sabato 5 dicembre 2009

IL PROBLEMA GENERAZIONALE. PARTE PRIMA

La questione sollevata dalla finta lettera di Celli al figlio ha tenuto banco sulla stampa nazionale ed anche sui blogs. La cosa in sé è da una parte sorprendente, dall’altra addirittura irritante. E’ sorprendente ed irritante perché in questo nostro strano paese questioni arcinote a tutti, spesso per esperienza diretta, sembrano tuttavia diventare di pubblico dominio solo perché qualcuno solleva la questione. La prima impressione che se ne ricava è di un paese schizofrenico che si confronta giornalmente con certe problematiche, e che tuttavia ha bisogno di un “casus belli” per discuterne.

Aldilà delle specificità, legata allo specifico personaggio, che qui vorrei tralasciare, mi pare che due aspetti di carattere generale vengano coinvolti, e sono questioni per me di grandissimo interesse. Le formulerò così:

- Esiste una questione generazionale?

- Che ne è della classe dirigente italiana?

Comincerò dalla prima. Per me, non v’è alcun dubbio, abbiamo tolto la speranza ai nostri figli, la speranza prima di un’occupazione a tempo indeterminato prima, e ormai addirittura di qualsiasi tipo di occupazione. Abbiamo però tolto qualcosa di molto più importante, la stessa possibilità di mettersi alla prova. La scelta incomprensibile di fare sempre meno figli non influenza soltanto la curva demografica, ma cambia la stessa fisionomia del nostro paese. Ciò è diventato chiaro nei primi anni novanta, quando la natalità ha raggiunto livelli bassissimi che sono tornati a crescere soltanto per effetto della crescente immigrazione di popoli con altre culture. Siamo, insomma, un paese di vecchi, con molti singles, e tante famiglie con un unico figlio. Questa situazione è dovuta al duplice effetto di un elemento culturale ed uno strutturale, in realtà tra loro intrecciati. L’elemento strutturale è dato dalla legislazione, sia quella del lavoro che quella fiscale. Entrambe hanno finito col determinare una intollerabile pressione in primis sulle potenziali madri, ma in genere poi sulle famiglie nel loro complesso. In sostanza, le forme di sostentamento del ruolo genitoriale sono assolutamente insufficienti, il che equivale a dire che lo stato non riconosce la funzione essenziale di chi garantisce il ricambio generazionale. Qui non si tratta di definire quale sia la popolazione ottimale per il nostro paese, perché un paese, in ogni caso, non può scegliere di avere un solo nuovo nato per anno per cento ultrasettantenni, anche se riconoscesse di essere un paese sovrappopolato. Se pure si volesse ridurre la popolazione, ciò dovrebbe essere fatto gradualmente, e probabilmente con altri mezzi. Chi infatti potrebbe garantire le risorse in senso lato a tanti vecchi? Per i demografi, è un fatto ovvio che debba sussistere una certa proporzione tra giovani e vecchi, come aspetto indipendente dal dato della popolazione totale.

Sia chiaro: questo problema strutturale lo condividiamo con gran parte dei paesi occidentali: potremmo anzi aggiungere che altri stanno anche peggio di noi. Il motivo è dovuto alla logica capitalista, che vede sempre il profitto come criterio fondamentale nelle scelte politiche. In Italia più che altrove mi pare abbia invece operato il secondo elemento, quello culturale, che ha visto farsi avanti un’ideologia sostanzialmente egoista, quella del diritto alla felicità, e la felicità come libertà, nel senso però gretto di avere a propria personale disposizione tutte le nostre cose. Secondo quindi questa vera e propria ideologia, i figli sarebbero dei pesi vitali che, come un pesante zaino sulle nostre spalle, ci impedirebbero di procedere celermente verso esperienze luminose di felicità. Pur sapendo di rischiare di essere tacciato di facile retorica e di filocattolicesimo, non sarebbe però onesto se io non comunicassi anche in questo breve scritto la mia personale esperienza, quale ricchezza ineguagliabile siano i figli, quanto essi siano in grado di donarci qualcosa che non possiamo acquisire in nessun modo alternativo. Per il resto, personalmente sono convinto che l’esperienza genitoriale dovrebbe avere una durata limitata nel tempo, e che certi legami di dipendenza dai genitori in età adulta debbano considerarsi patologici.

Fatto sta che per questo duplice motivo, strutturale e culturale, ci troviamo con pochissimi bimbi in giro per le nostre strade, così come in tante case. Questa loro rarità attira verso loro un’attenzione assolutamente sproporzionata da parte di parenti, amici e conoscenti, e nello stesso tempo le uniche persone che dovrebbero davvero curarsi di loro, finiscono per rivendicare un loro personale tempo di svago o anche di realizzazione. Essi diventano quindi importanti per la società per la loro stessa esistenza, mentre le cure specificamente educative diventano in questo contesto insufficienti.

Divenire adulti significa farsi carico di responsabilità, da cui l’infanzia è esonerata. La vera spinta a crescere sta proprio nell’acquisizione di diritti che sono negati all’infanzia, e che compensano in qualche misura il gravame delle responsabilità degli adulti. Si è invece diffusa un’ideologia che pretende un automatismo nei diritti, che pretende di trattare i bambini come fossero adulti, che pretende una divisione nelle responsabilità decisionali tra due entità del tutto asimmetriche come sono genitori e figli. Il risultato è che la crescita non viene adeguatamente incoraggiata, ma diritti e mezzi sono donati senza pretendere un corrispettivo che ha in definitiva un valore educativo. Nella seconda parte, mi soffermerò sulla questione della classe dirigente, anche in riferimento allo stesso problema generazionale.

20 commenti:

  1. Il mio commento di ieri sul post precedente non c'è sul tuo sito. Come mai? L'hai forse cancellato?

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  2. Proprio oggi devo leggere questo post, oggi che volevo scrivere un post titolato "dichiaro aperte le ostilità" per raccontare la litigata di ieri coi miei figli ventenni. In cosa ho sbagliato? Li ho cresciuti nella bambagia? Ne ho parlato con due amici incontrati per caso proprio ieri: il primo ha dato la colpa alla cultura televisiva e sociale del "tutto facile- tutto dovuto- niente impegno -e se sei furbo te la cavi", il secondo ha detto che avrei dovuto dare loro una pedata nel sedere.

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  3. Finalmente trovo un'altra persona che ha trovato di pessimo gusto la trovata della letterina...

    A noi giovani hanno tolto il futuro, sopratutto ci hanno impedito di crescere nei luoghi di lavoro e nei contesti sociali.
    Una volta si trovava un impiego con un capo capace, in grado di trasmettere un mestiere, quasi fosse un'arte. Ora più.
    Chi alleva giornalisti, avvocati ecc?
    Tutto è in mano al precariato e alla non professionalità creata dal sistema clientelare.

    Sui figli: vedo genitori chiedere il permesso ai bimbi per andare a fare la spesa, qualcosa non funziona. Decisamente, devono ritornare i NO educativi.
    gio

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  4. @kinnie51
    Come ho scritto sul tuo blog, la risposta è ovviamente no, e un commento cancellato Google lo cita egualmente. Ad ogni modo, mi spiace: penso potresti ripostarlo.

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  5. @Fuma
    Bisognerebbe però evitare di tradurre un discorso di carattere sociale in un discorso strettamente individuale. Certamente, la TV fa danni enormi, ma li fa sia sui ragazzi che sui loro genitori, non è che salvi qualcuno. Diciamo che per non ripetermi su cose già trattate, stavolta sono partito dalle persone così come sono nella società in cui viviamo, tralasciando qui le cause della mentalità dominante.
    Comunque, credo che a dei ventenni, non possiamo che rivolgeci come fossero adulti, non credo che un discorso educativo possa essere impostato a quest'età.

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  6. @Gio
    Veramente, io ho trovato di gusto ben peggiore i commenti, più della lettera in sè.
    Per il resto, siamo abbastanza d'accordo, ma ti ringrazio di esserti soffermata sull'aspetto professionale, che avevo trascurato.

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  7. Pur sapendo di rischiare di essere tacciato di facile retorica e di filocattolicesimo, non sarebbe però onesto se io non comunicassi anche in questo breve scritto la mia personale esperienza, quale ricchezza ineguagliabile siano i figli, quanto essi siano in grado di donarci qualcosa che non possiamo acquisire in nessun modo alternativo.

    Sono sicura che mi perdonerai la sincerità (tanto, vista la distanza, non puoi picchiarmi! :P), e lo dico: sì, questa volta hai fatto facilissima retorica condita da melassa.
    Ma non aggiungo altro altrimenti rischio grosso. :D

    Con immutata stima e costante affetto
    saluti :))

    Ihihihih!!

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  8. @Romina
    Forse è come dici tu, ma io rimango della mia opinione, cioè che chiudiamo gli occhi di fronte all'evidenza della realtà in base a pregiudizi ideologici.

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  9. Non posso che essere d'accordo su quanto scrivi, anche per esperienza personale, come peraltro ho scritto in un recente post.
    Quello che volevo chiederti, quando ti occupi di politica interna,è perchè,proprio tu che sei siciliano, ma non solo per questo,non ti occupi di quello che sta succedendo in Sicilia con Micchichè? Mi piacerebbe sapere che ne pensi, anche perchè credo che non sia soltanto una questione di interesse locale.

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  10. Non sono d'accordo sul discorso della cultura. I genitori non vogliono avere figli non perché li considerino un peso. Questo è quello che vuole farci credere la destra. I genitori non vogliono avere figli perché con un salario di 800 euro da precario non metti su famiglia. Non metti su famiglia se non riesci a trovare casa. Non metti su famiglia se rischi di perdere il lavoro. Non metti su famiglia anche perché, come dicevi giustamente, lo stato non ti sostiene.

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  11. @kinnie51
    Non parlo della politica siciliana perchè non la conosco, e non la conosco perchè fondamentalmente non m'interessa. Sono convinto che qui in Sicilia la politica sia davvero una guerra tra bande, la cui dinamica inevitabilmente sfugge a chi non appartiene ad esse. Come dire che la politica è inesistente, e forse dietro le quinte ci sono ben altri mezzi di persuasione...

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  12. @Matteo
    Da quando mondo è mondo, i figli si sono sempre fatti, e pensare che esista solo una causa per comportamenti sociali così diffusi e così divergenti da una storia millenaria pregressa mi pare francamente miope. Non so poi quale sia questa destra che vuole far credere cosa: mi pare anzi che siano tutti d'accordo a non far figli e a non farne fare, sennò farebbero un'altra politica.
    Bisogna capire che c'è sempre, nei comportamenti umani, un elemento culturale, e che a negarlo ci si chiude gli occhi. Il caso che citi tu è sicuramente difficile, ma non credo che tutte le coppie stiano in questa situazione direi estrema. Io parlo con i giovani, e quello che sento è che qualsiasi esigenza viene sentita sempre come prioritaria rispetto ai figli. Se i miei genitori ai loro tempi avessero considerato problemi di compatibilità economica, non avrebbero mai potuto fare tre figli. Tu mi dai atto che lo stato certo non aiuta, ma mi spiace che tu neghi un elemento culturale che per me è invece evidente.

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  13. Questione complessa,concordo che l'elemento culturale sta alla base della situazione.Anche i miei genitori hanno avuto tre figli,ma sorge il dubbio che non sia stata una scelta.Oggi i metodi anticoncezionali permettono di scegliere e dato che la generazione che adesso dovrebbe procreare l'abbiamo tirata su convinta che prima vengono le loro esigenze,vedono in un figlio una limitazione della loro libertà.Anche la questione economica ha il suo peso per alcuni,ma anche chi ha una posizione più che solida vede in un figlio solo un costo che li renderebbe più "poveri"Molto egoismo e miopia,dovrebbero immaginarsi tra vent'anni e chiedersi come sarà la loro vita e la società in cui vivranno.Per non parlare delle ricadute economiche che si avranno senza adeguato ricambio generazionale.
    .

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  14. @Vincenzo: su quello che dici non sono d'accordo perchè in verità sta emergendo( cito spatuzza per dirne uno, ma potrei citare anche il libro di marco travagio e peter gomez "i complici")che sulla politica siciliana si gioca la politica italiana.Quindi faresti bene a interessarti.

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  15. @Stefania
    Mi pare che siamo abbastanza d'accordo: siamo sempre alle politiche di corto respiro.

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  16. @Kinnie
    Il problema non è la rilevanza, ma la chiave di lettura, che temo di non possedere. certi atteggiamenti come quello di Lombardo che ha sssecondato la crisi della sua stessa giunta sfuggono ai miei criteri di comprensione, ci sta qualcosa di occulto che ci impedisce di capire davvero cosa stia succedendo.

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  17. Vincenzo, i nostri genitori stavano molto meglio di quanto noi stiamo adesso, avevano un futuro migliore del loro presente davanti, noi abbiamo un futuro peggiore del presente e del passato.
    Certo, in Nigeria fanno figli in situazioni di estrema povertà, ma questo non mi sembra un bene, anzi, tutt'altro.
    Non vedo perché un giovane oggi dovrebbe fare un figlio senza un lavoro fisso, con un salario da fame. E chi lo nutre? chi gli da da mangiare? chi gli paga gli studi? chi lo cura? Certo è facile parlare in astratto, ma quando poi si tratta di confrontarsi con i problemi grettamente materiali cambia il modo di ragionare.
    Certo, i figli di Celli, non hanno questo problema. Loro il figlio possono mantenerlo. Ma quanti sono quelli così?

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  18. @Matteo
    Temo però che i miei genitori non fossero coetanei dei tuoi, penso di essere abbastanza più vecchio di te. Quando sono nato io, e sono il terzogenito, non era ancora scoppiato il cosiddetto "boom economico", dormivamo tutti nella stessa stanza, eravamo in casa in affitto, ed anche l'acquisto del pane era un problema. No, non credo proprio che i miei genitori fossero più ricchi dei precari di oggi. Concordo piuttosto sul fatto che c'era un ottimismo di fondo, e quello senza dubbio aiuta.
    Forse a te sfugge l'aspetto culturale perchè in qualche misura lo condividi, e quindi ti viene più difficile giudicarlo obiettivamente.

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  19. Mia mamma (1930)ha sempre detto che avrebbe voluto solo un figlio, perchè non voleva fargli vivere un'infanzia come la sua: povertà e litigi in famiglia numerosa e patriarcale. Invece ne ha fatti quattro, con quel gran figo di Ogino Knaus e il minimo contributo di papà. Sono sicura che se avesse avuto la pillola l'avrebbe presa. Le avrebbe evitato l'angoscia di temere, ogni mese, di essere incinta. Ma vi rendete conto, che vita di emme hanno fatto le nostre mamme??
    La differenza che vedo tra gli anni (60) della mia infanzia e quelli attuali è che allora non ci si vergognava della povertà, perchè bene o male erano tutti nelle stesse condizioni. Adesso invece un genitore si vergogna se non può dare al figlio non solo il necessario, ma anche il superfluo ("ce l'hanno tutti) . Con questa storia del "ce l'hanno tutti" occorrerà presentarsi al battesimo del nipote con l'ultimo modello di telefonino.

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  20. @Fuma
    Ecco, bisogbna fare avanzare un'ideologia in cui la gente si vergogni di sprecare le limitate risorse del nostro pianeta: io mi ci sono impegnato come altri, ma siamo ancora troppo pochi.

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