martedì 26 novembre 2013

LO STATO DELLA SATIRA IN ITALIA

Oggi, mi occupo dello stato della satira politica in Italia.
Dirò subito una cosa impopolare, ma secondo me vera, stiamo messi davvero male.
Parlerò in più dettaglio di Crozza e della Littizzetto...

Comincio da quest'ultima, che pure ammirai in tempi ormai lontani (anni novanta, pensate un po'...). Da svariati anni, mi pare che ormai affidi le risate a riferimenti anogenitali ripetuti che credevamo confinati in una comicità da caserma.
Da questa base di partenza sicura (sono argomenti che suscitano ilarità per motivi intrinsechi che qui sarebbe troppo lungo esplorare, magari se qualcuno vuole possiamo approfondire nei commenti), ella fa incursioni nella politica con un approccio di buon senso, cioè del pensiero dominante. Issando gli sterotipi del nostro tempo, ella ironizza su chi non s'inchina a questa mentalità dominante.

E' soprattutto Crozza che al contrario evita di calcare la mano sulle tematiche uroanogenitali, ad occuparsi di satira politica, investendo direttamente il mondo dei professionisti della politica. In tal modo però, Crozza entra platealmente nella stessa arena politica, finendo per diventarne un protagonista.
Crozza, credo per la gran parte inconsapevolmente, mette il suo talento, sicuramente notevole, al servizio della parte politica dominante.
Altri prima di me, hanno sottolineato a ragione quanto Crozza sia stato determinante sull'esito disastroso di Ingroia alle ultime elezioni nazionali. Più recentemente, in un contesto che non ricordo, Crozza, credo nella puntata del suo programma del 15, a proposito di non so più chi, ci teneva a sottolineare a proposito di attacchi da questi subiti, che la vittima era un moderato riformista, che non aveva mire rivoluzionarie. Una frase simile in un contesto del tutto differente, la pronunciava qualcuno alla radio. Quest'ultima era riferita agli eventi ormai remoti del golpe cileno ai danni di Allende, ed anche qui si sottolineava come v'erano delle vittime delle torture da parte dei militari di gente comune che non era certo rivoluzionaria.
Ora, trovo sorprendente che si svolga un ragionamento in cui si considera come un aggravante per il torturatore o comunque per chi aggredisce delle vittime, la circostanza di averlo fatto verso un cittadino comune, uno di noi insomma, come se l'essere un rivoluzionario possa in qualche misura essere considerata una condizione di colpa che possa almeno parzialmente giustificare il subire torti. 

Tornando a Crozza, il suo modo di fare satira si potrebbe definire invadente, in quanto, pur distinguendosi da un giornalista nello stile, nell'utilizzo di strumenti satirici, si pone anch'egli come parte in causa, sostiene una certa tesi tra le altre, ed è così che viene fuori il suo spirito piddino, che poi è la vera mentalità dominante in Italia (probabilmente in tutta europa la mentalità non è molto differente). Crozza è piddino fino al midollo, e potenzialmente si presta anch'egli ad essere oggetto di satira da parte di qualcuno particolarmente abile.

Vorrei ricordare che la satira in un lontano passato era privilegio del buffone, qualcuno che abdicava ad essere come gli altri, accettava questo ruolo così particolare, e ne riceveva uno speciale lasciapassare, la possibilità di ingiuriare il potente di turno senza subire punizioni. Oggi, mi pare che l'attore satirico sia diventato un personaggio come qualsiasi altro, che pretenda di avere il diritto di insolentire chi gli pare in nome di una sacralità della satira, ma nello stesso tempo non accettando di subirne le conseguenze inevitabili, quello cioè di svolgere il ruolo del buffone.
Se lo confrontiamo con un attore come Corrado Guzzanti, per me di gran lunga il più grande attore satirico italiano, vediamo che quest'ultimo realizza dei quadretti caricaturali accentuando aspetti di per sè comici di personaggi di potere, ma rifiutando del tutto di articolare argomentazioni. Chi satireggia deve accettare di sparire, di apparire privo di opinioni, il suo compito è solo di esagerare la realtà che abbiamo di fronte. 

Dobbiamo insomma comprendere che suscitare ilarità non è un'attività innocente, può diventare benemerita quando ci mostra del potere ciò che non vediamo pur avendola di fronte. Ma voi chiamereste ironia quella di una certa microcomunità verso l'estraneo? Eppure, può risultare molto comica, si basa evidentemente su caratteri che rendono quell'individuo differente dagli altri, il suo essere diverso ha evidentemente aspetti molto propizi per ironizzare.  Ciò che non va in tutto questo non consiste soltanto in un differente rapporto di forze, è anche dovuto al fatto che chi ironizza è parte in causa, lo fa da un suo proprio punto di vista, ed ha successo proprio nel fatto che chi satireggia lo fa da uno specifico punto di vista che trova un'ampia condivisione.
A questo punto però, la satira, lungi dal rappresentare una sorta di controbilanciamento rispetto al potere dominante, finisce per costituirne l'ennesima arma per prevalere su mentalità diverse, e quindi diventa uno oggettivamente strumento per conculcare la democrazia.

6 commenti:

  1. Ma te lo sai che ci sono stati gli anni '70 tra noi e il "buffone" di corte del medioevo?
    E lo sai che negli anni '70 qualsiasi cosa che riunisse più di due persone DOVEVA essere inspirata a Marx, Lenin, Mao e Ho Chi Minn? Che in quegli anni c'erano polemiche feroci tra Gaber e De Andrè che si accusavano a vicenda di non essere un "vero comunista"? Che quando si faceva un festival del cinema al minimo accenno di qualcosa di non "organico" scattava la contestazione, con tanto di assemblea, collettivo e processo politico ad attori, registi, eccetera.

    Questo post sta a dimostrare che le risorse investite per riscrivere costantemente il passato sono ben spese.

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    1. Lorenzo, ti consiglierei vivamente di leggere il post prima di rispondere, nonchè di rileggere ciò che hai scritto prima di inviarlo.
      Mi pare evidente che ciò che scrivi c'entra col mio pezzo come il cavolo a merenda.
      Apparentemente, quando ti viene voglia di scrivere qualcosa, lo utilizzi come commento a un post a casaccio.

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    2. No ho letto solo che il tuo post mi sembra un mix tra "non ci sono più le mezze stagioni" e "i bambini li porta la cicogna". Come se tu non sapessi PERCHE' la Litizetto fa la sua "satira" da Fazio e perché Crozza la fa sua a Ballarò. Stiamo parlando di una TV di Stato dove trovi un Vauro che illustra le sue vignette travestito da rivoluzionario cubano e la cosa bella è che non esiste nessun intento auto-ironico, è invece un simbolo di appartenenza, "identitario", come si dice.

      Forse non mi sono spiegato:
      Dice, "lo stato della satira in Italia". Ma sveglia, NON ESISTE NESSUNA SATIRA, si tratta di propaganda bellica, pura e semplice. E il tutto lo devi inquadrare all'interno delle teorie gramsciane sull'egemonia culturale. Non sono cose che avvengono per caso, spontaneamente. Si tratta di fare diventare il marxismo-leninismo, edulcorato e occultato in vari modi, un LUOGO COMUNE e una ABITUDINE. DI conseguenza ottieni che gli insegnanti saranno allineati, i magistrati saranno allineati, i giornalisti saranno allineati, gli artisti saranno allineati, eccetera.

      Secondo te una vignetta con sopra un ebreo col naso adunco, vestito da "finanziere", le mani rapaci che stringono soldi e gioielli, che sghignazza davanti ad una madre coperta di stracci che stringe i figli malnutriti è satira?
      Ecco, quindi nemmeno Litizzetto, Crozza e Vauro fanno satira.

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    3. Ma lo vedi che sei d'accordo con me allora?
      A parte le sciocchezze su un marxismo-leninismo che non mi pare oggi in auge, mi pare che dici le stesse cose, ma ci tieni a dirle come se mi contraddicessi, deve trattarsi di problemi di ordine psicologico...

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    4. Come definiresti la "non satira" di Crozza? Pensi che lui sia conscio di eseguire questa sorta di propaganda ben camuffata e divertente?

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    5. Sì, credo che egli sia inconsapevole, e magari è facile esserlo, basta non farsi troppe domande ed intascare i proventi economici e d'immagine delle sue prestazioni artistiche.
      Soprattutto, il suo essere un tipico piddino (dal punto di vista politico, naturalmente non nella sua bravura da attore) è sicuramente al di fuori del suo controllo, subisce il monopensiero dominante.

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