martedì 9 agosto 2011

IL NOCCIOLO DELLE SCELTE DEI GOVERNI RISPETTO ALLA CRISI FINANZIARIA

A cosa serve ascoltare i notiziari TV e radio? A cosa serve leggere i giornali? A cosa mai serve tentare di informarsi sul web? A cosa serve infine stare ad ascoltare le interviste e le dichiarazioni rilasciate dai politici?

Può certo servire ad occupare il proprio tempo, ma la mia domanda è se serva a qualcosa, se sia utile ai fini della comprensione di cosa stia accadendo sui mercati della finanza internazionale: non è questo che si dovrebbe chiedere al settore dell’informazione, non è ciò che si dovrebbe pretendere da chi, con funzioni differenziate, occupa i mass media, e ne fa anzi il proprio mezzo di sostentamento e di notorietà?

Sfido chiunque a dirmi se in giro per il mondo dell’informazione abbia trovato una spiegazione degna di questo nome di cosa stia succedendo, perché i mercati di tutto il mondo vanno in una stessa direzione, crollo dei corsi azionari, grande movimento dei rapporti tra le differenti valute, e generale aumento dei rendimenti dei titoli, cioè riduzione del loro valore.

Qui di seguito, io, che non sono certo un economista, vi dirò ciò che ho capito, e che mi pare ridurre le questioni all’osso, alla loro sostanza. Lo faccio perché credo che le questioni sul tappeto siano elementari, perfino banali, tanto che un profano come me si può avventurare a dare il proprio punto di vista. Se ne deve dedurre che se stranamente non si sa più di che si parli sui mass media, non è perché sia difficile andare dalla superficie degli eventi al nocciolo vero dei fatti, ma perché evidentemente una coltre di fumo deve interporsi tra la realtà e ciò che, come utenti dell’informazione, ci viene offerto.

Il nocciolo della questione sta semplicemente nel numero che rappresenta l’ammontare complessivo di titoli che gira sui mercati finanziari: si tratta di circa 610 trilioni di dollari, o se preferite di 610 mila milioni di dollari, o ancora potremmo dire circa 430 mila milioni di euro. Un numero così grosso è difficile da quantificare in assoluto, capiamo certo che la cifra è enorme, ma in fondo stiamo parlando dell’intero ammontare di titoli a livello mondiale, e non ci meraviglia che si tratti di una cifra davvero grande.

Per capire quanto grande sia questa cifra, dobbiamo fare un confronto che possa risultare significativo. L’uomo fondamentalmente da’ giudizi comparativi, siamo bravissimi a dire tra due secchi d’acqua quale sia più fredda e quale più calda, ma abbiamo davvero una ben modesta capacità di dire in assoluto quale sia la temperatura dell’acqua, e per questo usiamo i termometri.

Come termine di paragone quindi, useremo il PIL mondiale lordo, che è dell’ordine di un decimo di quella cifra, cioè circa 43 mila milioni di euro.

Questo paragone è particolarmente significativo perché può funzionare da indicatore del rapporto tra la cosiddetta economia reale, cioè quella che dalla produzione va al consumo attraverso gli scambi, e l’economia finanziaria.

Molto succintamente, nel tempo e soprattutto negli ultimi decenni, è cambiato radicalmente il ruolo svolto dalle banche. Fino agli anni settanta, le banche facevano semplicemente da intermediari finanziari. In sostanza, facevano incontrare il risparmio con le imprese, prendevano in prestito i soldi dei risparmiatori, e lo giravano alle imprese che avevano bisogno di denaro per investire.

Oggi a distanza di trentanni, questo ruolo di intermediazione è diventato marginale, le banche prendono ancora a prestito i soldi dei risparmiatori, ma lo utilizzano prevalentemente in proprio, come investitori su titoli altrui, ma anche, e questa è risultata la novità più rischiosa, come emettitori di propri titoli, a volte anche semplicemente rimescolando titoli preesistenti (i cosiddetti prodotti integrati). Paradossalmente, a fronte della severità richiesta ai bilanci statali, le banche hanno avuto mano libera ad emettere titoli senza limite alcuno, cioè le banche hanno generato da un certo ammontare di denaro, diciamo cinque, un ammontare di titoli per svariate volte maggiore, diciamo che da cinque hanno emesso titoli per cinquanta. In questo modo, hanno ottenuto nuovi prestiti da risparmiatori, innescando la spirale che ha portato alla bolla speculativa (in realtà, le banche hanno fatto anche di peggio, dovendosi poi trovare a chi cedere i prestiti ottenuti, tramite i tristemente famosi mutui a tasso inizialmente negativo).

Riassumendo, a causa di questo comportamento irresponsabile di banche ed altre istituzioni finanziare, e naturalmente anche a causa dei disavanzi dei bilanci nazionali, in misura assolutamente prevalente il bilancio USA, oggi ci ritroviamo con titoli a cui non corrisponde nulla di reale. Quando pertanto verranno a scadenza, potranno essere pagati solo emettendo altri titoli in una spirale apparentemente senza fine.

Qui sta il punto fondamentale, tecnicamente i titoli, chi più chi meno, sono spazzatura, cartaccia senza alcun valore reale. Descrivere questa situazione come l’esistenza di un ,maggior rischio di rimborso di uno specifico titolo, è in qualche misura fuorviante, il sistema finanziaro ha una sua intima unità, e il rischio non può essere confinato semplicmente ad un’unica tipologia di titoli. Per fare un esempio, se la Grecia smettesse di pagare i propri titoli in scadenza, banche di altri paesi, tipicamente francesi e tedesche, che detengono grandi quantità di questi titoli, si troverebbero in una crisi di liquidità, e dovrebbero tentare di salvarsi vendendo tutti gli altri titoli nel loro portafoglio. Per la legge dellea domanda e dell’offerta, questo aumento dell’offerta demipremerebbe i corsi di tali titoli, mettendo in difficoltà altri operatori finanziari, e così via, con un movimento di propagazione che non si vede come si potrebbe confinare, e che quindi finirebbe col coinvolgere l’intero mercato finanziario. Questo è ciò che vediamo già oggi, non vi sarebbe motivo perché un titolo azionario industriale dovrebbe soffrire conseguenze negative dalla crisi dei bilanci statali, o perché mai, mentre le materie prime attraggono capitali crescenti, ad esempio l’oro, proprio in questi giorni assistiamo a una diminuzione del prezzo del greggio clamorosa, di venti dollari al barile, in percentuale più del 20% di diminuzione (a proposito, come si spiega la mancata diminuzione del prezzo alle pompe?). Si spiega perché il prezzo del greggio è tipicamente un fatto speculativo, dovuto alle scelte di investimento nei future: se la liquidità diminuisce, anche sul future si punta meno denaro, tutto qui.

Riassumendo, il problema che sta mettendo in ginocchio l’intera economia mondiale, è costituito da questa immane massa di cartaccia che è stata emessa da vari soggetti, e che non si capisce come sarà pagata. C’è forse al mondo anche una sola persona che abbia idea di come risolvere questo problema? E’ inutile che i vari banchieri, soloni di economia, pomposi capi di governo e così via, ci parlino d’altro, noi vogliamo sapere un’unica cosa, cioè cosa fare di questi titoli. Diamo soldi alle banche per resistere al momento dei mancati pagamenti a scadenza dei titoli che esse hanno emesso? Impossibile, questi soldi non li abbiamo, possiamo far fronte alla prossima scadenza, ma dopo? A cosa serve allora pagare una specie di prima rata, quando già sappiamo che le rate successive non potranno essere pagate?

Questo problema non ha soluzione se non costringendo l’intero mondo a produrre dieci anni solo per rimborsare i titoli. In fondo, è questo che ci stanno chiedendo, di rinunciare a tutto per salvare il sistema bancario e i risparmiatori che ad esso hanno affidato i loro risparmi. Cosa in sé lodevole, ma ci sarebbe qualcuno in grado di spiegarmi perché dovrei considerare prioritario salvare il risparmio di una persona che comunque qualcosa da parte ha messo, facendolo pagare col lavoro di una persona nullatenente.

In definitiva, abbiamo un problema finanziario in sé irrisolvibile, e la cui crisi finale può essere solo postergata, ma certo non evitata. Questo rinvio del “redde rationem” può essere ottenuto solo prelevando risorse da chi dispone solo del proprio lavoro per mettere qualche pannicello caldo sulla schiena dei risparmiatori. Ciò d’altra parte implica il mantenimento dell’attuale sistema finanziario, con i medesimi attori, che continueranno ad operare, come è stato ampiamente verificato a seguito della crisi del 2008, con le medesime regole (non saprebbero cosa fare diversamente).

In Italia, i terzopolisti sono diventati i più sfrenati sostenitori delle privatizzazioni, svendiamo lo stato per ottenere qualche spicciolo per andare avanti ancora per un po’.

Il sistema finanziario ed i suoi irresponsabili attori sono i nemici veri dell’umanità, assecondarli significa essere loro complici. Questo va detto chiaramente ai governi di tutto il mondo: chi taglia lo stato sociale, e chi propone la privatizzazione di tutto, è il loro complice ed è il nostro più feroce nemico, si tratta dei veri nemici del popolo.

La parte più ricca dell’umanità ha una parte più o meno cospicua della sua ricchezza in titoli privi di un valore effettivo, i governi dovrebbero semplicemente prendere atto di ciò: per quanto possa apparire dolorosa la prospettiva di ignari e incolpevoli risparmiatori privati dei propri risparmi (ma la responsabilità oggettiva di avere fatto una scelta di investimento sbagliata c’è in ogni caso), ciò è comunque il male minore, rispetto al sacrificare la parte più povera dell’umanità per salvare quella più ricca.

Mai le scelta devono apparire nello loro elementare essenzialità: o si sceglie di salvare i ricchi, o si sceglie di salvare i poveri, delle acrobazie verbali dei politicanti non ne possiamo più, devono uscire allo scoperto e dirci se vogliono salvare i ricchi o i poveri.

venerdì 5 agosto 2011

POLITICANTI INDECENTI

Su questo sito, spesso mi sono occupato di politica interna, ma in questi giorni no, è proprio impossibile parlarne.
Vogliamo parlare delle parti sociali che rimettono le spade nel fodero per dire al governo di fare quyello che gli speculatori vogliono?
Vogliamo parlare delle ipotesi di Casini che sente il governo del paese a sua portata di mano, e comincia a scalpitare?
Vogliamo parlare del PD che, dopo vent'anni di disastrosa politica economica di stampo neoliberista che anche i suoi governi hanno portato avanti, oggi ci ripropone le liberalizzazioni, perchè si vergogna di scrivere privatizzazioni? Dunque sono queste le colpe di Berlusconi, di non avere privatizzato abbastanza rispetto ai desideri di Enrico Letta e delle forze economiche che lo sponsorizzano e di cui ritiene di essere fedele rappresentante?
Vogliamo infine parlare di questo ultrasettantenne che ormai cerca solo conforto tra le braccia di qualche fanciulla compiacente, e che, come ha esplicitamente dichiarato, è troppo occupato a salvare il culo alle proprie aziende per badare al paese di cui è il premier?
Questi politicanti da quattro soldi non meritano la nostra attenzione, devono solo andare a casa, ringraziando di salvare la propria pelle, inetti cospiratori contro l'interesse generale.

martedì 2 agosto 2011

LA POLITICA DEL FOTTICOMPAGNO

Lo stesso Bisin ritorna a impartirci la sua solita lezione con un altro suo articolo, basata sempre sulle solite, stantie argomentazioni.
Sostanzialmente, ci dice che esiste una logica sua propria nei movimenti nei mercati finanziari di questi giorni. Su questo, sfonda certo una porta aperta, nessuno sostiene che gli operatori finaziari siano dei pazzi. Il punto tuttavia è un altro, ed è che si tratta di una logica perversa che a sua volta discende da regole che i mercati si sono dati da loro e la cui affermazione ci porterebbe a conseguenze del tutto sciagurate.
Chiunque capisce che il debito USA è la vera mina vagante dell'economia globale, visto che è quasi tutto piazzato all'estero, ma ciò non equivale a considerare le agenzie di rating e gli invesitori dei pazzi perchè classificano gli USA meglio di tanti ben più virtuosi paesi (e tra questi tocca anche all'Italia stare), ma soltanto che i giudizi tengono conto del quadro complessivo, non ignorando quindi il ruolo di potenza di gran lunga più potente del mondo. Questa però è una motivazione extrafinanziaria, ma del tutto sensata, su questo non c'è dissenso.
Il punto è che nessuno sa dire come uscire da questa situazione, come provare a riassorbire questo enorme debito, e, visto che gli USA per il loro stesso ruolo internazionale non possono fallire, toccherà ad altri rimetterci le penne, e qui in Europa abbiamo capito, dovremmo tutti aver capito che la riscossione del conto è già in corso.
Ora, se io sono un governante, devo capire come fare ad uscire da una tale situazione, mi dovrei porre questo problema, e dare una qualsiasi risposta, fosse anche non del tutto soddisfacente. Invece, che facciamo? Semplicmente lo ignoriamo, rimandiamo il momento del "redde rationem", m facciamo finta che il problema sia un altro, e pretendiamo di uscire da una situazione che è senza uscita globalmente, e che può soltanto trovare soluzioni nazionali. Certo, stringiamo la cinghia e riduciamo drasticamente il debito, si può fare, ma ciò equivale semplicemente a spostare su un paese concorrente la mira della speculazione, non a risolvere il problema insolubile del debito USA. Su questo speicfico problewma, saremo sempre coinvolti, o attraverso l'euro, o attraverso l'FMI, ne dovremo sempre pagare le conseguenze, a meno che decidiamo di uscire da questo mercato, ne riconosciamo il carattere inerentemente fittizio e nello stesso tempo vessatorio.
E infine, mi preoccupa questo monopensiero che pretenderebbe addirittura di essere di sinistra, anche nell'alveo di una certa tradizione marxista, per cui bisogna crescere. Sì, è vero, il capitalismo richiede la crescita sennò non può reggere, è una questione intrinseca al proprio stesso modo di funzionamento, ma crescere è impossibile in un mondo in cui il tasso di aumento dell'anidride carbonica continua a crescere a ritmi preoccupanti, in cui le scorte di combustibili fossili (ma anche nucleari in realtà) tendono a diminuire, in cui le miniere da cui traiamo tanti minerali così fonbdamentali per lo sviluppo tecnologico sono alla soglia dell'esaurimento, in cui la superficie coltivabile tende a contrarsi, e che quindi porterà presto a dimensioni spaventose la differenza tra produzione ed esigenze alimentari.
Ma per la gente come Bisin l'unico problema sembra essere come fottere magari il Belgio alo nostro posto senza neanche minimamente neanche tentarre di capire le dimensioni immani dei problemi che abbiamo di fronte, e che certo sarebbe ridicolo asddebitare ad un uiomo ridicolo copme l'attuale premier.

lunedì 1 agosto 2011

DEFAULT USA, ISTRUZIONI PER L'USO

Mi chiedo se qualcuno di voi ha capito qualcosa in questa vicenda, oggi a quanto pare scongiurata, del possibile default USA.
Apparentemente, girando nella blogsfera, mi pare che la maggior parte della gente si sia prudentemente tenuta fuori da questo argomento, e credo che ciò sia prevalentemente dovuto a una difficoltà a comprendere pienamente cosa stava accadendo proprio al centro dell'unica nazione davvero imperialista rimasta.
Naturalmente, non si può pretendere che uno come noi, che ha una sua propria professione, un suo proprio inerario culturale, debba avere specifiche competenze in campo finanziario, una cosa da specialisti, saremmo tentati di dire.
Eppure le cose non stanno proprio in questi termini, almeno io ho una visione differente della situazione.
Per cominciare a svolgere il mio ragionamento, vorrei partire da questo articolo, uno dei pochi editoriali il cui autore abbia avuto iol coraggio di esprimere un'opinione chiara in proposito.
Ebbene, la tesi dell'autore appare davvero sorprendente. Come potete apprezzare se leggete l'articolo, l'autore sostiene che il problema che gli USA si trovavano a fronteggiare era nella sostanza soltanto una schermaglia politica, nessun problema finaziario reale, come invece sarebbero per questo giornalista quelli che si trova a frontaggiare l'area dell'euro.
Il punto è che quando qualcuno richiama il concetto di reale e di realismo, allora è proprio il momento di stare in guardia. E se si adotta un atteggiamento critico, allora si capisce che il ragionamento di quell'articolo può essere agevo,lmente capovolto.
Detto schematicamente: cosa sarebbe successo negli USA a seguito del default, e cosa in Europa a seguito degli attacchi speculativi della passata settimana?
Ebbene, negli USA, nulla di realmente grave per l'articolista, semplicemente da settembre non si sarebbero potute pagare le pensioni e alcuni stipendi, quisquiglie e pinzellacchere, avrebbe detto Totò, soltanto che il governo federale non aveva più un dollaro a propria disposizione: dobbiamo allora concludere che per l'articolista tutto questo sia solo qualcosa di virtuale?
A fronte di ciò, in Europa avremmo avuto sostanzialmente un problema di quotazione di spread, come dire quindi che la considerazione del mercato per il debitore Italia era minore rispetto al debitore Germania. Qui, mi pare, siamo davvero nel virtuale, che si trasforma in reale solo per chi compra e vende spread o magari titoli di stato ed altri titoli a questi collegati. E' interessante notare come nell'articolo citato ciò appaia più reale del venire a mancare improvviso dei mezzi di sussistenza per milioni di cittadini USA.
Il problema però non sta nelle specifiche opinioni di specifici soggetti che operano nel settore dell'informazione, quanto piuttosto nella questione in sè. Il fatto è che i meccanismi dei mercati finanziari sono divenuti così complessi e tendono così tanto ad evolversi, che attribuire loro un significato appare davvero una pura questione di opinione.
Voglio insomma dire che il meccanismo di funzionamento dei mercati è diventato una variabile indipendente, che si autocostruisce, si autolegittima e infine si autointepreta.
Cosa sono i rating espressi dalle apposite società? A quale criterio oggettivo ed indiscutibile fanno riferimento? A nessuno, come si può concludere quando si veda che alcune volte esse esprimono giudizi differenti sullo stesso soggetto.
Ma c'è una questione più di fondo: il rating esprime un giudizio relativo o assoluto? In altre parole, si misura come un soggetto si colloca all'interno di una classifica che riguardi soggetti analoghi, oppure il giudzio esprime la soddisfazione di un criterio assoluto, che prescinda dalla situazione degli altri soggetti?
Pensavo a questo ascoltando i vari notiziari, e il sospiro di sollievo che il mondo intero avrebbe tirato alla notizia dell'accordo avvenuto tra parlamento e Presidente. Se il giudizio fosse relativo, la discesa di un pezzo grosso come gli USA avrebbe di fatto allievato la situazione di paesi in sospeso come l'Italia. Qui, non esprimo alcuna considerazione sulla relativa capacità di solvenza, che per inciso, mi pare ben più alta per l'Italia, i cui creditori sono ancora in lieve maggioranza propri cittadini, rispetto agli USA, i cui creditori sono quasi tutti esteri. Ma, qualcuno potrebbe obiettare, gli USA sono la prima potenza del globo. Questa però non è uina considerazione che si basi su motivazioni tecnico-finanziario, bensì chiaramente di tipo politico, e allora queste agenzie di rating sono a tutti gli effetti soggetti politici: per me non è certo una sorpresa, ma per altri, per i difensori del mercato, per costoro come si possono conciliare queste considerazioni con la sacralità intrinseca del mercato?
Allora, se non è relativo, il rating è un giudizio assoluto, ma subito viene fuori un altro problema: che senso avrebbe fissare un criterio assoluto e quindi necessariamente astratto? Se il rating non rappresenta un giudizio di valore, ma semplicemente un criterio per orientare le scelte degli investitori, allora, il criterio non può che essere relativo, scelgo gli USA perchè sono migliori dell'Italia o viceversa. Se entrambi i paesi sono pessimi, e così lo sono quasi tutti, allora come investitore il reating sartebbe del tutto inutile, uno strumento inadeguato allo scopo per cui era stato pensato.
La questione quindi è proprio quella che dicevo prima, che chi ha capacità di orientare il mercato, o peggio di determinarlo, lo fa esclusivamente per i propri interessi, e tutte le sciocchezze che ci vorrebbero far credere su ratings e roba simile sono solo pezze d'appoggio per scelte già fatte.
Ora, su questo vero e proprio imbroglio, si sta portando avanti un colossale processo di trasferimento di risorse economiche dai poveri ai ricchi del mondo, e tutto ciò avviene di fronte a una classe politica mondiale pusillamine o frnacamente complice, e di fronte a un'incomprensibile passività dei popoli, come se ci si facesse sfilare il portafoglio da un rapinatore che invece di usare un'arma per perpetuare il suo crimine, lo facesse con un ampio e simpatico sorriso, e le vittime si facessero abbindolare così facilmente senza opporre resistenza alcuna.

sabato 30 luglio 2011

LA PAZZIA DI BRIEVIK E LA SOCIETA' CONSUMISTICA

Ma Brievik, il sanguinario killer norvegese, è o non è un pazzo?
Questa domanda, a rigore, richiederebbe una precisa ipotesi su cosa sia la pazzia, un problema così complesso a cui sembra pressocchè impossibile rispondere.
Io dico: ma siamo certi che noi vogliamo sapere se egli è pazzo, che è questa la domanda giusta?
A me pare piuttosto che ciò che realmente ci interessa è il suo rapporto coi vari Borghezio, Le Pen ed altri xenofobi razzistoidi che infestano la politica europea. Brievik è l'effetto, seppure patologico ed abnorme, di queste ideologie retrive, si può formulare una sorta di accostamento tra loro? Oppure, alternativamente, Brievik è semplicemente un pazzo conclamato, e le idee che proclama sono prive di rilevanza, un esile velo che ricopre motivazioni psicotiche strettamente personali.
Io sostengo la prima ipotesi, se non altro perchè costituirebbe un ben grave errore ignorare le sue parole. Egli ha esplicitamente sostenuto da una parte ipotesi politiche del tutto analoghe a quelle espresse dai citati partiti xenofobi, e dall'altra un suo orrendo obiettivo agonistico, risultare il più sanguinoso assassino nella recente storia europea. Tenterò pertanto di tracciare quale ritengo sia la relazione tra un singolo assassino sanguinario, sicuramente con chiari elementi di psicosi, e i movimenti xenofobi, più che mai in auge un po' in tutti i paesi europei.
Per fare ciò, è necessario analizzare l'evoluzione storica che ha subito la cultura europea, in sostanza l'influenza che essa ha subito da parte delle'egemonia USA, dai tempi del nazismo ad oggi. Naturalmente, questo sarebbe un compito improbo, in assoluto ma ancor più se si tentasse di farlo in un breve post, e quindi io mi riferirò a un singolo aspetto.
Devo ancora aggiungere che le tesi che verrete illustrate nel seguito sono state fortemente stimolate da un post e dai susseguenti commenti lì espressi.
La questione è quindi cosa differenzi il nazismo dai movimenti a base razzistoide dei nostri giorni. Non mi sembra che dal punto di vista teorico si possano scorgervi grandi differenze, ma ciononostante le differenze ci sono. Oggi essi si muovono su una base legislativa che preservi le società nazionali da fenomeni di immigrazione da aree etnologicamente e dal punto di vista religioso differenti, mentre il nazismo voleva innazitutto fare pulizia in casa tramite la ghettizzazione degli ebrei. Ci volle ancora lo scoppiare del conflitto mondiale perchè i ghetti si trasformassero in lager, cioè in strutture scientificamente concepite per perpetuare un genocidio.
Ci sono quindi specifiche condizioni storiche, la guerra das uina parte, e gli immani flussi migratori che oggi la tecnologia permette, anche solo dal punto di vista della conoscenza che altri mondi esistono, inimmaginabili settanta anni fa.
C'è però anche una differenza che a me pare di somma rilevanza, e cioè quella che definirei la corruzione della società odierna, un influsso culturale di origine atlantica, che c'ha nel giro di pochi decenni trasformati da cittadini in consumatori. Si potrebbe formulare come il dominio degli oggetti, nel fatto che la nostra vita viene oggi definita innanzitutto dagli oggetti che possediamo. Ciò implica il procurarsi il reddito che ci assicuri la capacità di spesa, l'incapacità di vivere nel presente, godendoci ciò la natura, in primis la nostra stessa natura, ci assicura indipendentemente dal possesso di mezzi finanziari, perennemente insoddisfatti perchè gli oggetti di cui ci circondiamo non sono mai abbastanza, e infine, la cosa più rilevante nel contesto di questa discussione, la paura di perdere gli oggetti che abbiamo.
Tale paura in realtà, pur partendo dagli oggetti, in realtà diventa una paura indistinta perchè perdere gli oggetti significa perdere il proprio status sociale, e di conseguenza anche gli affetti, la stima e la solidarietà delle persone che ci sono care.
Vorrei anche precisare che i danni della cultura americana in Europa sono ben maggiori che nella stessa società statunitense proprio perchè, mescolandosi ad una cultura preesistente di frugalità e risparmio, tipica delle nostre società contadine, massimizza questa paura, perchè insomma siamo pessimisti mentre gli americani sono ottimisti, almeno dal punto di vista storico.
La corruz
Così, quella specie di torpore che la divinizzazione degli oggetti tipica dei nostri tempi ha provocato nella società, tende a ridurne l'impatto violento.
Infine, tornando a Brievik, chi può concepire un piano che non è solanto diabolico, ma anche molto impegnativo se non una persona disperata, uno che non teme di perdere tutto perchè nulla possiede, a partire dall'assenza di affetti. La sua pazzia, se mi permettete i connessi aspetti paradossali, è essenzialmente dovuta proprio al suo non essere stato corrotto dalla cultura consumistica, e la sua capacità di resistere a tale cultura costituisce proprio quella alterità dal sentire comune che ce lo indica come pazzo.

mercoledì 27 luglio 2011

OMOFOBIA, TERMINE AMBIGUO E DA RIGETTARE

Oggi interverrò su un argomento scabroso come l'omofobia e in un modo che temo non sarà gradito almeno ad alcuni dei miei pochi lettori, ma proprio nell'esprimere posizioni controverse sta una delle motivazioni fondamentali della stessa esistenza di questo blog. Naturalmente, lo faccio adesso a seguito della recente votazione alla Camera di uno specifico DDL che riguarda tale argomento.
Per capire il mio punto di vista, è opportuna una premessa, riguardante la mia esperienza di lettore web. Mi riferisco alla mia frequentazione del sito de "La Nazione Indiana", un sito di taglio culturale, centrato prevalentemente su temi riguardanti l'arte ed in particolare la letteratura, ma che sovente si occupa di temi politici.
In questo sito, uno dei curatori del blog è Franco Buffoni che potrei definire un omosessuale militante. Non passa infatti settimana senza che questi ci somministri almeno un post sui temi della discriminazione verso gli omosessuali. Di fatto, egli quasi sempre si limita a riportare articoli scritti da altri, ma devo ammettere che egli è un infaticabile "reporter" e gli devo dare atto che proprio per merito suo sono diventato aggiornatissimo su questo tipo di tematiche.
Pochi mesi fa in particolare, si è svolto su quel sito un dibattito, a cui anch'io ho dato il mio contributo, serratissimo ed estremamente teso.
La prima cosa su cui voglio attrarre la vostra attenzione è che esiste un gruppo organizzato di cui il Buffoni è solo uno dei membri, e che anzi tende a non partecipare se non marginalmente alle diatribe che si scatenano nei commenti, e che tale gruppo tende ad intervenire secondo una tattica ben studiata. Per capirci, c'è un blogger, caratterizzato da una scarsa capacità argomentativa ma dotato di una grande aggressività non priva di una sua incisività, che non si vede mai sul sito tranne nei momenti più caldi e sempre su queste tematiche. Ce n'è poi un altro dotato indubbiamnte da una logica argomentativa molto efficace, ma anch'egli appare solo in tali momenti cruciali: mi pare ragionevole immaginare che essi vengano chiamati da qualcuno a dare manforte quando se ne crea la necessità.
Precisate queste condizioni al contorno, il tema su cui mi voglio soffermare è la stessa utilità dell'uso recentemente introdotto di "omofobia". La questione dell'uso delle parole, dell'uso di alcune di esse e non di altre, ma anche il modo in cui vengono usate, quale significato tenda ad essere loro associato, è una questione cruciale, è la questione ideologica per antonomasia.
Il linguaggio è per sua natura ambiguo, ed è una fortuna che lo sia perchè permette la propria evoluzione e quindi la propria adattabilità a nuovi contesti, uno strumento flessibile le cui dinamiche ion genere ci sfuggono, con la conseguenza che ne subiamo passivamente l'influenza. La manipolazione consapevole o inconsapevole del linguaggio è uno dei principali strumenti di controllo culturale, della possibilità di condizionare il nostro stesso pensiero. Insomma, nell'universo linguistico si svolgono gli scontri più aspri e più decisivi sulla sorte stessa dell'umanità.
L'argomento è certo complesso e richiederebbe un approfondimento impossibile da condurre in un breve post. La conclusione è che una certa ambiguità dei termini è inevitabile, esiste una sorta di stratificazione storica dei significati con cui siamo, volenti o nolenti, costretti a fare i conti.
Il discorso però è differente quando riguarda nuovi termini, qui non c'è un pregresso storico con cui confrontarci, qui sembra lecito richiedere una migliore specificazione dei significati perchè in questo caso il sospetto che l'ambiguità non sia una conseguenza casuale degli usi del termine, ma sia consapevolmente voluta e ricercata, sembra ovvio.
Ebbene, "omofobia" sembra proprio uno di quei termini costruiti a tavolino per creare una confusione culturale che possa permettere a una certa comunità di portare avanti i propri più o meno leciti interessi.
Ho prima citato il dibattito che si è svolto su "Nazione Indiana" proprio perchè è illuminante su cosa la comunità omosessuale militante intende con omofobia. In sostanza, qui riporto con parole mie, qualunque discriminazione dovuta ad omosessualità, è bollata come omofoba. Se ad esempio qualcuno solleva obiezioni rispetto alla possibilità degli omosessuali di adottare bambini, è un omofobo prima ancora di verificare se possa avere qualche ragione, se si pone qualche dubbio sulla congruità di concetto di matrimonio nel caso di partners omosessuali, per loro è un omofobo. Insomma, l'operazione ha una sua abilità, gli omosessuali si sono creati un salvacondotto per costituire una comunità protetta, in qualche modo perfino privilegiata.
Il punto di discrimine è l'uso, ma io direi perfino la stessa esistenza, del termine omofobia, se lo si accetta, il resto ne deriva automaticamente. Sulla questione in sè della utilità del termine, l'abilità dialettica degli intervenuti non è stata sufficiente a coprirne l'insignificanza, omofobia come mezzo per confondere le acque, non per renderle cristalline. Su questo cruciale punto alla fine l'unica argomentazione era il richiamo all'autorità, al fatto che l'ONU, l'OMS ed altri vari enti di grande rilievo internazionale lo abbiano accettato.
Qui sta un aspetto fondamentale: una campagna abilmente organizzata e condotta, ha permesso di determinare un certo tipo di maggioranza in tali organismi. Ciò che alla fine si rivela determinante è il rapporto di forza, la capacità di piazzare certe persone in certi posti, e la capacità di queste di determinare certe maggioranze.
Andiamo adesso a quanto accaduto ieri alla Camera. Era in discussione un DDL che, a quanto mi è dato sapere, voleva definire un'aggravante di omofobia nei reati di violenza fisica.
Nel merito, mi pare che stabilire una simile aggravante sarebbe palesemente anticostituzionale. Considetriamo i casi contrapposti di effusioni in pubblico di una coppia omosessuale e di una eterosessuale. Se l'esibizione di tali effusioni avesse determinato una reazione violenta da parte di qualcuno, si determinerebbe una discriminazione per la coppia etero rispetto a quella omosessuale. La violenza è da condannare e perseguire sempre, non ha senso alcuno prevedere che sia peggiore per una certa casistica rispetto a tutte le altre situazioni.
La cosa a mio parere più pericolosa è costituita dall'imposizione, addirittura per via legislativa del termine omofobia ed (anche) attraverso di esso di una vera e propria ideologia.

martedì 26 luglio 2011

BERSANI NON PUO' FAR FINTA DI NULLA

Può la vicenda Penati arrestarsi sulla soglia della stessa segreteria nazionale del PD?
Tralasciamo pure vari indizi acquisiti nell'ambito di altre inchieste, richiamate da Travaglio in un suo articolo, e che addirittura pongono pesanti ombre sul coinvolgimento diretto in Bersani nelle vicende che ruotano attorno all'imprenditore Gavio. Rimane purtuttavia un rapporto di stretta collaborazion
Inserisci linke tra Bersani e Penati, scelto dal segretario come suo primo e suo più fidato collaboratore che quanto meno pongono la questione della capacità di Bersani di circondarsi delle persone giuste. Scegliersi un capo della propria segreteria sbagliato non è questione che possa essere facilmente accantonata, gli elettori e gli iscritti del PD hanno il diritto di pretendere dal loro leader una capacità di selezionare correttamente il proprio più stretto stuff.
Quando si dice che Bersani ha taciuto, probabilmente ci si riferisce al suo tacere sulle sue personali responsabilità, soggettive, ma anche oggettive: possibile che egli non ritenga di convocare gli organi deliberanti del suo partito per relazionare pubblicamente e dettagliatamente su tali vicende, motivando perchè si ritenga al di fuori dei sospetti, o alternativamente mettendo a disposizione il proprio mandato? Che partito è mai il PD, se il coinvolgimento in gravi vicende di corruzione del portavoce del segretario non genera una richiesta quanto meno di espliciti chiarimenti da parte dello stesso segretario?
Mi dispiace che lo stesso Civati, in genere molto attento a questo genere di vicende, si ritenga soddisfatto della gestione di tali vicende da parte del PD: posso sollevare il sospetto che questa cintura di sicurezza sollevatasi nel PD all'interno del suo partito sia un grave indizio della gravità dei fatti e del coinvolgimento dell'intero partito e del suo gruppo dirigente che preferisce sacrificare singoli suoi pezzi pur di salvare gli altri?
Vedremo, se si tratta di una frana, non sarà con le vanghe che si fermerà, e alla fine qualcuno finirà per non volere pagare per i suoi capi: a quel punto , sarà una voragine che travolgerà tutto e tutti.

domenica 24 luglio 2011

L'ISTERIA ISLAMOFOBICA DELLA STAMPA

Ma avete letto i titoloni sparati nei quotidiani di ieri a proposito delle stragi avvenute in Norvegia? Io davvero mi chiedo che credibilità possa avere la stampa quando, senza alcun minimo indizio, e quindi soltanto sulla base di pregiudizi, proclama come autore degli attentati il terrorismo di matrice islamica. Anzi, si va oltre, si richiama addirittura la responsabilità di al-Qaida. Qui, veramente ci troviamo di fronte a una grave forma di isteria collettiva che getta una pesante ombra sull'affidabilità dell'intero settore dell'informazione.
Bisognerebbe poi aprire una discussione sulla stessa esistenza di al-Qaida, perchè mi pare che di evidenze della sua esistenza davvero non ne abbiamo. Il punto è che un'organizzazione che per motivi "tecnici" decide di darsi una struttura estremamente flessibile, fino a prevedere la totale autonomia di ciascun gruppo in cui è articolata, finisce con il rendere evanescente sè stessa. Sarà certamente difficilissimo smantellarla nella sua totalità, ma altrettanto difficile sarà darne un profilo di minima unitarietà. Lo stesso stratagemma messo in atto per ostacolarne lo smantellamento agisce poi come nullificazione della stessa organizzazione.
Infine, al-Qaida, se ancora ne rimane qualche simulacro, finisce con l'apparire come una specie di bollino, un marchio di fabbrica, apposto su gruppi eterogenei forse perfino nelle finalità, ma sicuramente organizzativamente autonomi.
Forse, a proposito di questi tragici avvenimenti avvenuti in Norvegia, dovremmo piuttosto chiederci se la questione che viene in evidenza non sia rappresentata dalla stessa esistenza di armi da fuoco e bombe che sono deleterie per la loro stessa esistenza, perchè sarà sempre possibile trovare un pazzo sanguinario che finirà per usarle.

venerdì 22 luglio 2011

LEGA SEMPRE PIU' NEI GUAI

E adesso, la Lega si trova nei guai assai più dello stesso PDL, è questa la conclusione che si dovrebbe trarre dalle vicende del voto su Papa, una formazione politica che non si vede come possa sgusciare fuori dalla tenaglia tra i suoi atti politici, documentati dalla cronaca parlamentare della corrente legislatura, e i suoi vuoti proclami, sempre più secessionisti, sempre più di richiamo mitologico. Il giocattolo insomma si è rotto in mano A Bossi, e però la nuova leadership di Maroni su cui tanto si sofferma la stampa non si capisce proprio su quali contenuti si poggi, dove insomma si regga, quale respiro strategico mostri.

Certamente, volge al termine il dominio del vecchio duo Berlusconi-Bossi, ma esso lascia dietro di sè un vuoto di idee, di programmi, di nuovi stimoli politici che non pare proprio Maroni da una parte e il neosegretario del PDL Alfano dall’altro, riescano ad indicare.

Maroni esegue il suo regicidio nell’ombra più fitta, professando ancora fino a ieri ubbidienza al gran capo appena detronizzato, Alfano fa anche peggio, sovrapponendo il proprio al silenzio di Berlusconi. Due silenzi differenti però, quello di Berlusconi una mossa tattica perfino di una certa abilità, mentre il silenzio di Alfano si staglia come una prova di una carenza di potere, è il silenzio di chi non si sente certo del proprio ruolo, di chi non ha il coraggio di fissare con una dichiarazione esplicita un proprio punto di vista per timore di essere smentito. Per non mettere in dubbio il proprio potere, Alfano tace, ma così lo certifica in modo indiscutibile, per timore di non avere l’autorità di esprimere un punto di vista vincolante per il partito che guida, ne da’ nello stesso tempo evidenza.

Alfano esce quindi a pezzi da questa fase politica, come chi, per paura di perdere una battaglia, non la combatte e così la perde nella maniera peggiore. Il sacrificio di Alfano rappresenta però nello stesso tempo un elemento positivo per il proprio partito, permette a Berlusconi di riconfermare la propria leadership tra i suoi, e di riflesso, permette non si sa ancora quanto a lungo al PDL di continuare ad essere il non-partito che è stato finora, una azienda al servizio del capo.

In altre parole, il PDL esce sconfitto da questo voto, ma regge attorno a Berlusconi, perché, da questi creato, solo così può reggere, soggetto ad un’inevitabile frammentazione quando il capo lasciasse.

Per questo penso che la vittima maggiore degli eventi è la Lega che non può buttare nel dimenticatoio la sua recente cronaca politica e parlamentare facendo finta di trovarsi negli anni novanta, e non sa quindi come affrontare un fase politica tempestosa appena iniziata. Scegliere di abbandonare l’alleato non fa una strategia politica, nulla delle contraddizioni della Lega si può risolvere semplicemente con un piccolo scarto.

Come già dissi in post precedenti, non avere abbandonato Berlusconi in autunno è+ stato un errore strategico enorme, farlo adesso appare insufficiente. L’unico elemento positivo per la Lega oggi è costituito dalle altrui debolezze, in particolare quelle dell’opposizione, il vuoto di idee dietro la Lega, il vuoto di idee del PD, la sua incapacità manifesta ad indicare una sua chiara via di uscita dall’impasse politico.

Rimane il fatto che i partiti di opposizione possono continuare a protestare, mentre la Lega non può farlo, e quindi tatticamente la sua posizione è senza dubbio la più critica. Insomma, il PDL può continuare a sostenere il governo, magari continuando a collezionare sberle, ma dietro una scelta chiara, arrivare alla fine della legislatura, l’opposizione può continuare a chiedere le dimissioni del governo senza sapere con cosa sostituirlo, mentre la Lega non può fare né l’uno né l’altro senza che ciò appaia o come un ritorno all’ovile berlusconiano, o come un tradimento del vecchio alleato a favore di formazioni politiche sempre criticate o addirittura sbeffeggiate.

Prevedere come finirà in una situazione come quella data, è roba da astrologi, anche considerando il recente attivismo molto incisivo del Capo dello Stato, un’ulteriore variabile che si somma alla volubilità dei partiti ed alla situazione di crisi finanziaria che non sembra certo risolta dal vertice UE di ieri.

mercoledì 20 luglio 2011

SCUOLA DI AMBIENTALISMO

Guardando in giro sul web, mi rendo sempre più conto di quanta nebbia, quanta confusione regni attorno alle tematiche ambientali che forse ho qui un po’ trascurato, e a cui mi riprometto di dedicare più spazio.

Oggi, per iniziare, vi darò il link ad un filmato che mi pare fatto abbastanza bene. Il link in realtà si riferisce alla prima parte: da lì, sarà facile accedere alle altre due parti, visto che è stato spezzato in tre successive parti.

martedì 19 luglio 2011

CANDIDATI SALVATORI DELLA PATRIA

Sono apparsi, entrambi su “La Stampa” due articoli interessanti riguardo l’attuale crisi dell’Italia sui mercati finanziari.

Ieri, Luca Ricolfi ha ben sintetizzato tutte le magagne del decreto voluto da Tremonti per tirarci fuori dagli attacchi speculativi ed ora chiaramente dimostratosi clamorosamente inadeguato, dal punto di vista strettamente tecnico-economico.

Le tre debolezze che egli elenca sono da condivise totalmente, e non potrei aggiungere nulla alle sue parole.

Le riporto integralmente dallo stesso articolo:

Primo: è di entità risibile nel 2011-2012, mentre diventa draconiana solo nel 2013-2014, il che significa che i suoi effetti certi sono minimi, mentre gli effetti significativi non sono certi (gli impegni del 2013-2014 molto difficilmente potranno essere onorati, visto che non si sa nemmeno chi dovrà farlo: dalla fine del 2012 saremo in campagna elettorale).

Secondo: una componente della manovra, quella fiscale, non solo è spostata avanti nel tempo, ma è di contenuto sconosciuto, in quanto affidata a una delega fiscale.

Terzo: la manovra è troppo incisiva dal lato delle entrate (tasse), e lo è troppo poco dal lato delle uscite (spesa pubblica).

Giustamente, sullo stesso tema ritorna un altro commentatore, Stefano Lepri sostenendo, mi pare con ottime ragioni, che il quadro delle spiegazioni dell’inefficacia del provvedimento richiede l’integrazioni delle condizioni politiche, ed in particolare il ruolo chiave giocato sia dalla situazione politica nazionale, che da quella europea.

Sono ancora d’accordo con Lepri quando egli dice che la vera priorità non è tanto il superamento dell’impasse politico italiano con un premier privato di ogni vero potere ma tuttora indisponibile a mettersi da parte, e ancora in grado di garantirsi la maggioranza in parlamento, quanto la situazione dell’Europa. Semmai, l’articolo, pur rivendicandone la centralità per uscire dalla tempesta finanziaria, non approfondisce questo aspetto, nascondendo la problematicità di una prospettiva positiva a fronte dell’inadeguatezza della classe politica europea ad assumere decisioni molto drastiche e rischiose, che richiederebbero un coraggio che oggi davvero è difficile rintracciare al suo interno.

La condivisione sostanziale del contenuto di questi due articoli non comporta la messa in discussione dell’esistenza di un piano preordinato di ridimensionamento dell’euro dopo una lunga fase di attacchi molto lucrosi per la cupola affaristico-mafiosa di cui parlo ormai da tempo su questo blog. Le due cose convivono, nel senso che anche dal punto di vista dell’efficacia verso i mercati, il provvedimento recentemente varato non risponde neanche tecnicamente alle esigenze presenti, e ciò comporta il favorire delle manovre speculative che possono trovare un sostegno oggettivo anche da parte di risparmiatori oculati che spostano altrove i loro investimenti su una base strettamente tecnica, anche se privi di mire speculative.

A questo punto, è ineludibile chiedersi se il fallimento completo della manovra nelle sue intrinseche finalità possa sorprendere, o se fosse ovvio per le ragioni che Ricolfi elenca tale fallimento. Mi pare inevitabile sposare la seconda risposta, il fatto che una manovra così era destinata inevitabilmente al fallimento. Visto però che l’effetto della manovra è pesante sin da ora per gli italiani, dobbiamo giudicare negativamente il suo varo, ridistribuzione del reddito a favore dei più ricchi e contemporaneamente inefficacia a salvare l’Italia. Non vorrei che qualcuno se ne uscisse dicendo che c’abbiamo provato: in queste materie, le misure adottate debbono raggiungere il loro scopo, e quando non vi riescono sono una vera calamità per la nazione che le adotta.

Allora, devo concludere che l’intervento del Capo dello stato a gamba tesa nel merito dell’attività politica è stato un errore clamoroso, e vorrei invitare il Presidente ad astenersi da tali interventi: a sbagliare e combinare guai, il governo Berlusconi è bravissimo da sé, perché coinvolgervi in una certa misura l’opposizione? No, per risolvere problemi, non basta fare qualcosa, agitarsi a vuoto, bisogna avere un piano adeguato: che senso ha allora pretendere una rapida approvazione di un qualsiasi provvedimento su cui non si ha neanche il tempo di riflettere e ponderare? Come si può pretendere dall’opposizione di lasciar fare a un Tremonti ormai forse abbandonato dai suoi compagni di merenda del solito circolo affaristico internazionale?

Perché, mi chiedo allora, Presidente lei vuole passare alla storia come un maldestro candidato a salvatore della patria?

domenica 17 luglio 2011

RECENSIONI: L'UMILTA' DEL MALE

Ho letto di recente uno smilzo libretto di Franco Cassano, un sociologo accademico, intitolato "L'umiltà del male", un'opera che ha ricevuto una certa attenzione sulla stampa e credo anche abbastanza venduta, se si considera che si tratta di saggistica.
Confesso una cattiveria, ma questa è la sensazione che ho ricavato: l'autore non sembra avere scritto questo libro perchè avesse qualcosa da dire, ma è come se avesse bisogno di uscire con una nuova opera, e ha scritto questo testo, la cui tesi appare esile e vaga.
In sostanza, l'autore parte da una tesi iniziale che non si cura neanche di argomentare, secondo cui la libertà è il bene e il male sarebbe tutto ciò che le si oppone.
Con questa visione manichea, affronta nei vari capitoli vari casi presi sia dalla letteratura che dalla storia, che ancora dal dibattito sociopolitico. Il risultato è che la discussione di casi così eterogenei, invece di portare chiarezza, porta al contrario confusione.
Partiamo quindi come l'autore dalla famosa leggenda del grande inquisitore che nel romanzo di Dostojevski "I fratelli Karamazov" Ivan racconta al fratello Alioscia. Incomprensibilmente, l'autore si affanna a confutare la tesi che vede l'inquisitore come il male: in realtà, questa è anche la tesi sposata dall'autore che piuttosto vuole confutare la pretesa, non si sa di chi, di vedervi una rappresentazione classica del male come contrapposizione al male.
Vi dirò come la vidi io quando, ancora adolescente, lessi questo romanzo. Per me, le tesi del grande inquisitore sono molto interessanti, per certi aspetti convincenti, e d'altra parte non vi dovrebbe essere dubbi che Dostojevski ponesse le due tesi contrapposte (quella dell'inquisitore e quella di Cristo) in maniera problematica e per nulla scontata. Ciò deriva dalla figura stessa di Ivan, una figura tragica e nobile: mai il romanziere avrebbe potuto porre le argomentazioni di Ivan come strumentali.
Qui quindi, abbiamo di fronte due tesi rispettabili che chiaramente hanno ben poco a che fare con la semplice contrapposizione tra ben e male. Cosa allora ha a che fare questa leggenda con il caso dei lager nazisti, tema affrontato nel successivo capitolo? Mentre la tesi dell'inquisitore rivendicano la volontà di salvare l'umanità dalla proporia incapacità di scegliere bene, i nazisti annullavano la libertà nei loro lager come effetto in qualche modo collaterale a quello del genocidio degli ebrei che perseguivano. Certo, le parole di Primo Levi citate a questo proposito sono nel contesto complessivo certo pertinenti ed illuminanti, e i lager nazisti certamente meritavano di essere considerati: il dubbio è se sia la leggenda del grande inquisitore a stare fuori posto in questo libro.
Infine, uil terzo caso citato è quello di un confronto neanche così interessantre a mio parere tra il famoso filosofo della scuola di Francoforte Adorno, e il sociologo di destra Gehlen su quanto tutti gli uomini siano in grado di affrontare le scelte connesse alla libertà: Cassano ci vuole forse dire allora, sulla falsariga del grande inquisitore, che Gehlen rappresenti il male? Sembrerebbe una conclusione conseguente, ma l'autore se ne guarda bene: ancora una volta si evidenzia come la leggenda narrata da Ivan ci stia fuori posto in questo libro.
Alla fine di queste analisi, quale sarebbe la conclusione che l'autore trae? Beh, è quella che uno dei fattori determianti del successo del male è la sua umiltà, la capacità cioè di confrontarsi, da pari a pari con le persone comuni, mentre il bene rappresnetato da seriosi teorici aristocratici tendono per loro stessa natura a disolarsi da questa gente comune.
Mi pare qui che a Cassano sfugga la differenza dei ruoli, che il teorico politico non può che riportare teorie inevitabilmente coerenti ed estreme, e che sta al politico l'umiltà di metterle in atto. Qui insomma non v'è un errore teorico sulla natura umana, se c'è, sta nella specifica teoria, quanto il fatto del tutto ovvio che dare attuazione a una teoria richiede capacità di mediazione, di saper scendere a patti, di trovare la giusta strada per conquistare il consenso.
Valeva allora la pena di scriverci su un intero libro, per quanto smilzo?

venerdì 15 luglio 2011

GLI SPECULATORI ALLA GUIDA DEL NUOVO GOVERNO

Le parole di ieri di Napolitano sono, mi pare, inequivocabili, blocca, rudemente direi, ogni ipotesi di rimpasto perché inopportuno, e richiama altri momenti di coesione nel prossimo futuro, rinviandone la responsabilità contemporaneamente a maggioranza ed opposizione.

Primo punto: cosa ci sarebbe di inopportuno in un rimpasto oggi, quando nel recente passato lo stesso Presidente ha ripetutamente sollecitato il premier a procedere alla copertura dei posti vacanti? In sé, il rimpasto governativo non ha nulla di negativo, semmai lo diventa in base al suo merito, a come cioè si effettua.

Bisogna allora essere sordi e ciechi per non accorgersi che l’inopportunità sta nel fatto che questo governo se ne deve andare, si trova sulla soglia dell’uscita, e sembra inopportuno che, sul punto di uscire, si tolga il soprabito. Se come mi sembra evidente il Presidente si è fatto carico di fare largo a un nuovo governo, un’operazione di rimpasto suonerebbe stonata, come una conferma indiretta di un esecutivo che va invece sostituito nella sua interezza, a partire ovviamente dal premier.

Secondo punto: qual è il significato del richiamo alla responsabilità congiunta dei due schieramenti parlamentari contrapposti? A me pare, fatta salva la palese differenza nello stile, esso faccia il paio con le dichiarazioni di Bossi che invita l’opposizione a rivolgersi a lui per costruire un nuovo governo. Queste due distinte dichiarazioni ci dicono la stessa cosa, che Napolitano è riuscito a creare un canale di dialogo trasversale agli schieramenti parlamentari, ma che nulla sinora si è concretizzato. Insomma, si è creata la possibilità di lavorare per un nuovo esecutivo, ma tale possibilità non avrà attuazione automatica.

Proprio per questa ragione, per il fatto che Berlusconi si trova già di fatto messo da parte, in primis da Tremonti e Bossi, egli preferisce tacere. Sembra in realtà abbastanza logico che gli convenga in questa fase lavorare di rimessa, non dare appigli a cordate avverse, perché questo progetto trova il suo fondamentale ostacolo in parlamento, dove bisognerà alla fine trovare i numeri per sfiduciare il suo governo. Anche per la Lega, in assenza di uno scontro politico vero e proprio su questioni specifiche, sarà dura votare la sfiducia che inevitabilmente non riguarderà soltanto Berlusconi, ma l’intero governo, e quindi anche gli stessi ministri leghisti.

Anche la manovra economica approvata ieri al Senato rappresenta una totale disfatta di Berlusconi, proprio in base ai suoi contenuti, è molto differente dall’impronta che voleva conferirgli il premier: ebbene, egli ha deciso di incassare questo colpo in silenzio, proprio in una scelta tattica di non fornire nessun “casus belli” alla Lega. E’ come se un paese sconfinasse per provocare lo stato confinante: una possibile tattica, almeno per allontanare il momento della resa dei conti, può essere quella di non reagire, di far finta di nulla, almeno finché ciò sia possibile.

In tutto questo, il ruolo dell’opposizione, appare chiaro credo, è marginale, il regista appare lo stesso Napolitano. Per capire allora che tipo di nuovo governo potrebbe venir fuori da queste manovre, bisogna capire come vede le cose Napolitano. Da questo punto di vista, la cosa che più colpisce è che nessuna motivazione, neanche quella a lungo agitata della riforma della legge elettorale, men che mai l’ormai più che decennale questione del conflitto di interessi, sono state sufficienti a intraprendere l’ipotesi di un ricambio a Berlusconi, ma quando si è trattato del problema del passaggio della manovra economica, allora la proverbiale prudenza del Presidente si è dileguata, e mai davvero finora egli si era così tanto esposto in prima persona, apparendo ormai come il vero protagonista di questa fase politica.

A me pare che ciò significhi che per Napolitano l’obiettivo davvero prioritario sia quello di obbedire ai mercati. Non è corretto dire che bisogna salvare la patria bisogna evitare al paese pesanti danni economici: su questo, siamo tutti d’accordo, siamo nell’ovvio.

Siamo però meno d’accordo sulle ricette, sul rapporto che una nazione, formalmente ancora sovrana, deve stabilire con gli investitori internazionali, cioè con gli speculatori, perché ogni investitore è inevitabilmente uno speculatore. Nei post precedenti, ho sottolineato tutti i difetti dei mercati finanziari, ma devo qui precisare che i mercati possono svolgere anche un ruolo positivo, possono permettere di confrontare ipotesi teoriche con scenari reali, fornendo alle istituzioni indicazioni preziose. A questo proposito, si deve stabilire un rapporto dialettico tra governi nazionali e mercati finanziari: mai però si può arrivare al punto di scrivere i provvedimenti finanziari sotto dettatura dei mercati.

Temo che Napolitano non la pensi così, che capovolga la logica priorità tra investitore e stato sovrano, e che pertanto, se mai sorgerà questo nuovo governo, non sarà neanche più il governo del Presidente, ma il governo dei mercati, nel senso di un esecutivo del tutto sotto tutela dei mercati.

La bufera finanziaria è appena iniziata, il primo segnale che abbiamo inviato è pessimo, abbiamo offerto le terga alla speculazione in sostanza dicendo loro che la tattica che hanno intrapreso funziona, che noi ci pieghiamo con estrema facilità. Temo che il prossimo governo, presumibilmente con Tremonti sempre alla guida finanziaria e sempre più saldo in sella, un Presidente che interpreta il suo ruolo di protezione della nazione con l’asservimento totale al primo speculatore di passaggio, non potrà che fare ancora peggio rispetto ai governi guidati da un guitto che bada ai propri personali interessi: di fatto, a parte le leggi ad personam, la creazione e il costoso mantenimento di varie sue cricche attorno a suoi uomini, Berlusconi non è che abbia poi così tanto governato, troppo occupato in festini inconfessabili. Rimane il suo ministro dell’economia, rimane sicuramente in un ruolo di primo piano Gianni Letta, protetto dallo stesso Presidente, rimane un ruolo prioritario dei leghisti e della loro cultura razzista ed antiistituzionale.

La novità insomma, sembra essere costituita soltanto dal coinvolgimento dell’opposizione, operazione storicamente collegata all’emanazione dei provvedimenti più impopolari. La prima cosa che urla Casini, ma mi pare completamente in accordo con il PD, è privatizzazioni: possibile che anni ed anni di opposizione a Berlusconi servano alla fine per dare attuazione a ciò che gli Italiani, con il voto al referendum sull’acqua, avrebbero dovuto far capire chiaramente, che la privatizzazione è un processo che ci porta al declino ed all’impoverimento?

Allora, mi verrebbe da dire, come si faceva una volta (riferito a Mussolini): a ridatece il puzzone!

mercoledì 13 luglio 2011

MISSIONE COMPIUTA, C'HANNO FREGATO UN'ALTRA VOLTA

Potremmo dire “missione compiuta”: l’attacco speculativo su titoli azionari, titoli di stato ed obbligazioni italiane ha avuto pieno successo, avendo conseguito esattamente gli scopi che si prefiggeva.

In particolare, si farà digerire agli italiani una manovra economica nel frattempo lievitata a 75 miliardi di euro (un aumento superiore al 50% rispetto all’importo a suo tempo comunicato), si determinerà per questa via il consueto spostamento di risorse dai ceti più poveri a quelli più ricchi, mentre sul fronte interno si impostano le condizioni per passare ad un nuovo governo che estrometta Berlusconi dal potere. Tra Tremonti ed opposizione è in corso un amorevole flirt, con l’opposizione che garantisce il passaggio della manovra entro venerdì, cioè senza neanche leggerne il testo perché il tempo non ci sarebbe, e Tremonti che ringrazia l’opposizione per tale disponibilità: cosa ancora mancherebbe per preconizzare a una breve un governo di emergenza o come altrimenti lo si voglia chiamare, insomma un nuovo governo, benedetto e supportato dallo stesso Capo dello stato, e che veda ancora Tremonti a guidare l’economia?

Così, abbiamo ricreato la coesione nazionale su cui tanto si è speso Napolitano, e adesso ci apprestiamo a condurre questo paese coeso nel baratro, visto che continueremo ad avere alla guida quello stesso individuo che lo è ormai da anni e che a questa situazione c’ha portato: non è male come soluzione, complimenti ai vari Napolitano, Bersani e Di Pietro, questo è il paese responsabile che sempre richiamano, quello che al primo colpo di tosse dei rapinatori, chiede allo stesso rapinatore di salvarli.

Ma lasciamo stare queste pochezze nostrane su cui davvero non ha più senso forse neanche più soffermarsi, visto che questa è la classe dirigente che ci ritroviamo in Italia.

Rimane da analizzare l’aspetto internazionale, costituito da speculatori internazionali ed Europa. Davvero possiamo tirare un respiro di sollievo, davvero l’abbiamo scampata bella? Innanzitutto, bisognerebbe capire perché ieri c’è stato un rimbalzo dei titoli che si erano depressi il giorno prima. Ecco, la speculazione ha ottenuto esattamente tutto ciò che voleva, ha prima di tutto guadagnato, almeno c’ha speculato quella differenza di spread che anche ieri rimaneva rispetto a giovedì passato, un mare di soldi vi assicuro se facessimo bene i conti. In secondo luogo, ha lanciato una sfida clamorosa alla stessa sovranità europea, e l’Europa non ha trovato di meglio che costringere l’Italia ad assoggettarsi al ricatto, la famosa manovra sotto dettatura. Semplicemente, la stessa speculazione ha deciso di ritirarsi da questo primo assaggio di attacco all’Italia, una semplice puntatina, tanto per saggiarne le reazioni che un vero e proprio attacco, rimettiamo i fatti al loro posto.

Sulla stampa invece, passa una visione mitologica, che farebbe pensare che la speculazione è stata messa in fuga: ma tentiamo minimamente di essere seri, ma messi in fuga da chi? Ma avete presenza la statura politica della Merkel, quella stessa Merkel che per motivi elettorali, ritardando l’assenso tedesco all’aiuto alla Grecia, è la vera responsabile della situazione in cui ci troviamo, ma chi Trichet, quello che ha deciso di aumentare i tassi d’interesse nel bel mezzo della più grave recessione europea dal 1929?

Il colmo di tutta questo stupidario è costituito dalla voce, temo messa in giro ad arte, che nientemeno la BCE era o minacciava di intervenire direttamente sul mercato. La stupidità della notizia sta non nel fatto che potrebbe anche darsi che di fatto la BCE sia intervenuta davvero, io non lo so e temo mai lo sapremo, ma sul fatto che la speculazione possa farsi intimorire da tale eventualità.

Diciamolo allora chiaro, se non lo fosse già per tutti, questi speculatori muovono una tale mole di denaro, non importa qui stabilire se lo abbiano davvero o sia solo virtuale, fatto sta che sono in grado di spostare capitali enormi da un titolo all’altro, e le disponibilità di ogni banca centrale, fosse anche la banca europea, di mobilitare risorse finanziarie è minore di almeno un ordine di grandezza. Finchè si trattava di difendere paesi piccoli come la Grecia, il Portogallo o l’Irlanda, ci si riusciva perché il totale dello stesso capitakle da garantire è piccolo, ma quando si passa a paesi come la Spagina ed ancor più l’Italia, per i meccanismi finanziari esistenti bisogna confessare, bisogna dirlo a tutti i cittadini, siamo del tutto indifesi, non c’è istituzione europea che ci possa difendere, si soccombe in ogni caso.

Da venerdì passato insomma, e non si sa fino a quando, siamo ormai sotto attacco speculativo, e confondere una tregua di ordine tattico (hanno solo diversificato l’obiettivo, da ieri è ritornata sotto tiro l’Irlanda), per una prima vittoria, è un errore, ma soprattutto una insopportabile mistificazione da parte della politica e del settore dell’informazione.

Ripeto, missione compiuta, i politicanti italiani, di maggioranza ed opposizione, hanno regolato alcuni loro conti interni, ci impongono i soliti sacrifici senza che siano toccati i loro intollerabili privilegi, la speculazione internazionale c’ha lucrato qualche cosetta e soprattutto ha verificato per l’ennesima volta che pachiderma sia l’Europa, quanto possa essere lenta e inefficace la sua reazione, e presto, non oltre il mese di settembre se tutto andasse al meglio, la speculazione tornerà ad attaccarci, qualche ulteriore balzello e qualche servizio sociale in meno per gli europei, e seguirà pausa tattica, e poi di nuovo, di nuovo…

Chi, mi chiedo, può essere talmente masochista da giocare con un mazzo di carte che l’avversario ha truccato?

martedì 12 luglio 2011

EMERGENZA NAZIONALE COME NORMA PER GARANTIRE LA CONTINUITA'

Giornata campale quella di ieri, sul palcoscenico delle idiozie hanno voluto fare la loro apparizione in tantissimi, in questo teatrino globalizzato in cui siamo stati proiettati quasi senza accorgercene, alla tentazione di svolgervi un ruolo anche di comparsa, in pochi hanno resistito. In questa situazione, finisco perfino col rispettare il silenzio del premier, a cui evidentemente hanno comunicato la sua estromissione prossima futura.

In sintesi, si tratta di questo: di fronte alla caduta della borsa e al rialzo degli spread, si è detto che serve coesione nazionale. Dobbiamo fronteggiare uniti e compatti la speculazione internazionale, si dice. Bene, ciò significa allora che la speculazione ed il funzionamento dei mercati finanziari che la consente sono i nostri nemici? Oppure c’è un’ipotesi alternativa, e cioè che i mercati sono obiettivi, e come dice pateticamente Gomez essi rappresentano solo lo specchio che ci rimanda l’immagine obiettiva di ciò che veramente siamo in base ai comportamenti che abbiamo tenuto (sic!).

Capite bene che si tratta di due ipotesi assolutamente contrapposte, perché indicano un nemico a cui opporci, appunto con spirito di coesione nazionale, del tutto differente. Individuare il nemico è un punto essenziale, non ci si può unire e lottare assieme senza avere certezza di chi sia colui che dobbiamo lottare con spirito di sacrificio. Nel primo caso, i nemici sono i grandi speculatori internazionali, nell’altro però no, essi fanno semplicemente il loro mestiere, essi non hanno un piano preordinato, si arricchiscono solo sulle debolezze e gli errori degli altri.

E’ fondamentale chiarire questa alternativa per potere assumere i provvedimenti adeguati. Se il problema è costituito dagli speculatori, dobbiamo rivoluzionare le norme di funzionamento dei mercati finanziari, dobbiamo predisporre mezzi tecnici che impediscano a pochi potenti, potenti perché ricchi, di annullare le sovranità nazionali in termini di politica economica.

Se viceversa il problema è costituito da scelte scellerate commesse dall’Italia, allora sembra con tutta evidenza che chi tali scelte ha compiuto venga allontanato dalle posizioni di comando: non ci sto a militare in un esercito comandato da quello stesso generale che, sulla base delle scelte assunte, è il mio vero nemico. Allora, la testa di Tremonti dovrebbe volare via (metaforicamente, eh…) subito, senza ulteriori tentennamenti, magari portandosi dietro l’intero governo, ma certamente il primo responsabile va individuato nel ministro del tesoro protempore.

In verità, esiste una terza ipotesi, ed è quella che vede un’alleanza, magari solo implicita, tra nemici esterni ed interni, e questa è l’ipotesi che ritengo più valida.

Non è un caso che Tremonti goda di una grande stima nel mondo finanziario, e poiché io ritengo che il mondo della finanza sia la più grande e potente organizzazione a delinquere dell’intero globo, devo concludere che egli rappresenti un pericolo costante alla stessa sovranità nazionale dell’Italia.

Fare un’analisi dettagliata della politica economica portata avanti da questo ministro non è qui possibile, richiederebbe decine di pagine.

Posso qui però riassumere lo spirito della sua azione, la sua filosofia. La prima caratteristica che vedo è la mancanza totale di prospettiva sul futuro, per Tremonti il problema è tirare a campare, mettere le toppe dove si manifestano falle, e tanto peggio se domani queste falle solo tappate e non riparate si allargheranno fino a rendere magari impossibile, o comunque molto più difficile e dispendioso ripararle successivamente. Basti per tutti il caso del rientro dei capitali dall’estero, colpiti con una ridicola aliquota del 5%. E’ chiaro che tale provvedimento ha fornito una certa liquidità, e che quindi nel breve periodo a consentito di non inasprire i conti pubblici, ma esso ha contemporaneamente generato effetti nefasti a lungo termine, sia dal punto di vista della predisposizione a continuare nll’evadere il fisco, sia nell’avere eliminato una possibile fonte di introiti ben più consistente per lo stato, una operazione oscena che sarebbe bene che nessuno dimenticasse.

L’altra filosofia sta nel rifiuto della politica, nel considerare i provvedimenti economici come un’operazione matematica, la cosiddetta politica dei tagli lineari, che significa la fine stessa della politica, la sua totale subordinazione a dei criteri extrapolitici assunti come verità assoluta.

Il risultato di tutto questo, come è inevitabile seguendo questa logica perversa, è stato il progressivo peggioramento dei conti. Anche la manovra adesso in discussione va criticata non perché troppo onerosa, ma la contrario perché lo è troppo poco, perché segue la stessa logica che avevano i governi di Andreotti negli anni settanta, un copione già ampiamente visto: periodicamente, ogni tre-quattro mesi, si aveva un aumento del bollo, delle imposte sulle sigarette, delle accise sulla benzina, di tutti questi balzelli. Si può certo aumentare la tassazione su un certo prodotto, ma non certo con questa logica odiosa di rapina sistematica e periodica, ma perché ad esempio si vuole disincentivare l’uso del mezzo di locomozione privato, deve esserci dietro sempre un progetto che rinvii a una decisione di carattere politico.

Naturalmente, se guardate i giornali di oggi o se anche avete seguito i notiziari TV di ieri e di stamane, vedete come la gran parte dei giornalisti e commentatori si sia prontamente allineata.

Citerò il caso per me molto significativo del Prof. Mazzocchi, della Luiss che ha partecipato ieri pomeriggio a un dibattito su Skynews24.

Il suo intervento appare come una modifica peggiorativa della logica del “siamo tutti sulla stessa barca”. A proposito del mancato inserimento nella manovra economica delle norme per ridurre i costi della politica, egli ha sbottato dicendo “chi se ne frega, l’aumento dello spread e quindi del costo degli interessi sul debito pubblico ci costa più della politica”. Insomma, è come appunto se una barca stesse per affondare per il troppo carico, l’equipaggio rifiuta di buttare a mare il carico di rame trasportato, ma pretende da me che getti in mare anche i miei effetti personali: eh no, la prima mossa sta a chi comanda ed ha determinato col suo colpevole comportamento il pericolo, prima a mare il rame su cui vogliono lucrare, e poi getterò quanto mi appartiene.

Io credo che questa logica emergenziale debba necessariamente essere spezzata, e penso che prima lo si fa e meglio è: se si accetta, ogni rapina ai comuni cittadini onesti e virtuosi sarà allora possibile, che le cose giungano al punto di crisi a cui devono arrivare, facciamola infine questa pulizia, e facciamola al più presto senza sconti e facili solidarietà al rapinatore.

lunedì 11 luglio 2011

IL VERO OBIETTIVO E' L'EURO

In un precedente post, avanzavo l’ipotesi che la cupola affaristico-mafiosa che domina i mercati finanziari, e per questa via il mondo intero, avesse come uno dei suoi obiettivi prioritari l’abbandono dell’euro, o quanto meno un suo ridimensionamento che ne limitasse l’adozione a un numero molto limitato di nazioni, concentrate in sostanza attorno alla Germania.

Sappiamo già quali siano le nazioni sotto attacco speculativo: Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, ed ora anche l’Italia. Bene, nella mia ipotesi questi paesi che ho elencato dovrebbero, nei progetti di questi speculatori, uscire dall’euro e tornare a valute nazionali.

Ciò che ipotizzo è insomma che l’euro può essere da questi accettato soltanto se declassato a una specie di supermarco. Già la presenza della Francia risulta troppo ingombrante, mentre paesi come i Paesi Bassi o l’Austria, forse anche la Repubblica Ceca, essendo di dimensioni più ridotte, non influenzano significativamente il bacino di adozione dell’euro. In ogni caso, non si andrebbe aldilà dei duecento di milioni di persone complessivamente.

E’ chiaro che anche l’uscita di paesi piccoli (in numero di abitanti) come la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda non influenzerebbe significativamente l’importanza dell’euro.

Se è vera l’assunzione preliminare, cioè l’obiettivo del drastico ridimensionamento dell’euro, allora ben si capisce come il suo raggiungimento richieda necessariamente il coinvolgimento di nazioni più popolose, come appunto la Spagna e l’Italia. Se insomma non escono dalla zona euro pezzi consistenti, l’obiettivo verrebbe mancato.

Ecco allora che si comprende come perfino una manovra restrittiva come quella deliberata recentemente dal CDM venga giudicata negativamente dai soliti noti, anche se rispetta formalmente i requisiti richiesti dall’Europa, si capisce bene come le critiche rivolte a destra e manca siano speciose, stiano a giustificazione di decisioni già da tempo assunte.

Come già dicevo nel precedente post che ho qui citato, esiste anche un aspetto tattico in questo piano seguito e perseguito dalla cupola affaristico-mafiosa, e cioè dello strangolamento lento di questi paesi. La lentezza è necessaria perché, prima che la morte (uscita dall’euro) sopravvenga, le vittime predestinate devono svenarsi per nutrire i vampiri che li aggrediscono, e che fanno credere alle stesse vittime che tutto si risolverà con la perdita di pochi litri di sangue. Ma si tratta appunto soltanto di tattica, una tattica funzionale a spremere lo spremibile da popoli governati da pusillanimi inciucioni, così dominati dall’esigenza di rimanere a galla, da non ricordare neanche più quale dovrebbe essere la funzione di chi governa una nazione.

domenica 10 luglio 2011

LE RINUNCE DI BERLUSCONI: GIUDICI CATTIVONI!

Le cronache di oggi riportano la rabbia di Berlusconi: sfido io, con una quota parte di almeno trecento milioni di euro da pagare...
Ma forse bisognerebbe cambiare l'unità di misura, concretamente egli dovrà rinunciare a più di mille ragazze compiacenti (duecentomila euro a testa, secondo i resoconti relativi ai famosi festini).
Sapete, ognuno usa la propria unità di misura...

sabato 9 luglio 2011

RIFLESSIONI SUL SENSO COMUNE

Oggi, parlerò di filosofia, una delle mie passioni, anche se non la coltivo adeguatamente. Inoltre, ritengo il blog un mezzo non ideale per parlare di tali argomenti, anche se devo ammettere che frequento almeno due bloggers (qui e qui), che hanno una straordinaria capacità di sintesi e chiarezza discorsiva tale da scrivere degli interessanti post di filosofia.
E' proprio da un post di uno di questi blogger che prende spunto questo mio post. In particolare, sono stato stimolato dal concetto di "senso comune", che per chi legge la fonte originale, sembra costituire il vero fondamento delle tesi lì esposte. Dirò anzi che se tale concetto non regge, rischia di conseguenza di crollare l'intero impianto del ragionamento lì sviluppato. Dato che la discussione richiede un certo approfondimento, ho optato, invece dell'inserire lì un commento, di provare ad intervenire con maggior dettaglio con un apposito post.
In verità, "senso comune" è un'espressione che oggi viene utilizzata in contesti differenti, ed apparentemente anche con significati differenti.
Senza pretendere di ripercorrere la storia di questo concetto, formulerò così l'ambiguità che io trovo insita in questa espressione.
Da una parte senso comune può significare ciò che significava per Aristotele, modelli di apprendimento, di funzionamento della nostra mente che così accosta questo concetto alle intuizioni pure ed alle categorie kantiane. Ancora per altri senso comune viene identificato come la tendenza spontanea a credere dell'esistenza in una realtà materiale ed alla esistenza di altri soggetti a noi simili.
Un significato profondamente differente è quello che lo identifica come un certo bagaglio di credenze condivise da una certa comunità.
Preferisco vedere le cose nella mia ottica, secondo cui nell'uomo si può identificare un aspetto naturale ed uno culturale. La differenza fondamentale sta nel fatto che la natura ci è data, sfugge al nostro controllo, costituisce quello che si indica come patrimonio genetico, mentre la cultura è quell'insieme di esperienze collettive che l'umanità ha accumulato nel corso della sua storia. Naturalmente, in ultima istanza, anche la cultura deriva dalla nostra natura, nel meccanismo stesso di sua costituzione. Ciò però non pregiudica l'utilità di operare questa distinzione.
Adesso, appare chiaro che l'ultimo tipo di definizione del senso comune comporta un coinvolgimento della cultura, mentre le prime due definizioni sembrano riferirsi a caratteristiche innate della nostra specie.
Ora, se il senso comune si riferisce al funzionamento della mente, e quindi ne traccia i limiti, allora esso si riferisce all'intero universo mentale, e conseguentemente riguarda qualsiasi tipo di sapere, filosofia inclusa. Conseguentemente, non avrebbe alcun senso considerare un'opposizione, o comunque una distinzione tra senso comune e filosofia.
Se invece senso comune si riferisce a una cultura di base condivisa, allora certamente tale distinzione è del tutto appropriata.
A questo punto però, una volta ammesso che il senso comune è legato a una specifica cultura, allora viene meno la sua universalità, esisteranno più tipi di senso comune.
Che senso ha allora riconoscerlo come un fondamento fermo nell'uomo? Così si finisce per svalutarlo, e sembra inevitabile declassarlo a una forma elementare, imperfetta di conoscenza, ricadendo così in una visione tradizionale che da' la supremazia al pensiero critico.
Se invece, come nel post che ho citato, si vuole operare una selezione all'interno del senso comune (emendarlo si dice lì), allora si capisce che il punto fondamentale smette di essere il senso comune, ma acquista rilevanza fino ad assumere il ruolo più importante, il criterio di selezione.
C'è, mi pare insomma, nell'intervento citato, una pretesa impossibile, quella di non accettare pedissequamente il senso comune, e nello stesso tempo considerare negativamente un coerente criterio di selezione.
C'è un ultimo elemento che volevo sottolineare: siamo certi che il senso comune nella sua accezione più ampia, in quanto cultura, non sia inevitabilmente anch'esso ideologico? Pensiamo davvero che le culture popolari siano esenti da elementi ideologici? Io mi spingerei fino a dire che forse proprio nel senso comune sta il massimo dell'ideologismo. Quando una certa teoria, filosofica, politica o religiosa riesce a trionfare, lascia tracce profonde nel pensiero comune, e talvolta queste tracce durano per un tempo lungo coinvolgimento molte generazioni e presentandosi così come tradizione.
La mia opinione è che l'uomo sia intrinsecamente ideologico, inevitabilmente ideologico, ma non vi trovo nulla di così negativo. I danni si hanno quando questa ideologia viene occultata, non vi è consapevolezza di essa, si finisce per far coincidere quella specifica ideologia come unico sistema di pensiero possibile: non sarà allora che proprio un malinteso senso comune costituisca il massimo rischio?