martedì 17 giugno 2014

MARXISMO E DECRESCITA, UN MIO COMMENTO

Riporto qui un mio commento scritto sul blog "mainstream", in risposta ad un intervento di marino badiale, che potete leggere a questo link. Segue il mio commento...


Qui, posso solo riassumere brevemente concetti già espressi in altre occasione, alcuni anche su questo blog.
Il marxismo non costituisce più il pensiero politico principale anticapitalista.
Esistono una serie di ragioni che qui posso solo elencare schematicamente che mi portano a questa conclusione.
La prima è il fallimento storico dei sistemi che ad esso si sono ispirati.
La seconda, la più importante, è costituita da una serie di considerazioni sul piano teorico che ne mettono in crisi almeno alcuni dei suoi fondamenti.
La terza è l'evidente declino nel fascino che esso esercita sui contemporanei. Le adesioni nelle generazioni più giovani ci sono senz'altro, ma in numero sempre più sparuto, ma anche tanti che hanno militato nei movimenti marxisti, oggi abbandonano questa militanza.
In sostanza, non esiste più da svariati decenni uno stato di riferimento, dal punto di vista teorico è totalmente venuto meno l'autorità di un pensiero che per alcuni era addirittura assimilabile all'evidenza delle scienze sperimentali, ed infine anche come parola d'ordine, il marxismo fallisce. Così, io credo che nella situazione tipica di tanti di noi che apprezzano ancora taluni aspetti del marxismo, ma ne respingono lo schema fondamentale, sia preferibile liberarsi di questa etichetta invece di proteggerlo al di là di ogni evidenza pensando che esso abbia ancora una sua capacità aggregante e mobilitante. Io penso al contrario che esso costituisca oggi più un ostacolo, un ingombro che rischia di rendere più complicato l'avanzare di un nuovo tipo di opposizione totale al capitalismo, così da costituirne oggettivamente un inconsapevole alleato.
Sono convinto che le tematiche ambientali debbano costituire il nucleo fondamentale di un pensiero politico di opposizione, ma stenta a divenirlo perchè i pensatori ambientalisti non sono finora stati in grado di definire una sua teoria con basi filosofiche, una vera teoria indipendente che non vada a raccattare in giro pezzi di teorie già esistenti, ad esempio dal marxismo, ma in forma più grave dallo stesso liberalismo che oggi costituisce senza dubbio alcuno il nemico principale. E' curioso constatare come i movimenti verdi che hanno avuto un qualche consenso in Europa si definiscano libertari, senza apparentemente capire le contraddizioni fondamentali in cui si vanno a collocare.
Ebbene, trovo assolutamente sbagliata la scelta di usare il termine decrescita per identificare il pensiero ambientalista. Senza potere approfondire qui neanche quest'ultimo argomento, mi limito a sottolineare come lo stesso uso di questa parola d'ordine denunci una fondamentale subalternità del pensiero ambientalista al pensiero liberale. Il punto non sta nell'indicare il segno dell'andamento del PIL, ma nel prescindere da esso. Il salto richiesto è quello di ridimensionare il ruolo dell'economia, del liberare la politica dai condizionamenti mortali da parte dell'economia, e predicare la decrescita, indipendentemente da come poi si voglia praticare in caso di successo, è sbagliato perchè continua a prendere il PIL come riferimento di una società presentata come desiderabile. Non si capisce come rimanendo prigionieri dei criteri economici, si possa credere che la scelta ambientalista possa presentarsi come una svolta rivoluzionaria, e non come una specie di punizione per avere peccato in passato per eccesso di consumismo.

12 commenti:

  1. C'è un problema: il cosiddetto "ambientalismo", oltre a non avere una dottrina coerente e unificata, non si oppone al "liberalismo" ma alla filosofia greca. Infatti sono stati gli antichi greci a trasmetterci l'idea dell'uomo attore e dell'universo fisico come palcoscenico da indagare, conoscere e poi disporre a piacimento. Questo fatto è rilevante perché significa due cose, prima dovere scavare molto più a fondo, seconda dovere proporre una idea di forza pari o superiore.

    Personalmente ritengo che lo "ambientalismo" sia un sottoprodotto della cultura contemporanea quindi come parte non può ne comprendere ne abbracciare l'intero. Tantomeno lo può soppiantare. Allo stesso tempo ritengo che il problema attuale sia principalmente di ordine demografico e non tecnologico. E la demografia è inversamente proporzionale alla tecnologia.

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    1. C'è contraddizione con una parte della filosofia greca? Probabilmente sì, ma non vedo perchè ciò dovrebbe costituire un problema.
      Manca una teoria che abbia basi filosofiche solide? Certo, è per questo che c'ho scritto un libro, ho cominciato a costruire delle basi da cui partire, ma ci lavorerò ancora. Se poi, avrò adesioni, si tratterà di un lavoro collettivo.

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    2. Il problema è che la filosofia greca sta alla base della cosiddetta "civiltà occidentale", non tanto nei dettagli dei sofismi ma nei principi cardine. Il rapporto tra l'uomo e l'universo, o meglio tra l'intelletto e il fare umani e l'universo fisico è uno di questi concetti fondamentali.

      In soldoni, l'ambientalismo si può vedere da due angolazioni, la prima è "interna" e si basa sulla idea di ottimizzare la macchina. Io costruisco automobili sempre più efficienti e che inquinano meno. L'altra è "esterna" e si basa sul concetto del "io sono una sola cosa con l'universo", da cui se tiri la coperta da una parte, dall'altra manca (opposto alla idea del primo tipo per cui io mi ingegno e trovo il modo di stirare la coperta all'infinito). La idea "esterna" non appartiene alla tradizione greca e di conseguenza non appartiene alla nostra. Per cui, posto che uno la sposi, poi deve fare molta più fatica per diffonderla.

      Ci sono parecchi racconti di fantascienza che affrontano questa tematica.

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    3. Lorenzo, malgrado io concordi con te sulla necessità di andare molto indietro nella storia dell'occidente, non concordo su questo tuo schema. Le cose sono molto più complicate, e l'ambientalismo non sta nei fondamenti filosofici, ma nelle conclusioni coerenti di un discorso filosofico basato su ben altri fondamenti. Esso costituisce l'aspetto più politico, il frutto estremo di un nuovo modo di vedere la realtà.

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  2. Lorenzo, bisognerebbe leggere Severino... va... così forse di civiltà occidentale ne potrai argomentare con maggiore destrezza e minor riduzionismo intellettuale.

    Intendere l'ambientalismo e la cultura e la filosofia che si pensa esserne fondamento non è (e penso non possa essere altrimenti) che entro l'alveo dell'evoluzione del pensiero umanistico greco. Pensiero profondamente tradito dall'involuzione fideistica del capitalismo, che ricordiamolo è figlio gemello del pensiero positivista e scientista... poichè finanza e organizzazione delle produzioni non nascono solo l'altro ieri... ma molto più in là con i secoli.
    Perciò, è questa organizzazione del lavoro, disumanizzante e nichilistica, dell'attuale capitalismo scientifico (così ben indagato dal materialismo scientifico di Marx) che deve essere rovesciato. La sua fase storica, che fu anche necessaria all'umanità, oggi non ha più motivi di persuasione a sua favore. Ha esaurito la sua spinta. L'attuale progresso scientifico e tecnologico, che ha consentito di allungare le nostre speranze di vita e la qualità in parte delle stesse nostre esistenze, ormai non trova ulteriori ragioni di miglioramento. Se, ad esempio, la produzione industriale del sapone consentì, agli inizi dell'800, di diffonderne il consumo in più grande scala poichè ne vennero abbattuti i costi (il costo del sapone passò da una settimana di paga di un operaio a poche ore di lavoro!) con i vantaggi che ne derivarono sul piano dell'igiene e della salute pubblica (oltre che privata!), oggi l'affanno a farci vivere qualche lustro in più con pelli raggrinzite, neuroni sfatti, cateteri permanenti... che senso avrebbe, se nel frattempo quando avremmo potuto vivere appieno affetti e vitalità abbiamo rincorso agi e narcisismi egoistici che più che colmare i vuoti, svuotavano ulteriormente?
    (continua)

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  3. In questo senso, le analisi costi-benefici per esempio in sanità, i cosidetti QALY, o le altre misure economiche che possono illuminarci sul beneficio che ne ricaveremmo dalle risorse utilizzate per un'applicazione sanitaria, sono importanti e non solo appendici ideologiche e riproduttive di semantiche dominatrici dell'economia quale scienza sociale.
    L'economia, seppur è vero non deve essere predominante, è la scienza sociale che emerge con la diffusione democratica del processo decisionale. Più il processo decisionale è democratico (almeno come tendenza) più le scelte politiche devono essere informate. E più le risorse sono, consapevolmente, scarse, più le scelte di allocazione delle stesse devono avvenire attraverso valorizzazioni dei processi decisionali: se il mio budget sanitario è, come non può che esserlo, limitato, è giusto che venga speso prevalentemente in interventi chirurgici di trapianto al cuore per ottantenni o in sanità dentaria in età infantile e adolescenziale? E di esempi se ne potrebbero fare a iosa, nello spreco di risorse sanitarie che quotidianamente viene effettuato per il sostegno di apparati burocratici e sanitari pubblici ed anche privati il cui valore aggiunto alla salute e alla qualità della vita è mediocre. Come, dal punto di vista economico, possiamo spiegarci che la probabilità di vita di un statunitense è di 75 anni, e quella di un cubano di 78... a fronte della enorme differenza di risorse economiche che vengono investite e spese nei due differenti sistemi sanitari? Come potrebbe quel 15% del PIL USA, che fa forse tutto il PIL di Cuba, che è speso dalla comunità pubblica e privata per la sanità trovare un utilizzo più... efficiente ed efficace?
    (continua)

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  4. Ecco perchè la decrescita non elude queste problematiche apparentemente economicistiche ma prova a incunearle all'jnterno della necessaria caratura e calibratura politica che, oggigiorno, trova l'economia completamente svincolata e anarchica rispetto a queste problematiche di carattere politico. Gli economisti hanno solo la presunzione di potersi liberare definitivamente dalla politica, e di rendere ineluttabile l'unica scelta legittima che deriverebbe da un processo decisionale scientificamente curato... da essi stessi. Solo che eludono sempre l'unica domanda alla quale non rispondono: da quale posizione si dicono certe cose e non altre... da quale punto di vista e da quali assunti di fondo, ideali esistenziali e di valore personale e collettivo.
    E qui, se permetti, emerge quello che è il problema principale dell'attualità: la decadenza profonda del pensiero scientista e positivista, che ancora tanto nei suoi colpi di coda riesce a determinare, e l'emergenza di un paradigma epistemologico nuovo... che come tutte le cose degli uomini richiede il tempo necessario affinchè diventi pratica e universo simbolico... e blocco sociale (e politico).
    E mi pare che il pensiero unico attuale, nella sua impasse, sta accelerandone le determinazioni. Che forse noi non vedremo, ma che alcuni neanche riescono ad immaginare, poveretti.
    Diverremo, Lorenzo... non ostante ognuno di noi. Questo è il principio della civiltà occidentale. Sforzarsi di restare "immobili" e "fissi" è parecchio... orientale.

    (fine)

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  5. Qui, mi è impossibile rispondere con adeguata argomentazione al tuo lungo commento che riporta una serie di differenti osservazioni. Se interessa, posso farvi avere un copia informatica o cartacea del mio libro. Hai il mio indirizzo E-mail e possiamo parlarne lì.
    Su un punto però dissentiamo, e riguarda lo sguardo sul percorso passato dell'occidente, se come tu sostieni sia possibile in un percorso complessivo rivedere soltanto l'ultimo tratto (ma anche sull'identità esatta di quest'ultimo tratto probabilmente), o se come invece penso io, sia necessario considerare alcune conseguenze implicite nel percorso filosofico-religioso complessivo dell'occidente.
    Francamente, non vedo oggi una dominanza di un pensiero positivista, ma neanche scientista, mi sembra una lettura imprecisa dell'attualità. Mi pare che si possa tranquillamente affermare che viviamo nell'epoca del trionfo dell'illuminismo che, malgrado gli indubbi vantaggi storici di avere sconfitto taluni aspetti deprecabili del pensiero che lo precede, in particolare il clima di caccia alle streghe (nel senso letterale) dovuto alla controriforma, abbia mostrato i suoi aspetti deprecabili proprio e soltanto a seguito del successo conseguito.
    La domanda successiva che io mi pongo è se questo pensiero illuministico abbia o no dei genitori, quali siano questi genitori, e quanto l'illuminismo risulti essere il figlio inevitabile di questi genitori.
    Come nelle famiglie che si rispettano, io individuo due genitori, l'uno il pensiero filosofico greco, ed in particolare Platone, e l'altro le religioni monoteiste, e nel contesto dell'occidente in primis il cristianesimo.
    MI fermo qui perchè l'argomentazione richiede ben maggiore pspazio ed approfondimento.

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  6. Questo post e quello precedente mi paiono facce della stessa medaglia.
    I cinesi hanno trovato duemilatrecento anni fa una soluzione. Credo non tema fallo. Forse t'interessa.

    (parafrasando)
    "Togliere il sovrappiù e aggiungere alla mancanza. Togliere dove manca e aggiungere al sovrappiù"

    La seconda proposizione potrebbe comunque funzionare aggiungendo: "purché non sia questo l'unico risultato".
    La tendenza prevalente è, purtroppo, "Togliere dove manca e aggiungere al sovrappiù".

    Sarà, da quel che vedo, ancora una volta la Storia a sbattercelo sul muso una volta di troppo.

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  7. Innanzitutto, l'espressione "facce della stessa medaglia" non mi pare adeguata, sono temi appartenenti entrambi alle vaste tematiche politico-filosofiche, ma proprio per la vastità delle tematiche, immaginarle come immagine di una medaglia mi sembra un po' riduttivo. Il post precedente era più teorico, centrato sulla critica al liberalismo, questo è più propositivo. naturalmente, l'autore è lo stesso (me medesimo), e ciò si avverte, ma non credo ci siano vere e proprie sovrapposizioni di argomenti.

    Il dissenso più importante è tuttavia sul tuo ridurre le questioni a problemi di distribuzione di risorse, come mi pare di capire dalle tue parole (anche se vedo che c'è un errore che rende il tutto difficilmente comprensibile).
    Dal post, si dovrebbe facilmente dedurre che le questioni di distribuzione, pure essenziali, non costituiscano per me il nucleo fondamentale della politica, e ciò è in accordo con le mie critiche al marxismo, che da un punto di vista ambientalista, può essere associato al capitalismo, almeno proprio dal punto di vista della comune aspirazione all'aumento complessivo della ricchezza.

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  8. Ciò che viene indicato (in maniera lievemente riduttiva) come "ridurre le questioni a problemi di distribuzione di risorse" non è cosa attribuibile ad alcuno. Lo sa l'aria, lo sa l'acqua e la terra, e anche il fuoco lo sa. Se c'è il vento, la cascata, il terremoto e l'incendio. Ma non gli può essere attribuito.
    Ti auguro buon lavoro.

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    1. Grazie degli auguri, ma non sarà eccessivo qualificare la propria opinione come la verità assoluta?

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