto, ha senso che ancora neghino di costituire una maggioranza? Se ancora l'appoggio a un governo così fuori dal comune poteva permettere queste strane dichiarazioni sulla differenza tra il costituire una maggioranza ed appoggiare lo stesso governo, vorrei sapere adesso come si possa ancora di fare di queste sottili differenze, visto che comunque essi hanno scelto di fare un accordo preliminare tra loro, il che implica l'escludere tutti gli altri. 
Nel merito, visto che ancora un mese fa si parlava di dimezzare il numero dei parlamentari, quella proposta sembra più una controriforma che una riforma, data la riduzione davvero modesta che viene prevista. E non mi si dica che poco è melgio di nulla, perchè una modifica del testo della costituzione non è una cosa che si possa fare spesso, anzi direi che bisognerebbe evitare questi continui interventi. Così, mi pare sia una richiesta minima che quando si cambia, che si cambi come si deve. 
Dilettanti allo sbaraglio direi, tra un PD pusillanime, un PDL alla ricerca di un suo modo d'essere senza Berlusconi, e un terzo polo che pur avendo la carte migliori, stenta ad utilizzarle appropriatamente: davvero, questi improvvisano perchè non sanno assolutamente cosa fare, strategia zero. 

giovedì 16 febbraio 2012

UN CONTRIBUTO DA CICALESE SULLA CRISI

Voglio oggi linkarvi un articolo di Pasquale Cicalese, apparso sul web proprio oggi, che riassume brevemente la storia della crisi, ed indica alcuni possibili scenari futuri. 
Da parte mia, penso che la sintesi lì realizzata sia davvero apprezzabile, e vorrei anche aggiungere che mi pare di dovere condividere totalmente ciò che dice l'articolo che cito, sul fatto che Europa ed USA stanno facendo tutto ciò che possono per rinviare il tracollo prossimo venturo, ma ciò che possono non è abbastanza, una volta che si debba rimanere nel solco già tracciato di una crescente ricchezza di coloro che ricchi lo sono già. 
Sono alquanto più perplesso invece rispetto all'articolo, sulla reale possibilità che i paesi BRICS, il Giappone e tutti coloro che stanno fuori dagli scranni più alti, riescano nel tentativo, in qualche modo anch'esso disperato, di trovare un loro equilibrio che prescinda da chi determina i mercati fiannziari globali. Secondo me, ci sarà un tale big bang che nessuno si potrà salvare, l'onda d'urto sarà potente e si propagherà sull'intero pianeta. Il giorno dopo certo, si dovrà ricominciare. In questo senso, non v'è dubbio che i paesi BRICS si troveranno in una situazione migliore della nostra. 
Credo anche che sarebbe saggio se anche il nostro paese pensasse a come non subire danni troppo profondi e troppo estesi nel tempo da questo default globale.