sabato 23 novembre 2013

TWITTER, OVVERO IL DESTINO DELL'UMANITA'

Alcuni mesi fa, ho postato un pezzo: 
http://ideologiaverde.blogspot.it/2013/07/sviluppo-parabolico-dellumanita.html
il primo nel mio blog con immagini. Mi pare che sia caduto nel vuoto, eppure, a parte il tentativo evidentemente clamorosamente fallito di suscitare una certa ilarità nei lettori, volevo esprimere un concetto che ritengo molto importante, e che quindi qui tenterò di riprendere col mezzo che, forse a causa della mia antichità, mi è più consueto, cioè le parole. 
Partiamo proprio da quello che costituiva l'obiettivo principale della mia satira, twitter, ovvero la prigione dei 140 caratteri...
Mi chiedo sinceramente come sia possibile che una persona che voglia comunicare un'opinione, possa accettare una simile severissima limitazione che lo costringe a una sintesi che mi pare la premessa, era quello il concetto che volevo esprimere con l'immagine che seguiva al logo di twitter, al verso di un animale superiore come lo scimpanzè. Quando la sintesi diventa un obbligo e deve raggiungere una laconicità così estrema, finisce per determinare una afasia cerebrale verso pensieri complessi, solo ciò che si può esprimere in 140 caratteri, data la stretta correlazione tra il parlare e il pensare, diventa oggetto del nostro pensiero. Sembra che la capacità dell'umanità di articolare pensieri sofisticati tramite l'uso di strumenti didattici adeguati, conseguita tramite un faticoso processo storico, sia da noi stessi sacrificata sull'altare di questo clima culturale contemporaneo che sembra rifuggire dagli approfondimenti, tutto portato ad occuparsi soltanto del presente, rimanendo alla superficie degli eventi, e proteso alla spettacolarizzazione, e quindi dove la cura principale diventa quella del rendere i propri messaggi accattivanti prima ancora che pregni di significato. 
Vedere fior di politici e perfino il papa accettare questa logica della banalizzazione forzata per motivi di sintesi, sembra proprio rappresentare l'immagine stessa della cultura contemporanea. 
Del resto, questa tendenza a convivere con la pluralità dei soggetti che intervengono, che sono attori della comunicazione, tramite la limitazione strutturale dello spazio di comunicazione, sembra essere una caratteristica generale dei nostri tempi. Non è forse vero che ci vediamo sempre più spesso proporre domande che hanno un limitato numero di risposte, e spesso solo sì o no? 

Non è che io non mi renda conto dell'esistenza del problema di contemperare una partecipazione sempre più numerosa al flusso comunicativo, si può anche accettare queste limitazioni nella formulazione stessa del messaggio. Non è forse norma di lunga data quella nelle democrazie rappresentative di mettere una scheda in un'urna, una scheda dove dove abbiamo la libertà soltanto di scegliere una casella da barrare rispetto un'altra?
Infatti, a mio parere, non è il subire le limitazioni il vero problema, potrebbe trattarsi soltanto di disciplina, come quando in un dibattito dobbiamo accettare di parlare al nostro turno, ascoltando per il resto del tempo in silenzio quanto dicono gli altri, anche questa è una limitazione.
Il vero problema è l'atteggiamento dominante rispetto agli strumenti di comunicazione limitata. Così, twitter viene comunemente considerato un grande strumento comunicativo, e analogamente le primarie vengono considerate una specie di apice della democrazia. 
In generale, la gente gradisce essere chiamata ad esprimersi anche nella forma elementare di un sì o di un no, come capita ad esempio in un referendum. 
C'è perfino un personaggio come Grillo che sostiene l'insostenibile, che dare un voto via web sia il massimo della democrazia, addirittura uno strumento di democrazia diretta. Partecipare, questa sembra la preoccupazione centrale della nostra epoca, poco importa se partecipiamo come galline che emettono un certo verso a comando. 
Per certi aspetti, la limitazione imposta dal mezzo utilizzato, più che costituire un inconveniente, diventa paradossalemente una benedizione, permettendo di esprimersi anche a chi avrebbe difficoltà ad articolare un ragionamento minimamente compiuto. 

L'argomentazione come veicolo dialogico sembra declinare sempre più d'importanza. 
Ciò mi preoccupa. Potrei dire che la democrazia ha una duplice faccia, quella dell'agorà e quella dell'ostracismo. Se permettiamo che chiunque, magari sulla base di un sentimento transitorio di origine emotiva, si esprima magari in forma anonima, rischiamo di giungere alla logica distruttiva dell'ostracismo. Ricordiamo sempre che per quanto compatibile con i limiti di tempo e di spazio richiesti dalla comunicazione, argomentare nell'agorà, in modo pubblico e disponendo di tutto il tempo che ci necessita per esprimere al meglio le nostre tesi, è un obiettivo da perseguire e da difendere dalle semplificazioni degli strumenti della tecnologia moderna. 

4 commenti:

  1. Non consideri una cosa: nella Agora non siamo tutti uguali. Argomentare era un'arte e una professione, non una abilità innata ed egualmente distribuita. Siamo sempre li, se vuoi l'uguaglianza, altrimenti detta "democrazia", devi prendere anche l'altro lato della medaglia e cioè che qualsiasi cosa viene commisurata al minimo comune denominatore, non al massimo. I cosiddetti "social network" non sono e non possono essere una Agora, sono semplicemente un assembramento, una folla, dove c'è che fa le pernacchie, chi declama poesie, chi fa le puzze, chi fischietta, chi grida "abbella" ad una sconosciuta, eccetera.

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  2. Io ho una concezione differente dell'uguaglianza che mi pare del tutto compatibile con la democrazia, che non pretende di identificarsi con l'uniformità. C'è chi sa argomentare, c'è magari chi sa aggiustare un orologio da polso manuale, o c'è chi riesce a fare i cento metri in meno di dieci secondie ancora chi riesce a fare una moltiplicazione tra due numerti a due cifre a mente.
    Davvero,dobbiamo guardare a quesdte differenze incontrovertibili come un criterio di stratificazione verticale, che chi sa meglio argomentare è superiore a chi ha abilità nelle operazioni manuali?
    Decidiamo tutti, ma prima permettiamo a chi sa argomentare di trovare tutto lo spazio che gli serve per svolgere il suo ragionamento, senza che questo si identifichi come una sorta di misura di valore individuale.

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  3. Tu puoi avere tutti i sogni che preferisci ma la realtà storica è una cosa diversa.

    Nella Atene culla della "democrazia", proprio perché la vita della Polis ruotava attorno alla "ecclesia", cioè alla assemblea di tutti i nati da genitori ateniesi, i cittadini avevano diritto di parlare in pubblico e di votare ma ovviamente solo chi poteva permettersi di investire soldi e tempo nello studio dell'uso del linguaggio come strumento, sia di indagine e conoscenza che di persuasione e manipolazione, era protagonista della vita economica e politica. E questi, in virtù del denaro, del carisma e della capacità oratoria (che permetteva tra le altre cose di vincere le dispute legali), si configuravano comunque come una "aristocrazia", basata non sulla differenza di nascita ma sulla differenza di cultura, una differenza che derivava dal censo, dalla disponibilità economica che permetteva di mandare i figli a scuola da filosofi e sofisti, di fargli spendere tempo nella cura della persona e di acquistare abiti consoni. Quindi la "democrazia" ateniese era in realtà una aristocrazia mercantile.

    Da sempre in Europa esiste questo scontro tra l'aristocrazia terriera, che eredita i titoli per nascita e l'aristocrazia mercantile che i titoli li acquista col denaro. Il governo tripartito, col Re, la Camera Alta dei Lord (Senatori) e la Camera Bassa dei Comuni (Deputati) è la fotografia di questo meccanismo.

    Ma ancora, il meccanismo non ha MAI dato parola a tutti indifferentemente. Chi non ha un titolo nobiliare e non ha i soldi, quindi non appartiene a nessuna aristocrazia, è semplicemente carne da cannone, massa di manovra che viene usata a vario titolo, anche quando è ammessa a partecipare alla assembla, dove l'eguaglianza è solo nominale.

    Anche nel marxismo-leninismo il presupposto è che il Partito, nella persona dei suoi quadri e dirigenti, deve mettere sotto tutela il Popolo, che detiene il potere solo pro-forma, perché il Popolo non possiede gli strumenti per partecipare attivamente alla gestione dello Stato. Siamo tutti compagni nel collettivo, siamo tutti "uguali" ma qualcuno è più "uguale" degli altri, in virtù del controllo che ha sulla assemblea grazie più o meno agli stessi strumenti che si usavano in Atene.

    Per cui la conclusione è che chi sa argomentare argomenta dentro un circolo ristretto di suoi pari aristocratici, oppure arringa le folle come Lenin. O Pericle. La folla sotto il palco non argomenta. Non solo non sarebbe in grado ma non vuole nemmeno farlo perché la maggior parte delle persone è condizionata ad occupare un ruolo gregario e rimanere nel calduccio dei luoghi comuni e delle verità precucinate che calano dall'alto.

    I social network sono solo un prodotto industriale, una cosa che deve essere venduta a più persone possibile. Non sono un prodotto di lusso diretto alla aristocrazia. Quindi non hanno alcuna pretesa di essere strumento usato da per argomentare. Sono invece uno strumento che esalta il conformismo e l'omologazione tipico della folla. E' come quando stai sparando cretinate coi commilitoni a naja con in mano il giornaletto Lando. Se anche in altri momenti ti verrebbero delle idee, in quel luogo il "cameratismo" si fonda sul minimo comune denominatore che annulla le differenze.

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  4. A parte l'excursus storico che hai voluto fare, e che ci porterebbe lontano, mi pare che la pensi come me sulla natura dei social networks.
    Ora, se tu ed io l'abbiamo capito, ci sono milioni di persone, soprattutto nelle generazioni più giovani, che credono di esprimere opinioni personali twittando. Mi rivolgevo a costoro per renderli consapevoli della natura illusoria in termini di spazio democratico dei social networks.

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