martedì 19 aprile 2011

I NUOVI EQUILIBRI GEOPOLITICI MONDIALI

Il mondo sta cambiando intorno a noi, e noi neanche ce ne accorgiamo. Qui in Italia, tutti presi da un buffone che condiziona tutta la politica italiana con i propri problemi personali, non prestiamo l’attenzione che sarebbe necessaria alle grandi trasformazioni che avvengono in tutto il globo, e che cambiano gli equilibri geopolitici.

Vorrei qui riprendere una mia convinzione già espressa in precedenti occasioni che vede un esproprio sempre più evidente delle sovranità nazionali. Tradizionalmente, il punto di vista marxista è che esista l’impero del male, gli USA naturalmente, e che l’espropriazione delle sovranità consista appunto nelle esigenze imperialiste USA che non possono consentire che ogni nazione con le proprie scelte vada a confliggere con gli interessi capitalistici che gli USA rappresentano. Ciò che io credo è che questa fase politica è stata superata, che sul solco della lunga onda neoliberista partita negli anni ottanta, i grandi capitalisti hanno deciso di strutturarsi a livello mondiale, saltando la mediazione degli stati nazionali, in quella che io chiamo cupola affaristico-mafiosa. La crisi economica mondiale ha origini finanziarie, e quindi è tutta interna al mondo dei grandi capitali, è una loro creatura, quella di un mondo affaristico prigioniero del mito del profitto, e che in ossequio a questo criterio, ha consapevolmente cavalcato il rischio facendo precipitare l’intero mondo in una crisi dei mercati finanziari senza precedenti (paragonabile a quella, di tutt’altra origine, del ’29).

In questa scelta di arraffare tutto l’arraffabile senza curarsi degli squilibri che così si venivano a creare, si è andata costituendo questa cupola, come appunto la manifestazione di una pretesa del capitale di saltare la mediazione statale. Poco importa in questa prospettiva che perché ciò avvenisse, lo stato inteso nel duplice senso di governo e di organismi di controllo dei mercati siano stati complici, che funzionari infedeli abbiano consentito questa eutanasia dello stato, ciò che conta è la scelta fatta dai capitalisti di sbarazzarsi dell’ingombro del potere ufficiale, non considerato più neanche complice ma collocato in una posizione chiaramente subalterna.

Ma è stato soprattutto il modo in cui si è deciso di uscire dalla crisi, che ha certificato la svolta, nel momento in cui i governi, quello USA in testa, hanno accettato di subire il ricatto da parte delle banche, lanciando una colossale operazione di salvataggio il cui esito economico è ancora sospeso. Nel momento in cui il salvataggio dal fallimento delle banche è diventato un interesse nazionale prioritario, è evidente che il vero potere si trasferisce dalle aule parlamentari alle segrete stanze di banche e finanziarie varie che hanno acquisito l’impunibilità: qualunque cosa facciano, anche la più indegna e rovinosa per il mondo, non ne pagheranno mai le conseguenze. E’ il meccanismo infernale del ricatto, una volta accettato, non c’è modo di uscirne.

Le notizie più recenti confermano questa situazione, con le grandi istituzioni finanziarie che adesso mettono sotto il loro mirino lo stesso bilancio USA. Non era mai successo prima, e la reazione stizzita di Obama dimostra come il conflitto non sia fittizio.

L’Europa da parte sua attraversa una fase di grande debolezza da cui, alla luce degli atti politici osservati, non si capisce come possa uscire. Prevalgono i piccoli interessi nazionali come l’episodio alla frontiera di Ventimiglia mostrano, prevale un clima culturale xenofobo anche lì dove mai precedentemente si era manifestato, come dimostrano i risultati delle elezioni finlandesi, la scelta poi di privilegiare la stabilità dei conti piuttosto che la crescita mostra la grande paura delle istituzioni europee per i colpi che potremmo subire dalla cupola affaristico-finanziaria: un quadro di grande fragilità che non può che preoccuparci.

Dall’altra parte del mondo, i paesi emergenti da una parte, svariati paesi arabi, dall’altro, irrompono prepotentemente sulla scena del mondo pretendendo di occuparne il centro, e mettendo quello che fu il primo mondo in difficoltà: altro che complotto capitalista contro Gheddafi, qui questi vanno a rimorchio degli avvenimenti, tentando a loro modo di attutire l’effetto delle novità. In tutto ciò, sarebbe bene tenere a mente i problemi di natura ecologica che una sconsiderata attività umana mette giornalmente a repentaglio, e che fa da sfondo al quadro più propriamente politico.

Come finirà, a quali nuovi equilibri geopolitici approderemo, certo oggi nessuno può saperlo, ma una conclusione si potrebbe trarre, che la cupola affaristico-mafiosa ha stravinto contro i governi nazionali del primo mondo, dove un’opinione pubblica corrotta da un certo livello di benessere e dal mondo fittizio delle TV è stata totalmente inebetita e assiste sgomenta ed impotente a tutto ciò che va accdendo. D’altra parte, le contraddizioni oggettive che una certa conduzione dell’economia a livello globale ha generato, crea un fronte oggettivamente antagonista a questa cupola: è lì l’opposizione a questo mondo ingiusto e assurdo per la futilità dei propri obiettivi.

lunedì 18 aprile 2011

DISSENSI SULLA SENTENZA THYSSEN

Posso essere fuori dal coro sulla sentenza del processo Thyssen? Non parlo, sia chiaro, della severità della pena comminata all'AD dell'azienda, le cui responsabilità sono gravissime.
Tuttavia, non capisco attraverso quale processo logico l'omissione di misure di sicurezza possano configurare l'ipotesi di "omicidio volontario". Se come credo sia evidente a tutti nessuno voleva uccidere i lavoratori, se mancava questa intenzionalità, allora davvero la sentenza è incomprensibile.
Si dice che si tratti di "dolo eventuale". In sostanza, i dirigenti di quell'azienda hanno deciso di far correre il rischio ai lavoratori per risparmiare in misure di sicurezza visto che lo stabilimento era in corso di dismissione. Quindi, una intenzionalità si è espressa, quella di rischiare sulla vita degli altri, di coloro che ti sono affidati in virtù del tuo ruolo dirigente. Ciò potrebbe configurare la fattispecie di rischio volontario, ma non di omicidio volontario, che presuppone la volontà di uccidere, in questo caso mancante.
Altri dicono che l'omicidio colposo declasserebbe la responsabilità a quella che si attribuisce a comportamenti di guida impropri. Ebbene, anche lì molte volte c'è da parte del responsabile del reato la scelta consapevole del rischio. Questa è appunto la natura della colpa nell'omicidio colposo, non semplicemente un errore inconsapevole, ma anche e soprattutto un comportamento colpevolmente rischioso.
Non conosco quali siano le pene previste per l'omicidio colposo (ricordavo una pena massima di venti anni di reclusione, ma non ne sono per niente certo), ma il volere comminare una pena adeguata alla gravità dell'accaduto non dovrebbe tradursi nella violazione di norme logiche: semmai chiediamo un livello massimo di pena più alta per tale reato, ma trovo preoccupante questo scivolamento verso interpretazioni troppo elastiche del diritto, questo adattare il codice a una giustizia sostanziale che si vuole sovrapporre alla giustizia, quella formale, l'unica insomma che dovrebbe uscire dalle aule di un tribunale.

Aggiungerei infine che tali sentenze quasi certamente si areneranno in Cassazione che non mi pare un collegio così pronto ad innovazioni così improvvisate, soprattutto se logicamente non fondate: servono allora al protagonismo di qualche magistrato?

domenica 17 aprile 2011

IL GOLPE ISTITUZIONALE COME NUOVO ESITO DEI REGIMI DEMOCRATICI

Ma se il premier, invece di Berlusconi, fosse Provenzano, potrebbe sostenere qualcosa realmente differente da lui per difendersi dai rigori della legge? Qui, di fronte a platee, magari prezzolate, ma in ogni caso inebetite, un vecchio ormai preda delle sue ossessioni travestite da barzellette, sta celebrando la morte dello stato.
Basta quindi un unico potente più o meno psicotico, più o meno coinvolto in truffe varie, per mettere in crisi il sistema democratico? Certamente c'è di fronte il complesso di una classe dirigente inetta e collusa, prigioniera dei suoi meccanismi di autodifesa ed autoperpetuazione infinita, ma qualcosa che non va nella stessa struttura istituzionale dev'esserci.
Non credo di esagerare nel considerare quello che va costruendosi e che ieri ha trovato una sua accelerazione, un golpe condotto senza violare le regole formali: e questo è allora possibile? Come può un sistema istituzionale non possedere gli strumenti adeguati a garantire la propria difesa dal primo potente golpista che segue le regole formali?
Non si può a questo punto evitare di considerare il parlamento nella sua composizione attuale come un organismo non più democratico, senza legittimazione sostanziale a rappresentare la nazione. Possiamo almeno andare a nuove elezioni? Vorrà Napolitano sciogliere le camere oggi stesso senza più tergiversare?

sabato 16 aprile 2011

GLI ERRORI DI ASOR ROSA

Un recente articolo di Asor Rosa sul Manifesto ha fatto scalpore. In particolare, si è molto discusso, anche in maniera scopertamente strumentale, di ciò che appariva una specie di sollecitazione a un non meglio specificato intervento dall'alto e da parte delle forze dell'ordine per restituire legalità alle istituzioni sottraendole all'usurpatore, chi altri se non Berlusconi?
Questo più o meno esplicito invito a un intervento fuori delle regole costituzionali è stato giustificato dalla stessa redazione del manifesto come se si trattasse di una provocazione, ma dovrebbe essere chiaro che anche delle provocazioni bisognerebbe prendersi le responsabilità.
Personalmente, questa invocazione dell'intervento provvidenziale di un potere buono più che altro mi appare patetico, e non meriterebbe in sè di dedicarvi grande attenzione.
Me ne occupo perchè questo articolo mi sembra, in maniera direi emblematica, rappresentare la confusione che regna a sinistra, perfino a livello di intellettuali.
Due sono i punti che mi sembrano del tutto ignorati da Asor Rosa.
Il primo è che Berlusconi non è la causa della crisi della politica italiana, ma ne è piuttosto l'effetto più clamoroso, e il secondo, in qualche misura collegato al primo, che non esiste nella politica italiana una tale separazione e contrapposizione tra buoni e cattivi politici.
Berlusconi appare sulla scena politica dopo che la sinistra europea si era già del tutto arresa al liberismo della Thatcher e di Reagan, in cui, a seguito della caduta del muro di Berlino nel 1989, c'è stato Occhetto e la sua bolognina: poichè la natura abborrisce il vuoto, quel vuoto prima di tutto ideale di quegli anni furono riempiti dai messaggi pubblicitari di Berlusconi che furono perfino coltivati dai vari D'Alema allora con il progetto della bicamerale e perfino con dichiarazioni esplicite di non toccargli le TV, in quanto risorse fondamentali dell'Italia. Cito questi eventi non tanto nell'aspetto fallimentare a livello tattico, ma quanto piuttosto come manifestazione di una certa concezione della politica di questi dirigenti.
E difatti, ed andiamo così al secondo punto, questa grande differenza che alcuni considerano addirittura di tipo antropologico, tra politici berlusconiiani e gli altri, è del tutto infondata, come dovrebbe essere dimostrato eloquentemente dal fatto che tanti eletti nelle file del centrosinistra fanno ora parte della maggioranza, e che ancora pochi giorni fa nel segreto dell'urna ben sei parlamentari dell'opposizione hanno votato a favore della maggioranza.
Se le cose stanno così, non basta un intervento salvifico di Napolitano (quello stesso che ha fortemente influenzato il rinvio della mozione di sfiducia a dopo l'approvazione della legge di bilancio, concedendo un mese decisivo a Berlusconi per salvarsi), e neanche il golpe buono dei carabinieri, è la società italiana che deve guarire da una malattia gravissima che l'ha colpito e che gli fa tollerare una simile classe politica indegna.
La mia personale opinione alcuni tra i più assidui di voi la dovrebbero già conoscere, ciò che è entrato in crisi è un certo sistema democratico-parlamentare, come si può concludere osservando ciò che sta avvenendo in tutta Europa, ma per queste questioni di carattere più generale vi rinvio al mio libro.

giovedì 14 aprile 2011

PARLAMENTO INDEGNO DEL PROPRIO RUOLO

A livello parlamentare, la notizia di ieri non è l’approvazione della prescrizione breve, notizia scontata da tempo.

La mezza notizia è l’apparentemente definitivo siluramento di Alfano da parte di Berlusconi che, indicandolo esplicitamente come suo delfino, non fa che aprire, direi ufficialmente, il suo impallinamento da parte dei colleghi di partito con simili aspirazioni. Visto che i tempi sono medio-lunghi, si parla di almeno due anni pieni, le beghe all’interno del PDL anche in presenza dell’acclarato sovrano assoluto, non faranno che moltiplicarsi a dismisura in vista dell’annunciata successione, ed è prevedibile che i numerosi interessi contrastanti nel PDL possano trovare un’aggregazione temporanea proprio nell’opposizione ad Alfano. Se davvero Berlusconi lo voleva come suo successore, avrebbe dovuto dirlo solo il giorno stesso del suo pensionamento, anche se il dubbio sulla possibilità di acquisire questa leadership per successione è più che lecito.

La vera notizia però è un’altra ancora, è costituita dai sei voti che Berlusconi ha avuto in più quando la votazione si è svolta nel segreto, senza voto palese. Questa è una notizia molto rilevante che io non attribuirei a defezioni all’interno del FLI. Difatti, questi voti non erano affatto determinanti, e quindi non si capisce quale fosse lo scopo di coloro che parte della stampa indica come i probabili franchi tiratori (dell’opposizione), e cioè il gruppo Urso – Ronchi. Troppo facile pensare a loro, perché essi, senza un’esigenza davvero prioritaria, si esponessero così tanto. Certo, non lo si può escludere, magari si tratta di un messaggio di fedeltà mandato a Berlusconi, ma troppo rischioso, troppo ovvio pensare a loro, perché essi si spingessero a tanto. Io penso a cose ben più meschine, sostanzialmente finalizzate a favorire il proseguimento della legislatura per non smettere di essere parlamentari.

Si potrebbe anche pensare a manovre torbide da parte di qualche potente dell’opposizione, la cui logica sfugge a noi, ma potrebbe trattarsi di un messaggio inviato in codice forse all’interno stesso dell’opposizione, o ancora con la finalità di gettare confusione e scompiglio, magari all’interno del cosiddetto terzo polo.

E’ molto probabile che non sapremo mai con precisione l’identità di questi galantuomini, ma una cosa non possiamo più fare a meno di sapere, e riguarda la crisi del parlamento. Qui ormai non si tratta più della sola maggioranza del parlamento, qui non possiamo più ignorare che è l’intero stesso parlamento, opposizione inclusa, che risulta indegno del ruolo a cui sarebbe chiamato. Come possiamo ignorare che la maggioranza raccogliticcia ottenuta da Berlusconi sia stata ottenuta attraverso un’operazione di acquisto di parlamentari che le abili (sic!) segreterie dei partiti dell’opposizione avevano designato nelle loro liste? E quali ancora oscure presenze ci sono tra i parlamentari dell’opposizione per spiegare i sei voti che nel segreto dell’urna si sono aggregati a questa indegna maggioranza? Si può liquidare tutto come errori contingenti, come piccole macchie all’interno di un’opposizione dura e pura?

Ebbene, se vogliamo che il principio di responsabilità continui ad esistere, bisogna mandare a casa tutti questi dirigenti dell’opposizione assieme a quelli della maggioranza, nel migliore dei casi per manifesta incapacità, nel peggiore per più o meno evidente collusione con l’avversario: ancora ieri sera vedevo ad “Exit” La Torre che evidentemente si fa ancora vedere in giro senza vergognarsi del pizzino dato all’avversario politico per colpire il proprio compagno di partito. Se un partito non riesce a fare pulizia in casa propria, è pressoché impossibile che possa godere della fiducia dei cittadini.

Io credo che questo parlamento, ormai praticamente nella sua interezza vada sciolto, che oggi il titolo di parlamentare, di questo specifico parlamento con la sua specifica composizione, dovrebbe essere considerato come un’infamità, che queste persone dovrebbero vergognarsi di far parte di un simile consesso. Ancora alcuni mesi fa mi ponevo il problema di come conciliare l’alta funzione istituzionale del parlamento con il concreto dei suoi atti: ora sono del tutto convinto che questa conciliazione è del tutto impossibile, e che urge mandare a casa questi personaggi in gran parte indegni del ruolo che dovrebbero ricoprire, anche in tanata parte della stessa opposizione, per sostituirli con una nuova classe parlamentare che sia in grado di restituire a queste istituzioni il ruolo che meriterebbero.

Mi pongo in chiusura una domanda su una questione di cui non sono certo: ma se i voti palesi a favore del provvedimento non sono mai risultati superiori a 310, e quindi inferiori alla maggioranza assoluta della Camera (316 voti, mi pare), non sarebbe stato ovvio che tutti i parlamentari dell’opposizione uscissero dall’aula al momento della votazione per fare mancare il numero legale?

martedì 12 aprile 2011

CHE MARONI SI DIMETTA

Maroni ha gestito sin dal primo giorno nella maniera peggiore possibile la vicenda dei migranti.

Egli inizialmente riteneva di potere controllare il fenomeno violando le più elementari regole che ciascun paese dovrebbe seguire nel garantire il minimo di ospitalità a qualsiasi essere umano, Temo, questo paese ha purtroppo memoria corta, che pochi ricorderanno che in occasione dei primissimi sbarchi a Lampedusa, non è neanche stato aperto il centro di prima accoglienza nell’isola che pure era vuoto e in condizioni di funzionare. Per giorni e giorni, i residenti hanno dovuto assistere all’invasione delle loro strade e piazze non solo nella fase di maggiore afflusso, ma anche nei primi giorni, quando i migranti erano in numero abbastanza basso da potere alloggiare in quella struttura.

Con la stessa logica, quella di disincentivare l’afflusso mostrando quanto eravamo inospitali, in seguito non ha organizzato lo smistamento dall’isola nel resto della nazione. Nella visione distorta del ministro, i tunisini si sottoponevano a spese per loro molto ingenti ed a traversate a pericolo della loro stessa vita senza motivazioni così forti che la prospettiva di dover dormire all’addiaccio avrebbe funzionato da efficace deterrente. Gli mancava il senso della prospettiva, non era cioè in grado di mettersi nei loro panni.

E’ evidente che se per settimane tu mostri di rifiutare l’accoglienza, perfino coi mezzi più infami come il lasciarli senza le condizioni minime di sopravvivenza, il concedere poi i permessi temporanei di soggiorno assume l’ovvio significato di un mezzo per costringere i paesi UE ad accoglierli loro. In tali condizioni, la decisione pressoché unanime di ieri della UE di non riconoscere a tali migranti la libera circolazione prevista dal trattato di Schengen era direi scontata, in quanto si qualificava esplicitamente come un mezzuccio per inguaiare gli altri per favorire te stesso. Mi sembrano ragionamenti elementari che anche un ministro dovrebbe essere in grado di fare, ce lo dovremmo aspettare che capisca anche lui, no?

Caro Maroni, hai fallito nella tua dissennata gestione della vicenda, hai fallito completamente, e la reazione di chiederti cosa ci stiamo a fare in Europa ha qualcosa di pericolosamente infantile, come se un brutto voto a scuola fa venire il dubbio sulla stessa scelta di frequentare la scuola. Maroni, ti devi applicare di più, e vedrai che qualcosa riuscirai a fare, ma stavolta hai fallito e devi dimetterti.

Naturalmente, non credo affatto che Maroni si dimetta, come non si dimette Berlusconi: in Italia, nessuno si dimette, perché si è totalmente perso il criterio della responsabilità. Sono cose che ho già detto, e che del resto molti dicono, ma è necessario ribadirlo ancora una volta: in Italia, devi diventare un potente, e se usi il potere che ti è stato conferito contro l’interesse generale, se lo usi per farti amici e complici di ogni genere, allora chi ti molla più, diventerai un potente a vita, e probabilmente anche i tuoi discendenti erediteranno un po’ di quel potere. Nulla importa se hai danneggiato la comunità che pure ti aveva conferito quel potere, avrai comunque complici di ogni genere che ti sosterranno, aspettando la restituzione del favore a tempo debito.

Allo stesso modo, Maroni ha fallito completamente, ha dimostrato di non comprendere la dimensione della posta in gioco e, invece di prendersela con chi gli ha scoperto le carte, dovrebbe dimettersi, non è mestiere per lui fare il ministro, e meno che mai il ministro dell’interno.

Ciò naturalmente non significa che io assolva la UE, che consideri l’atteggiamento di quei paesi come accettabile. La malattia di Sarcozy e compagni è analogo a quello di Maroni, ognuno lotta per i propri, con l’aggravante che lì la malattia è uno spirito nazionale soverchiante quello collettivo, mentre per Maroni si tratta di favorire gli abitanti di quell’entità inventata che sarebbe la Padania, invece di come ci si dovrebbe aspettare di tutta la nazione che egli teoricamente dovrebbe rappresentare.

Non si può però sfidare a pugilato un avversario e poi piangere quando si finisce al tappeto.

La UE dovrebbe avere una coerente politica comune sulle migrazioni, e non gestire le emergenze in modo improvvisato e raffazzonato, come invece si pratica adesso, e il problema è ovviamente la carenza di spirito europeo. Paradossalmente, l’unica gestione davvero comune è quella della politica monetaria, quella su cui la stessa Europa non manifesta alcuna reale autonomia, scrivendo le regole sotto la dettatura della cupola mafioso-affaristica di cui ho ripetutamente parlato, una UE insomma che si riduce a passiva esecutrice di scelte eterodirette.

lunedì 11 aprile 2011

CONTRO IL LAVORO PRECARIO

Intervengo in ritardo sulla questione del precariato che sabato scorso ha visto una serie di manifestazioni nelle varie città italiane.

Premetto che io sono per un’economia pianificata, che però non richiede esplicitamente l’eliminazione dell’imprenditoria privata. Non credo pertanto che sia possibile non dico arrivare a una società ideale, ma anche soltanto una società che sia compatibile con le scelte ambientali dell’oggi se permettiamo a qualsiasi soggetto privato di determinare pesantemente la vita dei suoi simili attraverso le sue scelte orientate esclusivamente a criteri di profitto.

A partire da questo mio punto di vista, penso che l’eliminazione del precariato non risolva del tutto i problemi di una società capitalista. Ne consegue che tale problematica vada affrontata con una politica che, senza proibire rapporti lavorativi a tempo determinato, la disincentivi. Ciò potrebbe essere ottenuto attraverso l’imposizione per legge di costi più alti da parte delle imprese che intendono ricorrervi.

In altre parole, visto che in un regime precario il lavoratore non può riuscire a lavorare con continuità, bisognerebbe caricare sul datore di lavoro sia i buchi di reddito che così si creano, sia il mancato sviluppo di carriera, si ancora i mancati versamenti previdenziali. Si dovrebbe quindi pensare, a parità di mansione, a un salario per lavoro precario consistentemente superiore a quello per i lavoratori a tempo indeterminato, così come un prelievo previdenziale più alto che possa comunque garantire ai precari una dignitosa pensione nella vecchiaia.

Insomma, si tratta di una versione specifica del considerare gli aspetti occulti di una certa questione, cosa del tutto ignorata nella nostra società, aspetti che si manifestano ad esempio anche nei costi ambientali che colpevolmente non vengono comunemente tenuti in alcuna considerazione.

E’ così difficile almeno convenire su dei provvedimenti che anche il politico più conservatore potrebbe condividere? Che il salario di un dipendente precario sia più alto di uno non precario è cosa scontata in altri paesi come gli USA che abitualmente vogliamo scimmiottare, ma nel farlo, ne diamo sempre una versione peggiorativa.

venerdì 8 aprile 2011

PACIFISMO ED ARMAMENTI

Le questioni libiche hanno sollevato delle questioni nuove che a mio parere mettono in crisi le nostre certezze.

A sinistra, c’è stata la spaccatura tra interventisti e non-interventisti, anche se naturalmente, credo che molti di coloro che vengono inclusi tra gli interventisti difficilmente avrebbero deciso in quel senso avendo responsabilità governative. Sarebbe saggio ricordare che stiamo parlando di opinioni, e pertanto le motivazioni sono più che altro legate a speranze per il prossimo futuro, a quale situazione può aprire migliori prospettive future.

Ad ogni modo, non v’è dubbio che il pacifismo sia la prima vittima di questi eventi, nel senso che diventa sempre più difficile essere pacifista ai nostri tempi, e forse lo è ancora di più nella ricca Europa. In un mondo in cui il criterio della forza domina su tutti gli equilibri politico-economici globali, in cui le grandi potenze si sentono implicate in tutto ciò che avviene nel mondo, anche nei più remoti e derelitti luoghi, il pacifismo può diventare o può apparire come una manifestazione d’indifferenza. In altre parole, in un mondo profondamente ingiusto, il non usare la propria forza militare per raddrizzare ciò che appare palesemente storto, può, a torto o a ragione, apparire come un atteggiamento di colpevole indifferenza.

So naturalmente che esistono tante organizzazioni non governative che svolgono un ruolo fondamentale per alleviare i problemi di sopravvivenza di popolazioni condannate a una povertà eterna dagli equilibri mondiali, ma rimane il problema di come opporsi efficacemente alla violenza scatenata contro persone inermi anche localmente da capetti sanguinari che riescono agevolmente col denaro a raccogliere pattuglie di combattenti, a volte con l’aggravante di coinvolgere minori pronti a tutto pur di sopravvivere.

Sul ruolo dell’ONU e di qualsiasi organizzazione internazionale non credo che si possa fare affidamento, nel momento in cui è evidente la pretestuosità delle decisioni assunte su una concezione del diritto internazionale estremamente elastica.

A me pare, e capisco di non dire nulla di realmente originale, che il punto fondamentale sta negli armamenti. Uno dei più fiorenti settori economici è costituito da quello della produzione di armi, un settore che non vive cicli di crisi perché, forse assieme a quello alimentare, le armi si vendono sempre. Chi produce armi, deve venderle, e se i conflitti armati languono, non esiterà a suscitarne con tutti i mezzi per raggiungere il proprio scopo, appunto quello di dare lavoro alle proprie fabbriche. Tutti i mezzi includono il condizionamento delle politiche dei vari paesi, come pure la capillare diffusione di armamenti a vantaggio di soggetti irresponsabili, a cui ciascuno di noi non affiderebbe neanche una pietra o un bastone.

La mia opinione, ad esempio che la guerra in Afghanistan abbia proprio come principale motivazione il foraggiamento dell’industria bellica.

Ecco, il problema della produzione di armi a me pare il problema centrale di come si possa praticare un autentico pacifismo. Senza produzione di armi, cesserebbe la possibilità di sparute minoranze di prepotenti di imporre il proprio arbitrio ad intere popolazioni.

Non sono cioè i conflitti in sé il vero problema, ma il fatto che lo sviluppo tecnologico e gli enormi margini di profitto del settore armamenti hanno reso agevole l’accesso ad ordigni di potenza distruttiva enorme e che a loro volta rendono i conflitti estremamente sanguinosi, e il loro esito sostanzialmente indipendente dalla consistenza numerica delle parti in conflitto.

Mi rendo conto che si tratta di considerazioni perfino banali, ma non vedo nel mondo un fronte così compatto verso anche solo una puntuale regolamentazione del settore degli armamenti, dalla loro produzione fino alla loro diffusione.

Di fronte a queste richieste del tutto ragionevoli, si solleva la questione della sovranità nazionale, dell’esigenza di ciascuna nazione di difendere i propri confini ed i propri interessi. Tutto ciò è paradossale, in un mondo in cui gli stati nazionali hanno di fatto abdicato alla propria autorità a favore del mercato finanziario e alla sua cupola di stampo mafioso che detta alle nazioni la politica economica. Perfino per quanto riguarda la politica militare, dovrebbe essere evidente a tutti che è proprio questa cupola mafioso-affaristica che impone ai governi i propri diktat, come io credo avvenga per l’Afghanistan. Insomma, sono proprio gli interessi economici delle multinazionali degli armamenti che hanno sequestrato le sovranità nazionali, invocate poi strumentalmente per giustificare le enormi spese per armamenti.

In conclusione, io credo che un criterio di forza nel dirimere i conflitti sia inevitabile, ma è proprio l’entità della forza esercitabile che rende questo mondo così ingiusto e così inospitale per tanta parte dell’umanità, ed è perciò sul primo anello della catena, lì insomma dove le armi si producono, che bisogna intervenire. Domande su chi sia autorizzato a produrle, chi sia autorizzato ad acquistarle, credo sia oggi ineludibile.

giovedì 7 aprile 2011

CHE BRUTTA LA PRIMA PAGINA DEL MANIFESTO DI OGGI!

Devo dire che la prima pagina de “Il Manifesto” di stamani non mi è affatto piaciuta. Mi pare mescoli impropriamente elementi che sarebbe stato saggio, ma forse anche corretto, tenere ben separati.

I tragici eventi delle prime ore di ieri con l’inabissarsi dell’imbarcazione coi numerosi profughi libici sono stati mescolati con la nota e pornografica frase di Bossi, e fin qui questo accostamento ci stava, lo trovo appropriato, con l’espressione “effetti collaterali”.

Badate, io trovo giusto stigmatizzare in sé l’espressione “effetti collaterali”, cioè il tentativo da parte di chi è intervenuto in Libia di depotenziare le conseguenze tragiche della guerra che si protrae in quelle terre.

No, la mia obiezione riguarda l’applicazione di questa espressione. Se i redattori di questo quotidiano avessero accostato questa espressione all’immagine dei civili trucidati dalle incursioni aeree, allora tale accostamento sarebbe stato perfettamente appropriato, del tutto giustificato. Qui però, l’accostamento viene fatto, e secondo me in maniera scorretta, con il naufragio.

Cosa in sostanza sottintende questo accostamento? Che questi poveri profughi avessero affrontato questa pericolosa traversata a causa delle incursioni aeree. Su questo occorre allora riflettere per fare un po’ di chiarezza. Davvero crediamo che senza l’intervento occidentale non ci sarebbero stati tentativi disperati di fuga da quel paese? Secondo me, questa è una tesi errata. Vorrei ricordare che prima ancora che il primo bombardiere francese si sollevasse verso i cieli della Libia, si registrava già un esodo di dimensioni immani verso i confini tunisini, ed anche lì si erano verificate le prime morti di profughi.

C’è in sostanza a mio parere il solito equivoco di fondo: la guerra in Libia preesisteva all’intervento aereo, e quelli tra noi che ritengono questa situazione, per quanto tragica, comunque migliore di un non intervento, non lo fanno certo perché sono così stupidi da non comprendere i vili interessi occidentali nella vicenda, ma perché riconoscono che i morti per eventi bellici c’erano già prima. Se come io percepisco gli eventi, ai morti per l’intervento di ricostituzione della sua autorità da parte di Gheddafi si sono sostituiti i morti per i bombardamenti da parte dei “volenterosi”, non rimane che giudicare i fatti sulla base di ciò che potrà venire fuori da questi tragici eventi, se si apriranno prospettive nuove in un mondo dominato da un gruppo affaristico-mafioso che mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità.

Pertanto, riportare con tanta evidenza un accostamento improprio tra esodo dei libici ed “effetti collaterali”, con l’aggravante così di confondere l’opinione leghista con quella di Sarkozy, come se si trattasse della stessa opinione, è un’operazione scorretta e che va stigmatizzata.

Da "Il Manifesto" potrebbro anche rispondere che l'espressione "effetti collaterali" si riferisse soltanto alle parole di Bossi, ma anche in questo caso la confusione sarebbe stata inevitabile per come finora l'espressione è stata utilizzata.

martedì 5 aprile 2011

TORNA IL BUCO DELL'OZONO

Leggo oggi che nel mese di marzo appena trascorso si è verificato al polo Nord un buco molto esteso nell'ozonosfera, pari o forse superiore a quello verificatosi quattordici anni fa.
Non resta che aggiornare la triste lista dei disastri ambientali, perchè di speranze che l'umanità affronti i problemi che essa stessa ha creato non sembra esserci speranza.
Mi chiedo quale disastro, di quali immani dimensioni, dovrebbe verificarsi perchè la sveglia suoni.
E nel frattempo che il futile trionfi tra un litigio in TV e un ordinario imbroglio a danno dei contribuenti.

sabato 2 aprile 2011

DELLA PAURA, DELL'INGANNO, E DELL'ONORE

Ieri, dalla Gruber era ospite Andreoli. Del suo discorso, ho trovato particolarmente interessante la sottolineatura della paura che pervade la nostra società. Questa paura è l'elemento fondamentale che sostiene un potere iniquo ed arbitrario, in quanto non rivolto all'ìinteresse generale.
Devo dire che si tratta di un'analisi che mi convince, la paura attorno a me è un'esperienza quotidiana. Particolarmente evidente è sui luoghi di lavoro, almeno è certamente così nell'Università dove io opero. La paura porta al silenzio, ed è nel silenzio che le trame più vergognose possono svolgersi e realizzarsi.
Per farvi intendere il livello di protervia e di raffinatezza che in questi ambienti si può raggiungere, potrei citarvi il caso di un collega la cui produzione scientifica gli offriva ottime possibilità di promozione. Egli però aveva manifestato una certa indisciplina verso il proprio "capo", che non gradiva pertanto che fosse promosso. Bene, questo capetto cosa fa per silurare il proprio allievo senza averne contraccolpi? Si mette d'accordo con l'altro docente influente in quella disciplina, e fanno finta di essere tra loro in disaccordo. Questo secondo capetto evidentemente in combutta col primo, avvicina il candidato e gli dice che lo appoggerà lui, ma, per fare andare a buon fine questa promozione, è necessario che tutto avvenga nel più completo silenzio. Purtroppo, questo collega si attiene a queste istruzioni, col risultato che viene bocciato, e alla fine risulta che era lui, la reale vittima del raggiro, ad avere tentato di raggirare il suo capo operando di nascosto da lui, mentre i due capetti imbroglioni ne escono entrambi bene, l'uno perchè si era tentato di raggirarlo, e l'altro perchè. avendo ottenuto un completo silenzio sull'operazione, non può essere accusato di nulla.
Certo, la paura, soprattutto la paura di perdere qualcosa, ci distrugge l'esistenza, perchè quel qualcosa che abbiamo paura di perdere difatti in un certo senso lo perdiamo già per il fatto stesso di temere di perderlo. Ciò vale per la nostra stessa vita perchè la paura di morire può condizionare i nostri comportamenti, obbligandoci a rinuncie, a prudenze esagerate.
Da questo punto di vista, mi sono sempre ritenuto un diverso, vedendo che questo mio operare senza eccessive paure, crea un certo isolamento nei miei confronti perchè evidentemente suscito un effetto di paura in chi mi sta attorno, onesto e senza paure capisco che costituisco una mina vagante nella società di inciuci e di silenzi in cui viviamo.
Malgrado la paura così diffusa spieghi tante cose della nostra società, bisognerebbe pure capire perchè dovrebbe essere precipua del nostro tempo. Io non lo penso, credo che la paura, che poi è essenzialmente paura di rimanere soli, ci sia sempre stata. Oggi, la paura è quella di perdere il benessere, in una società in cui il successo, espresso in denaro, è la misura di tutte le cose.
Le testimonianze che abbiamo ci dicono che anche solo un secolo fa, ma probabilmente anche più recentemente, le cose non erano così.
Un filosofo della politica Charles Taylor, affronta la questione del concetto di onore, e del suo dissolvimento nella società contemporanea. Egli confronta tale concetto a quello di dignità, dicendo in sostanza che il secondo ha soppiantato il primo. La differenza tra i due concetti è che la dignità è un valore paritario, i sacri principi parlano di un'uguale dignità umana. L'onore al contrario, è un concetto riferito a una data posizione sociale, ed è quindi imtrinsecamente discriminante. Tipicamente, i romanzi dell'ottocento parlano dell'onore di un ufficiale che andava difeso in duello anche a costo della propria stessa vita. Così, quell'individuo non difendeva la propria dignità umana, ma il proprio onore di ufficiale, onore differente, anzi manifestamente superiore, a quello di un ciabattino ad esempio.
Mi chiedo, e capisco che è una riflessione non politicamente corretta, se sotto il concetto di dgnità umana che abbiamo di default per il fatto stesso di essere nati, non si nasconde un'insidia, di avere trasferito quelle differenze, che erano incluse nel concetto di onore, nel denaro, col risultato che un comportamento onorevole non è più di moda, è "out", perchè l'importante è raggiungere un certo livello di ricchezza, non importa come. Non è insomma il nostro modo di comportarci che viene considerato come fondamentale, ma piuttosto il risultato che otteniamo.

giovedì 31 marzo 2011

IL VITALE BISOGNO DI POLITICA NEL MONDO

L’amico di blog Alberto, in un suo commento, mi rimproverava bonariamente di aver messo troppa carne al fuoco nel precedente post. Naturalmente, ha perfettamente ragione, e del resto me n’ero reso conto da me che si trattava di un post denso, in cui finivo per tirare dentro eventi così distanti sia spazialmente che apparentemente dal punto di vista politico da limitare i possibili criteri di accostamento tra loro alla coincidenza temporale.

Eppure, per me era assolutamente necessario trattare argomenti così differenti contemporaneamente perché è proprio dall’addensarsi da tanti segnali apparentemente eterogenei che ricavo l’impressione che l’umanità sta per affrontare una svolta, questa sì epocale, nella sua lunga storia.

La prima svolta riguarda la scelta del profitto come criterio primo ed indubitabile della politica. Si potrebbe argomentare, ma non nella maniera succinta che la forma post mi impone, che, una volta che questo criterio viene assunto come dogma inviolabile, si decreta immediatamente la fine della politica, ed è davvero uno di quei paradossi della storia che sia proprio il capitalismo a determinare, o a provare a determinare, la fine della politica che Marx sognava per l’auspicata società comunista. Su questa questione del profitto, e su la questione a queste strettamente correlata dell’aumento della ricchezza prodotta (il famoso PIL), io credo si giochi la partita decisiva dell’umanità, e così su una tale questione non ci possono essere né se né ma: o ammettiamo che questi potentissimi capitalisti che governano il mondo, mettendo ormai in crisi lo stesso concetto di sovranità nazionale, sono in fondo dei bambinoni che trattano il mondo come se fosse un gigantesco Risiko o Monopoli, che si occupano di questioni ben più grandi di loro, e pensano che le scelte possano essere dettate dai loro meschini interessi di bottega, oppure, se accettiamo di subire i loro ricatti, con cui ci minacciano di farci diventare più poveri, ed allora una rivoluzione mondiale si impone. Essi e gli innumerevoli servi che utilizzano per perpetuare le loro manovre fondamentalmente criminali non hanno alcuna autorità morale, e neanche politica per imporre scelte che, come si vede nei disastri ambientali che ormai periodicamente avvengono in tutto il mondo, ben presto porteranno l’umanità in scenari di pura sopravvivenza, nel mondo devastato che c’hanno, credo con sufficiente realismo, disegnato scrittori e registi di fantascienza.

Marx sbagliava a desiderare la fine della politica, perché questo è appunto il sogno dei capitalisti, e un altro aspetto paradossale è che il mezzo ottimale per ottenere ciò è la democrazia, che pure significa partecipazione di tutti alle scelte collettive. Se però si accetta il criterio della massima ricchezza complessiva, allora la politica si degrada a scelta tra l’essere parte di una tifoseria o ad un’altra, esattamente come avviene per le squadre calcistiche.

La democrazia allora può forse rivivere se nuovi popoli si affacciano ad essa, se con occhio nuovo altre persone guardano alle potenzialità di drastico cambiamento che il quadro istituzionale democratico può indurre se depurato da quel grande fratello che attraverso i mass media hanno installato nel nostro stesso cervello, indirizzandoci verso il pensiero unico, quello che vede il mercato come misura di tutte le cose, e così sottraendoci un reale potere di scelta appunto di natura politica.

martedì 29 marzo 2011

FUKUSHIMA E ISLAM: LE NOSTRE FRAGILI CERTEZZE

Non v’è dubbio che gli eventi che occupano le prime pagine dei giornali di tutto il mondo attirino le nostre attenzioni. A nessuno sfugge l’importanza del disastro nucleare di Fukushima da una parte, e i grandi cambiamenti politici che osserviamo in una gran parte del mondo islamico.

Ciò che invece temo, è che le lenti con cui leggiamo questi eventi non siano adeguate. Temo, in altre parole, una sorta di pigrizia mentale, di inerzia nella capacità di intendere come questi fatti mettano in crisi le nostre concezioni filosofiche, quella visione del mondo che precede le opinioni che manifestiamo anche a noi stessi.

In particolare, e qui torno su aspetti che chi mi segue già conosce, dovremmo infine chiederci se la scommessa illuminista, il concetto stesso di modernità, i nostri modelli di riferimento di istituzioni politiche siano adeguati ad affrontare la realtà che ci consegnano secoli di sviluppo tecnologico.

Partiamo dai recenti fatti del Giappone. Credo che siamo tutti concordi nell’apprezzare il senso di responsabilità di questo popolo, la capacità di affrontare con dignità eventi così catastrofici. Potremmo credo concludere che in nessun altro luogo al mondo esiste un substrato culturale adatto a gestire con adeguata efficienza e rigore processi tecnologici ad alto rischio. Ebbene, le notizie che ci giungono sono molto preoccupanti, sembra ormai inevitabile la diffusione ambientale non soltanto dei prodotti della fissione radioattiva, ma dello stesso combustibile nucleare.

Come è stato detto, il rischio nucleare ha una qualità differente dagli altri. Ciò che in particolare terrorizza, o dovrebbe terrorizzarci, è che gli effetti di un incidente nucleare possono protrarsi anche per decine di migliaia di anni, un periodo cioè ben più lungo della stessa storia dell’umanità, da quando i nostri progenitori ci hanno lasciato testimonianze della loro vita. Sembra una approssimazione accettabile dire che questi disastri hanno una durata illimitata, in quanto nessuno di noi può spingere il suo sguardo così lontano nel tempo. Chi provoca un disastro nucleare, non ha modo di risolverlo, le reazioni nucleari non richiedono un’attivazione esterna, hanno un loro decorso indipendente dalle condizioni esterne, e quindi non influenzabile. L’unica contromisura è la loro diluizione e il loro distanziamento, non v’è altro rimedio, è come un fuoco inesauribile, insensibile a qualunque idrante.

In Giappone le polemiche infuriano sulla gestione delle centrali da parte della Tepco, sia prima che dopo il terremoto. A me tuttavia pare che il bersaglio delle polemiche sia sbagliato, che sia miope limitare la sostanza dei problemi alle responsabilità tutte da accertare da parte di alcuni managers. Il problema a me pare molto più di fondo, se cioè sia possibile attribuire a qualcuno, chiunque egli sia, una responsabilità così grande, ed in particolare se a una ditta privata, il cui fine intrinseco è fare profitti, sia possibile od auspicabile affidare responsabilità immani come quella di condizionare il futuro stesso dell’umanità. Se davvero consideriamo come un disastro nucleare abbia conseguenze ben più terribili di una stessa guerra, allora comprendiamo come ormai gli stati nazionali abbiano un ruolo ben più modesto rispetto al potere economico e finanziario in mano a multinazionali di ogni tipo. Non avverrà allora che le guerre in futuro saranno appaltate a una ditta privata? Mi chiedo se non venga meno lo stesso concetto di stato nazionale e di sovranità nazionale.

Da un differente punto di vista, potremmo dire che la guerra, tipicamente considerata come il male assoluto, ridimensioni il suo significato negativo quando confrontata con un disastro nucleare, che è un evento assolutamente più terribile della guerra, come dovrebbe ormai essere chiaro a tutti. Qui, l’emozionalità non c’entra nulla ovviamente, c’è piuttosto la ragionevolezza rispetto a un meccanismo perverso ed in definitiva folle che pensa che tutto vada commisurato a un fattore così futile come il profitto. Ecco, denotare come futile il profitto, credo che possa costituire un elemento di una nuova visione del mondo.

Altri avvenimenti stanno avvenendo che mettono in crisi le nostre certezze, il nostro considerarci comunque il centro del mondo, l’occidente delle nazioni più sviluppate come il motore della storia. Già la crisi finanziaria internazionale c’aveva mostrato la fragilità delle nostre economie, ben più colpite e danneggiate dalla crisi rispetto ai paesi cosiddetti emergenti, quali Cina, India e Brasile, per fare gli esempi più significativi. Allo stesso modo, le rivolte nel mondo islamico ci mostrano un protagonismo di quei popoli che in realtà c’ha stupito, c’ha colti impreparati. Trovo in quest’ambito estremamente interessante il contrasto che si è manifestato in quella che con qualche difficoltà viene ancora considerata la sinistra, soprattutto quando riesce a dare luogo ad un dibattito (vi segnalo a questo proposito il sito “nazione indiana” con questo post e quest’altro, un po’ la continuazione del primo), in cui ho letto, in mezzo a tante sciocchezze, tentativi di approfondimento veramente validi. Un elemento che trovo interessante è appunto quella della eccentricità di questi moti popolari, rispetto all’occidente. In fondo, guardare con fiducia o con sospetto a questi avvenimenti, è funzione della disponibilità mentale ad accettare che il centro del mondo tenda a spostarsi fuori dai nostri confini. Se crediamo che ciò non possa avvenire, allora la nostra attenzione è centrata sulle mire di Francia e Gran Bretagna, ma se siamo disposti a considerare questa possibilità, allora queste stesse mire possono essere considerate come un tentativo, forse perfino disperato, di paesi in declino di mettere il proprio cappello su eventi che sfuggono al loro controllo.

C’è ancora un elemento che emerge alla nostra attenzione, anche se le resistenze qui diventano fortissime, e cioè se la nostra concezione della democrazia come bene assoluto non possa entrare in crisi. Le democrazie occidentali oggi sono quelle che hanno consentito che il potere effettivo si concentrasse in pochissime mani, mettendo in crisi perfino il concetto di sovranità nazionale. Esse hanno consentito che un folle criterio di profitto determinasse le scelte più importanti e vitali per l’intera umanità, come detto a proposito dei disastri nucleari. Hanno infine consentito che tante guerre scoppiassero in nome dell’esportazione della democrazia. Non dovrebbe ogni persona ragionevole interrogarsi sulla stessa validità del concetto di democrazia, almeno nel modo disinvolto in cui è stata utilizzata per perpetuare politiche così cieche e distruttive?

Rispondere a questi interrogativi, richiede discussioni infinite, ed io per il momento preferisco fermarmi qui, alla semplice enunciazione di domande che trovo di importanza fondamentale.

sabato 26 marzo 2011

MA LAMPEDUSA PER MARONI FA ANCORA PARTE DELL'ITALIA?

Ormai la cosa è palese, il ministro dell'Interno Maroni ha consapevolmente e cinicamente utilizzato Lampedusa inun suo disegno politico nei confronti dei migranti.
Per chi l'avesse dimenticato, in occasione dei primissimi sbarchi, Maroni aveva ordinato di tenere chiusa la struttura di accoglienza nell'isola, senza alcuna spiegazione plausibile. Solo dopo che la dimensione quantitativa degli arrivi aveva assunto le proporzioni di una vera invasione, finalmente si decise a farla aprire, insomma già quando essa risultava sottodimensionata rispetto alle persone da ospitare.
All'inizio di questa settimana, si cominciò a parlare di una ripartizione di migranti in tutta Italia, tramite la richiesta a ciascuna regione di definir una loro quota di accoglienza. Era forse cambiata la linea del governo? Devo confessare che ci sono cascato anch'io, pensavo alla cosa più ovvia, che tale ripartizione fosse in funzione del problema più urgente. Niente di più sbagliato, Maroni pensava ai profughi libici, ben distinti dai tunisini, questi considerati automaticamente, e quindi saltando le procedure previste che sono necessariamente individuali, clandestini.
A questo punto le cose sono tristemente chiare, l'Italia affronta il problema dei profughi libici in maniera solidale, mentre alla sola Lampedusa viene attribuita la funzione di affrontare il problema dei migranti presumibilmente in maggioranza tunisini che sono già sbarcati in Italia.
Lampedusa, per la sua stessa dimensione superficiale modesta, evidentemente non può farsi carico di questo immane compito, ma la cosa vergognosa è proprio questa, come ha poi candidamente confessato La Russa giovedì scorso ad "Annozero": bisogna che questi migranti si trovino in condizioni inumane di soggiorno per potere scoraggiare altri arrivi, questa è la spiegazione reale di una gestione altrimenti assurda di una emergenza di queste proporzioni.
Ora, queste scelte governative hanno due aspetti entrambitanto inquietanti da rendere difficile stabilire quale lo sia di più.
Il primo è quello nei confronti dei migranti, trattati come animali, a cui si assicura soltanto acqua e cibo appena sufficiente, ma li si lascia srenza un tetto, senza un letto e senza servizi igienici, che mi pare rappresentino le dotazioni di base per qualsiasi essere umano.
Il secondo aspetto riguarda il modo di concepire l'isola di Lampedusa ed i suoi abitanti, che il ministro non ha esitato un istante a sacrificare sull'altare di una poltica cinica e spregiudicata. Al,lora, la domanda che sorge è: chi ha dato l'autorità a questo governo di stabilire che questo lembo di terra non è parte del suolo nazionale, che non gode della protezione dell'intera nazione, e che può essere impunemente abbandonato al suo destino cometassello in una strategia di contrasto alla migrazione? Un governo minimamente consapevole dei propri doveri verso la propria comunità nazionale dovrebbe al contrario valorizzare quelle terre di confine, quella parte del suolo nazionale che, proprio per la loro posizione sul confine, dovrebbero essere più fortemente rivendicate come parte del paese, ed espressamente difese e favorite.
Sì, se fossi abitante a Lampedusa, sarei terribilmente incazzato, e trovo il loro atteggiamento anche ospitale verso chi è sbarcato molto dignitoso e coraggioso.

giovedì 24 marzo 2011

ULTERIORI RIFLESSIONI SULLA SITUAZIONE LIBICA

Ritorno sulle questione dell’intervento in Libia, perché non mi piace la maniera in cui rischia di svolgersi il dibattito, una maniera che reputo poco chiara.

Non mi piacciono le motivazioni dei non-interventisti leghisti, che, con mentalità da bottegai, calcolano i danni da profughi e dalla minore accessibilità ai combustibili fossili libici. A questo proposito, non capisco perché il perdurare di Gheddafi al potere dovrebbe portare meno profughi in Italia. La stagione dell’infame accordo Italia-Libia è definitivamente tramontato, anche nel caso di permanenza al potere di Gheddafi, ci sarebbero degli sconfitti, che tenterebbero in ogni modo di scappare, magari verso i paesi confinanti, e poi provando a sbarcare in Europa. Se davvero, ed è tutt’altro che una certezza, dovesse esserci in nord Africa una svolta democratica, allora si potrebbe sperare in maggiore occupazione e prosperità in quei paesi, con conseguenti minori motivazioni all’emigrazione verso l’Occidente. In ogni caso, questa mentalità cinica, in quanto trascura gli aspetti più propriamente umani, è anche stupida perché fa conti semplici su una questione molto complessa e multiforme.

Devo però aggiungere che non mi piace neanche quella non-interventista che si sente a sinistra. Ciò che non mi piace non è ovviamente leggere opinioni differenti dalle mie, ma l’apparente incomprensione dei motivi delle due differenti posizioni sull’argomento, di tutte le inevitabili implicazioni di ciascuna delle due posizioni.

Una prima chiarificazione preliminare è necessaria, e cioè il ruolo con cui ognuno di noi interviene nella discussione. Non siamo capi di stato, non siamo opinion-makers, non siamo neanche responsabili di importanti associazioni internazionali umanitarie. Anche questo è un elemento fondamentale nel determinare non certo l’opinione ma il modo stesso di manifestare la propria opinione: come comune cittadino, io mi trovo libero di esprimermi con grande franchezza e sincerità, cose che non mi potrei permettere se rivestissi un ruolo deliberativo. Vedo che molti citano Gino Strada, ma vi assicuro che se fossi stato io nei suoi panni, avrei fatto le sue stesse identiche dichiarazioni. Pensate che una persona che ha fatto di “Emergency” il suo scopo vitale possa dichiarare che l’ingerenza in un paese è lecita? Emergency non se lo può permettere, chi la rappresenta deve essere in condizione di parlare con i più schifosi criminali di guerra del mondo per potere svolgere la propria missione. Sarebbe un vero suicidio se Strada si mettesse a sostenere una posizione di ingerenza: invece di essere rappresentante di un’organizzazione umanitaria, risulterebbe una specie di ambasciatore dell’occidente: chi allora gli darebbe credito ed ospitalità? La limpida scelta di Strada (c’è bisogno di precisare quanta ammirazione provo nei suoi confronti?) di mettere al centro l’uomo aldilà dei suoi atti (curare anche chi ha appena commesso un attentato mortale verso altri uomini), gli impone una radicalità pacifista che altri, ad esempio io stesso, possono considerare con maggiore flessibilità.

Un altro equivoco dobbiamo eliminare: nessuno crede davvero che la Francia e gli altri siano intervenuti per motivi umanitari, ciò è fuori discussione, e quindi ricordarlo diventa un elemento di confusione e di fraintendimento. Analoghe considerazioni potrebbero farsi per l’ambiguità della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU: quella risoluzione non cambia di un’acca la sostanza delle questioni in discussione. A corollario di questa argomentazione, si opera un raffronto tra i paesi occidentali e il regime di Gheddafi: ho già chiarito che dei paesi occidentali, e meno che mai del mio, non mi fido per niente, e che quindi questo raffronto non mi interessa. Mi interessa però che il giudizio fortemente negativo verso l’occidente sia esteso pienamente a Gheddafi. Non è quindi sulla base di una presunta superiorità morale dell’occidente che ha sposato la posizione interventista.

Un altro elemento rilevante è costituito dal raffronto con le vicende dell’Iraq e dell’Afghanistan. Questo raffronto non è valido, almeno quando si considerano le condizioni iniziali. Sull’Iraq e sulla presunta presenza di armi di distruzione di massa, era chiaro a tutti, almeno a quelli che volevano capire, che si trattava di una bufala pazzesca. Per l’Afghanistan, la motivazione era quella di catturare Bin Laden: anche lì, fummo facili profeti a prevedere che la cattura sarebbe stata impossibile e che una tale motivazione non teneva. In ogni caso, ognuna di queste tre situazioni è profondamente differente dalle altre, ed accostarle può nuovamente essere solo fonte di fraintendimento.

In Iraq, non c’era nessun buono che ci chiamava dall’interno, era un paese di cattivoni che presto ci avrebbero ucciso con armi micidiali. Si trattava di una storiella che non pretendeva neanche di essere creduta, tanto era stupida e manifestamente infondata. La motivazione economica e geostrategica era praticamente enunciata sin dall’inizio.

In Afghanistan, c’era almeno un conflitto già in corso anche se tra due cattivi, ma uno lo era di meno. Al governo talebano rimproveravano la custodia di Bin Laden, e parlavano di un’operazione lampo.

Qui, l’elemento che fa la differenza, e la fa, checchè se ne dica, è la sollevazione popolare in tanti paesi arabi, andata a buon fine, anche se l’esito definitivo è tutt’altro che certo, in due di questi.

Alla fine cosa fa la differenza? La natura di ciò che si è verificato in Cirenaica, o forse dovremmo meglio dire nella sua fascia costiera. Ciò che probabilmente più ci divide è il giudizio sugli insorti, e fondamentalmente se siano al soldo degli inglesi, o magari espressione di interessi tribali, o se siano un vero movimento popolare, portatore di esigenze condivisibili. I dati a disposizione sono insufficienti per esprimere una posizione certa, dubbi ne abbiamo tutti. Pare ad esempio provata la presenza di soldati inglesi al momento della rivolta. Vorrei però aggiungere che ciò non implica nulla, tante volte nella storia un’autentica volontà popolare ha potuto esprimersi solo in virtù dell’appoggio di potenze esterne. Anche per quanto riguarda la struttura tribale della Libia, ci sono opinioni contrastanti, ma io credo che Gheddafi, in quarant’anni di potere ininterrotto, si sia sforzato di confermare il proprio potere statale attraverso un sistematico indebolimento dei poteri tribali che, evidentemente, ne diminuivano il proprio, e Gheddafi si è dimostrato un governante abile.

Pur tra mille dubbi, io preferisco coltivare la speranza in queste persone, in una loro autentica voglia di riscatto dagli ultimi decenni di dispotismo. A supporto di tale ipotesi, ci sta la natura strutturale dei cambiamenti di modi di vita in questi paesi, le TV ed internet, la forte spinta demografica che vede una popolazione giovane che giustamente lotta per manifestare la propria presenza in società incartapecorite da lunghi periodi di assenza di libertà.

Qualcuno mi potrebbe obiettare che la mia speranza si basa su azioni che porteranno morti innocenti. Vorrei però dire che i morti ci sarebbero stati anche nella situazione alternativa. Bisogna capire che anche l’omissione è un’azione, e che lasciare che Gheddafi regolasse a suo modo i conti con i rivoltosi è anch’essa una scelta. Per l’uomo, in quanto essere morale, la scelta è un obbligo, un destino inevitabile , a cui non possiamo sottrarci. I morti ci saranno, le potenze occidentali tenteranno di addentare la ricca torta delle risorse di quel paese, ma il punto è se ci riusciranno. Magari scommettere non è proprio il meglio quando i costi sono così alti, ma rinchiudersi in un atteggiamento scettico, che, a partire da una condivisa presa d’atto dell’ennesima azione di potere dell’occidente, non ne vede però l’obiettiva debolezza e contraddittorietà, l’incapacità della costruzione di un loro fronte comune, tutte condizioni che dovrebbero permettere una visione più positiva della situazione, di come qualche spiraglio di speranza si sia aperto, e di come tutto ciò ci riguardi. Ricordo ai più distratti che in ogni caso noi lì siamo coinvolti fino al collo, sia per l’infame patto Libia-Italia, sia perché l’ENI è da lì che ci manda i combustibili fossili fino alle nostre abitazioni. La politica dello struzzo, che fa finta di non vedere la situazione reale, non mi pare possa essere considerata un’alternativa accettabile.

martedì 22 marzo 2011

IL CAOS IN LIBIA E IN EUROPA

Credo che la giornata di ieri sia stata molto illuminante sullo stato effettivo dell’operazione Libia. Non sappiamo certo come andrà a finire, anzi da questo punto di vista le cose si stanno ulteriormente ingarbugliando, ma nello stesso tempo sembrano aprirsi varchi di verità sul passato, cioè sulle origini della situazione attuale.

Una cosa sembra ormai chiara, direi a questo punto scontata: non v’è alcun piano predefinito degli stati occidentali nei confronti della Libia, ed anche le altre grandi potenze (vedi Russia) brancolano goffamente, tanto da causare uno degli scontri più espliciti tra Presidente e premier. D’altra parte, il ruolo alquanto defilato tenuto dagli USA, i dissensi intra-europei tra una Germania non-interventista, una Francia ultra-interventista, e un’Italia, non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, titubante, diciamo timidamente interventista, e sembrerebbe addirittura già pentita, è evidente che di programmato non c’è proprio nulla.

Per evitare equivoci, non dico che le motivazioni dell’intervento non siano chiare, anzi è evidente che si tratta di motivazioni economiche e geopolitiche, anche se inquinate da motivazioni di politica interna, soprattutto per quanto riguarda Italia, Francia e, per altro verso, la Russia. Altrettanto chiaro è che i dissensi siano anch’essi correlati alla contrapposizione di interessi economici tra loro conflittuali.

Dovremmo allora concludere che le cose in Libia si siano davvero sviluppate spontaneamente, a furor di popolo, e d’altra parte la natura popolare dei fatti di Tunisia ed Egitto sembrano fuori discussione. Le potenze occidentali hanno considerato l’occasione propizia per fare i propri interessi, magari a detrimento di interessi dei propri alleati, tendendo cioè a sfruttare un vuoto di potere apparente che si andava configurando in quel paese. Nello stesso tempo, dobbiamo ammettere che comunque esse stiano venendo al traino del popolo libico, così da non avere avuto il tempo di mettersi d’accordo tra loro sulla spartizione delle spoglie.

Io quindi sto dalla parte degli insorti libici, e non sto certo dalla parte di Sarkozy, ma preferisco un contesto evolutivo a un contesto immobile, come si sarebbe configurato nel caso che Gheddafi avesse pacificato il proprio paese. Capisco che le evoluzioni di cui parlo scontano una certa quantità di sangue versato, ma spero che non vorremo essere così ipocriti da misurare il sangue versato da parte delle potenze occidentali e di girarci da un’altra parte per evitare di misurare il sangue versato da parte di Gheddafi: sempre sangue umano è!

Alla fine, mi rimane il dubbio che le differenze di opinione che si osservano a sinistra siano per una parte consistente dovute a un differente giudizio su Gheddafi: chi come me lo vede come un despota crudele, che cinicamente porta avanti i propri personali interessi e i propri stessi familiari, preferisce vederlo destituito. C’è poi una certa opinione di sinistra che vede in Gheddafi un abile capo di stato che è riuscito a tenere testa al diavolo, cioè alle potenze occidentali, e quindi chiude gli occhi davanti alla sua politica interna, pronto quindi a lasciargli fare ciò che deve nel suo paese per riportare ordine.

In ogni caso, la situazione è assai incerta, e ciò è in sé un fatto positivo: se nessuna prospettiva specifica è già stata decisa da chi comanda nel mondo, allora ci possono essere speranze di una soluzione a questi sgradita, ed è ciò su cui, pur con tutte le difficoltà che ho detto, risento di puntare.

lunedì 21 marzo 2011

LA SENTENZA SUL CROCEFISSO

Il giudizio d’appello sul crocefisso della Corte di Giustizia europea e stato aspramente criticato. Colpisce soprattutto il testo della sentenza che in sostanza derubrica il crocefisso a semplice simbolo identitario. Come è stato detto, ciò significa che il crocefisso viene assimilato alla pizza o agli spaghetti al pomodoro, simboli di una certa cultura nostrana.

Condivido totalmente questo giudizio, ma mi chiedo se la Corte non ha poi detto la verità. Mi chiedo insomma se il significato religioso, di mistero religioso che il crocefisso dovrebbe avere, non sia già cessato da tempo, e che quindi solo un atteggiamento ipocrita consente ancora di accostargli un contenuto di fede religiosa.

La mia opinione è che, certo, i credenti dovrebbero essere contrariati da questa sentenza, ma in fondo anch’essi sono “uomini di mondo”, e queste cose le sanno. La Chiesa cattolica si è tanto battuta su questa questione, per motivi di potere, gli stessi motivi che la costringono a fare patti con Berlusconi, che, anch’egli “uomo di mondo”, della religione se ne frega allegramente, ma dei provvedimenti che stanno a cuore alla Chiesa per motivi finanziari e per motivi di egemonia culturale invece se ne occupa, eccome!

Il crocefisso negli edifici pubblici è il simbolo, non tanto delle nostre radici culturali, quanto del potere della Chiesa Cattolica, a cui si conferma in Italia il trattamento speciale, quello che neanche i padri costituenti ebbero il coraggio di toglierle, accogliendo integralmente i Patti Lateralensi.

sabato 19 marzo 2011

LIBIA, UNA SCELTA SOFFERTA

Come avrei desiderato che i libici ce l'avessero fatta da soli a liberarsi di Gheddafi! Pensate se in Libia fosse andata come in Tunisia e in Egitto, processi in fieri e la cui dinamica è tutt'altro che scontata, ma che mostrano certo aspetti positivi.
E invece, obtorto collo, devo convenire che di un intervento esterno non se ne può più fare a meno. Non che io mi fidi dei governi occidentali più che di Gheddafi, ma il coinvolgimento della nostra nazione è già nei fatti a causa della nostra vicinanza, dei nostri pregressi coloniali e dei nostri attuali rapporti economici. Le nazioni islamiche continuano a bruciare, oltre che in Libia, anche nello Yemen, in Siria e nel Bahrein, e non servirebbe a nulla girarci da un'altra parte.
Non è certo una situazione che mi piace, ma essa va comunque governata. L'impegno, che oggi inizia e non si esaurisce certo nella scelta interventista, consiste nel far rispettare i limiti della missione e complessivamente l'esito delle vicende a cui stiamo assistendo, imponendosi quindi un'attenzione continua ed accurata, senza lasciare tutto nelle mani di governi ed eserciti.

giovedì 17 marzo 2011

VIVA L'ITALIA, VIVA LA SUA COSTITUZIONE REPUBBLICANA!

Ho voluto espressamente postare oggi questo breve scritto come una testimonianza, una specie di risposta ad un appello.

Se ammettiamo che la costituzione, pur con inevitabili limiti ed errori, sia condivisa e condivisibile, allora potremmo essere italiani in quanto ci riconosciamo in essa. La destra al governo si divide tra sedicenti secessionisti e mercanti in attesa del migliore offerente, ed entrambe queste parti sono impegnate ad attaccare la costituzione. In questa situazione, gridare "Viva l'Italia" significa essere contro costoro, essere di parte, ma nello stesso tempo essere per tutti.

E proprio perchè ritengo che i distinguo che vedo a sinistra su questa festa siano anche inconsapevolmente dovuti ad individualismo piuttosto che a cosmopolitismo, dirò:

"Viva l'Italia, viva l'Europa, viva tutto il mondo!". In questa versione di patriottismo, di patriottismo allargato e di cosmopolitismo, saremo certo tutti d'accordo, o no?

mercoledì 16 marzo 2011

LA POLITICA COME SPETTACOLO

Oggi vorrei accostare due temi dell’attualità politica apparentemente senza alcun legame tra loro, mostrando come tutto ciò che ci viene comunicato da talk-shows televisivi e grande stampa costituisca puro spettacolo, nascondendo ben altre finalità che non vanno rivelate.

Cominciamo dalla vicenda del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia che si festeggerà domani, e del vergognoso atteggiamento tenuto dai consiglieri della Lega ieri al Consiglio Regionale della Lombardia. Come saprete, i leghisti sono usciti dall’aula quando si è intonato l’inno di Mameli. Ebbene, questo rientra in una politica-spettacolo. Nello stesso momento in cui la Lega è diventato un partito nazionale, mostrando di avere ben assimilato i costumi romani, nello stesso momento in cui ha trasformato la propria scommessa federalista in una farsa, attraverso provvedimenti legislativi che affossano ogni prospettiva federalista e servono soltanto ad aumentare le tasse senza farsene accorgere, nello stesso momento in cui al familismo di Bossi si aggiungono episodi acclarati di collusione con organizzazioni criminali, l’unico modo per mantenere i consensi è questo agitare scompostamente atteggiamenti secessionisti, a cui essi sono i primi a non credere, costituendo proprio per loro una prospettiva molto declamata ma per niente desiderata e perseguita. In sostanza, Bossi tiene famiglia e deve sistemare amici e parenti, tutta una classe di dirigenti intermedi va ad occupare posti di potere non disdegnando rapporti anche col diavolo pur di pensare ai propri personali inconfessabili interessi, e alla base leghista, come noto di bocca buona, si fa credere che si stia lavorando per la secessione, in un partito che più centralista e romano di quant’è, non potrebbe essere. Gesti come quello di ieri sono tutti ad appannaggio di questi creduloni leghisti di base incapaci di esercitare analisi minimamente critica di quanto dice il loro fuhrer Bossi.

Passiamo ora alla vicenda delle centrali nucleari. Non è carino autocitarsi, ma parecchio tempo fa sostenevo l’ipotesi che la vicenda delle centrali nucleari, similmente del resto a quella del ponte sullo stretto, non sarebbero mai arrivate a completamento, e che la loro realizzazione non era il reale obiettivo del governo. Il vero obiettivo è, secondo un costume nazionale tristemente noto, quello del saccheggio, aprire canali di finanziamento formalmente finalizzati alla realizzazione di una certa opera, in realtà destinati ad amici e parenti attraverso consulenze e comitati destinati alla gestione della fase di preparazione. Tutto ciò avviene sapendo sin dall’inizio che non si verrà mai a capo ai progetti tanto annunciati e declamati, ma un effetto si ottiene lo stesso, trovare una giustificazione per distribuire prebende a destra e manca, salvo poi tagliare i fondi per la cultura e l’istruzione.

Oggi, di fronte al disastro in Giappone, all'incombente catastrofe ambientale a seguito dei danni ai reattori nucleari, e con un referendum che incombe tra pochi mesi, nessuno privo di senno potrebbe davvero credere di riuscire a fare digerire agli italiani l'installazione di centrali termonucleari.Se però il fine è quello di potere continuare a foraggiare come dicevo i propri amici e parenti, allora la fase di definizione dei siti e delle caratteristiche delle centrali deve andare avanti. In un certo senso, il disastro in Giappone ha fatto un favore al governo, dandogli una ottima scusa per non costruire le centrali che comunque non ha mai realmente pensato di realizzare.

In una società quindi in cui si è smarrito il significato di interesse generale, lo stato è diventato preda di interessi particolari e strutturati in gruppi di potere che operano in maniera per tanti aspetti simile alla mafia. Il successo di uno specifico gruppo di potere dipende in definitiva dall’efficacia dell’immagine che si propone di sé a un pubblico inebetito che crede alle storielle che gli si raccontano. In questo senso, si potrebbe dire che l’insuccesso del PD stia nella sua incapacità di proporre la sua favola, che abbisogna di una certa minima coerenza, irrintracciabile in un partito diviso tra microfazioni e probabilmente anche a corto di immaginazione.

Vorrei aggiungere un’ultima notazione, un po’ fuori tema in questo post, e che riguarda la tematica del termonucleare. Mi chiedo perché gli esperti che girano per salotti televisivi vari non chiariscano agli ascoltatori come la sorte dei reattori convenzionali (a neutroni termici) sia strettamente legata ai reattori autofertilizzanti, molto più pericolosi perché operano a circa 700 gradi centigradi (invece che inferiore ai 200 delle centrali convenzionali), visto che la disponibilità di uranio 235 sarà sempre minore e che quindi si usa crescentemente plutonio 239, prodotto proprio nei reattori autofertilizzanti, un silenzio preoccupante!

lunedì 14 marzo 2011

PER UNA STORIA DEI DISASTRI AMBIENTALI

Forse, bisognerebbe iniziare a scrivere, almeno a partire del terzo millennio, la storia dell’umanità come storia dei disastri ambientali. Quantomeno, alla lunga e triste sequenza di eventi catastrofici che si succedono nel nostro globo terracqueo, dovrebbe essere dato il giusto rilievo. Ciò che invece succede è che anche gli eventi più drammatici, il cui effetto si prolunga ben oltre il momento in cui avvengono, entra nel solito tritacarne dei mass media, dove un’informazione spinge via quella precedente. Mi chiedo chi oggi parla più del disastro del golfo del Messico, tranne forse quelle popolazioni più direttamente coinvolte. Così però, non si crea una memoria collettiva, i danni ambientali si accumulano, le vittime si dimenticano, la sporcizia finisce insomma sotto il tappeto in attesa del successivo disastro, fino a che il bozzo sotto il tappeto non si potrà più nascondere, diverrà palese.

L’anno passato avevo postato sulla preoccupante escalation di disastri ambientali che siamo costretti ad osservare. L’augurio che facevo era che il 2011 potesse interrompere questo preoccupante andamento crescente nel numero e nella gravità dei disastri.

Questo scorcio d’anno c’ha, invece, già consegnato altri disastri, tra cui alcuni riguardanti il nostro stesso paese. L’evento però che sovrasta tutti gli altri è il gravissimo terremoto e susseguente tsunami che ha colpito il nord-est del Giappone. Si tratta della cronaca di questi ultimissimi giorni, ed ancora non è possibile tracciare un bilancio affidale dei danni alle persone, dei danni materiali immediati, e tanto meno arrischiare una previsione sui danni futuri, quelli di lungo periodo. La minaccia che pende è quella collegata ai danni che hanno subito i reattori nucleari collocati in quell’area. Si sa per certo che almeno due reattori hanno subito danni seri, che già quantità ingenti di vapore contaminato radioattivamente sono stati rilasciati nell’atmosfera. Si tratta di una contaminazione controllata, cioè deliberatamente attuata per prevenire una ben più grave evenienza, se l’accumularsi di pressione gassosa crescente si fosse risolta in una catastrofica deflagrazione di materiale fortemente radioattivo. Tuttora invece nulla si conosce su possibili ben più gravi danni che potrebbero presto verificarsi nel caso che fallisse il tentativo di raffreddare i reattori utilizzando acqua del mare, una soluzione d’emergenza che renderà inservibili i reattori.

Al contrario di eventi direttamente ascrivibili all’attività antropica, come tipicamente il disastro nel golfo del Messico, stavolta l’evento scatenante ha una causa integralmente naturale. E’ evidente che il movimento delle zolle terrestri non dipende neanche indirettamente dalle attività antropiche. Sarebbe però affrettata la conclusione che i danni conseguenti non coinvolgano le scelte che l’uomo ha operato in quel territorio. Già per i danni accertati, la responsabilità dell’uomo è certa almeno per quanto riguarda il crollo di una diga, per inquinamenti chimici a seguito del danneggiamento di strutture industriali, e naturalmente per la questione che fa tenere il fiato sospeso a tutti riguardante gli impianti termonucleari.

E’ perfino banale prevedere la consueta autoassoluzione da parte dei responsabili delle scelte degli insediamenti coinvolti, come sempre la categoria della fatalità verrà utilizzata per fare in modo che le scelte procedano sempre nella stessa direzione e che si eviti di mettere sotto processo una certa politica economica, che appare sempre più un’economia resasi autonoma dalla politica. Tralascio di parlare della consueta spazzatura, come quella che c’ha offerto il solito Chicco Testa, divenuto ormai un vero pasdaran del nucleare, incapace di dialogare minimamente malgrado la pacatezza del suo interlocutore che argomentava sensatamente e senza mai assumere un atteggiamento ciecamente intransigente. Io credo che, malgrado la pronta dichiarazione del solito Cicchitto (ma a che titolo, non spettava semmai a un ministro?), le scelta di insediamento di impianti termonucleari nel nostro paese subirà inevitabilmente un ripensamento. Mi chiedo però se ciò sia sufficiente, se non sia necessario anche che in tutta Europa ci sia un collettivo ripensamento anche riguardo gli insediamenti già esistenti, molti pericolosamente ai nostri confini. L’Europa c’ha sequestrato ogni autonomia nel campo della politica economica, non dovrebbe adesso costruire una politica energetica comune, che obbedisca a scelte collettive?