Il cretinismo continua
imperterrito su tanta stampa e TV, con questa storia della spending review.
Qui, non starò a parlare del provvedimento in sé, in omaggio alla dichiarazione
del governo che sostiene sia in progress e quindi non ancora puntualmente definito,
ma di quanto appare sulla stampa, proprio perché i commenti giornalistici
riguardano la ricostruzione che essi fanno di quello che questo provvedimento
sarà. Vedremo poi, una volta che esso sarà diventato di pubblico dominio,
quanto le indiscrezioni giornalistiche siano fondate...
Sul primo tipo di cretinismo, mi
soffermerò poco, visto che ne ho parlato in un precedente post, dall’esclusivo
punto di vista della liquidità del sistema, tassare e tagliare è assolutamente
equivalente, e sostenere il contrario viola i principi logici. Così, se si teme
che tassando si produca recessione, lo stesso effetto si ottiene se si tagliano
le spese statali, sempre meno denaro finisce nel circuito economico.
Ci sono però altri tipi di
cretinismo, e sono di lunga data. Quando ci imbattiamo nei loro effetti
nefasti, invece di prenderne atto e magari cantare il mea culpa, facciamo finta
di niente, ne annulliamo gli effetti ma senza rimuoverne le cause. Ciò
corrisponde a un tipo sui generis di cretinismo, che potrei sintetizzare con
l’espressione “incapacità di usare il principio di causalità”.
In questo contesto, mi soffermerò
sul cretinismo del decentramento, da taluni assunto simbolicamente come un
primo passo verso il secessionismo (sic!).
Ne viviamo immersi praticamente
da mezzo secolo, da quando, in attuazione della costituzione, furono istituite
le regioni. Non ne siamo mai usciti, sempre bombardati da messaggi che ci
dovevano convincere che avvicinare la sede delle decisioni costituiva una
grande vittoria di democrazia. Faccio pacatamente notare che la famiglia, il
primo mattone dell’ordinamento sociale, è (e deve essere) la meno democratica
delle istituzioni sociali.
La dimensione piccola è l’unica
che possa permettere l’esercizio della democrazia diretta, ma nel nostro caso,
quello della democrazia rappresentativa, andare verso il piccolo toglie un
elemento decisivo per questo tipo di ordinamento politico, l’anonimato, la
possibilità cioè di sottrarre le decisioni a criteri di conoscenza personale,
al particolarismo che deriva dal fatto che i portatori di diritti e doveri
hanno un nome e cognome, e che nella gran parte dei casi sarebbe meglio che chi
assume le decisioni comuni, tratti invece i cittadini come se fossero anonimi
in ossequio al famoso principio “la legge è eguale per tutti”. Ciò è
particolarmente importante nella cultura del nostro paese, notoriamente
familistica e tendenzialmente mafiosa.
L’unico modo di contrastare la
formazione di camarille e cricche varie, sta nel fissare criteri generali,
abbastanza dettagliati da essere applicabili in maniera adeguatamente
articolata, ma ciò richiede di raggiungere un livello statisticamente
significativo, cioè andare verso i grandi numeri. Così, la centralizzazione statale, lungi dal
rappresentare un elemento di rigidità, di immobilismo e magari di formalismo
ebete ed inefficiente, costituisce l’unico modo per superare i particolarismi
che caratterizzano da sempre la nostra nazione: avercelo il centralismo!
A quanto dicono i giornali,
sembra che anche Bondi abbia di fatto gettato la spugna della verifica puntuale
delle specifiche situazioni, finendo col seguire il metodo Tremonti dei tagli
lineari. Ciò è in qualche modo inevitabile quando lo stato rappresenta non
l’unico ed indiscusso attore delle decisioni comuni, ma deve invece fare i
conti con strutture decentrate di ogni tipo, dalle regioni, alle province, ai
comuni, per finire alle Università e alle ASL e così via. Se le decisioni di
merito spettano ad altre strutture, ed io invece devo fare cassa, allora non
posso che dettare regole comuni rigide e del tutto contrarie al fine di
aumentare l’efficienza delle strutture implicate, perché tali regole si devono
applicare a pezzi dello stato sottratte alla potestà del governo ed affidate
per appunto le deciisoni di merito ad enti decentrati.
Facendo un esempio, se il suo
consiglio di amministrazione avesse mal gestito l’Università di Catania, lo
stato non può sostituirsi ad esso per operare scelte più appropriate, per fare
ciò bisognerebbe appunto rinunciare all’autonomia degli atenei, confermata
dalla recente legge 240/2010 tra l’altro, senza creare questa rivoluzione può
soltanto operare tagli quantitativi a casaccio che finiscono per non tenere
conto delle specifiche situazioni.
Se mando a casa un docente, potrei
fare un’operazione meritoria ove egli operasse dove altri colleghi possano
agevolmente supplire alla sua opera, ma potrei distruggere strutture di ricerca
e di didattica ove questo docente non possa essere supplito in virtù delle
specifiche competenze che altri colleghi non condividono con lui.
In verità, sarebbe stato
importante già in fase di assunzione considerare correttamente le esigenze a
cui tali assunzioni servivano, ma difficilmente la struttura decentrata può
svolgere tale ruolo, invischiata com’è nel fatto che chi sta negli organi
collegiali di decisione è anche il destinatario di tali scelte. La soluzione
sta nell’eliminare questa autonomia data agli atenei e quindi in definitiva
agli stessi suoi dipendenti. Se non si ha la forza o il coraggio di fare ciò,
di estirpare il problema alla radice, allora si opereranno i tagli lineari del
tipo pensionare un tot percento di docenti, indipendentemente dalle esigenze
specifiche di ciascuna struttura, e questo sì costituisce un criterio ottuso,
cosa che però non dovrebbe spingere a considerare come ottuso qualsiasi
criterio privo di discrezionalità.
In definitiva, è inevitabile,
checché se ne dica, che aumentare i centri di decisione di spesa diminuisca
l’efficienza, che, come chiunque po’ sperimentare, l’uso della lente
d’ingrandimento è limitato a situazioni molto specifiche, nella gran parte dei
casi un’osservazione realistica implica uno sguardo di assieme, la possibilità
di osservare i contesti complessivi. Così, prendere decisioni lontano dal contesto
coinvolto, non costituisce un limite, costituisce anzi l’approccio più corretto
per non perdersi in dettagli insignificanti perdendo di vista il tutto.
Naturalmente, oggi forse
cominceranno a manifestarsi i detrattori del decentramento, magari quegli
stessi che l’hanno fattivamente messo su, ma rigorosamente senza mai dichiarare
i propri errori, da noi non si usa, bisogna guardare avanti come mi dicono in
tanti anche sul luogo di lavoro, richiamare sempre le responsabilità non ha
senso, è un passato da dimenticare per andare verso il futuro.
A questo proposito, ho trovato
particolarmente spiacevole l’intervento del prof. Ichino a una recente puntata
de “L’infedele” di Lerner, in cui parlava della necessità di eliminare questo
moltiplicarsi delle forme di reclutamento, concludendo la positività della
legge in questo senso. Bene, io non so dove stesse Ichino nell’ultimo decennio,
ma il fenomeno di cui parlava non è stato una specie di calamità naturale che
si è abbattuta sulla nostra società, è stato un processo caldamente appoggiato
dalle nostre forze politiche, compreso il PD o quello che era precedentemente
(sempre le stesse facce però), con fermezza con la parola d’ordine della
flessibilità, di permettere alle aziende di farsi il contratto a propria scelta.
Non è che il precario è senza diritti perché l’ha stabilito un Dio lontano ed
inaccessibile, ma sono stati quegli stessi politici che adesso dicono che
bisogna finirla con questa divisione tra protetti e non protetti. Il risultato
mi pare è quello di togliere qualche diritto a quelli che l’avevano, attraverso
il trucco dell’omogeneizzazione (sempre verso il basso), mentre chi ha
sbagliato in passato, non lo ammette, non si dimette, pretende anzi di rimanere
dov’è ad omogeneizzare oggi, per magari ripristinare i lavoratori a diritto
zero domani, sempre le stesse facce, e sempre prive di qualsiasi senso della
propria responsabilità.
Io, fra l'altro, vorrei sapere in base a quale logica perversa verranno tolti 200 milioni alle università statali per darli alle scuole private! Come mi imbestialisco!
RispondiEliminaProprio ora ho letto che dalla spending review sono saltati via i 200 milioni per le scuole private! Almeno questo schifo per il momento è stato archiviato. Comunque le università private avranno 10 milioni! Ma non bastano le rette salatissime pagate dagli studenti!? Mah!
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