Così, in questi giorni, pare concludersi la parabola dell’attuale premier, che ormai è preda del terrore di avere esaurito il carburante che lo ha tenuto alla guida della nazione per così tanto tempo.
Si sa, la tempra di un uomo si vede appunto nei momenti di emergenza, nella difficoltà, perché nei momenti di gloria tutti sanno recitare la loro parte.
E cosa dobbiamo sentire da questo uomo mediocre che deve il suo successo alla sua mediocrità? Che la colpa dell’andamento negativo delle elezioni amministrative va attribuita ai candidati.
Una mossa di una meschinità estrema, di un pavido che non sa far fronte minimamente alle sue responsabilità.
Come prima osservazione, bisognerebbe ricordagli che, come capo, la scelta delle candidature è sua opera.
Ben più importante, sarebbe notare che è stato lui che ha dato alla campagna elettorale un significato nazionale, non solo declamandolo ufficialmente, ma anche con i suoi atti, questo suo volere porsi alla testa della campagna elettorale col suo mantra sui giudici e con tutta la sequela di sciocchezze, di promesse da quatrtro soldi che ha dispensato a piene mani.
Ciò che colpisce più di tutto è questa sua totale incapacità di capire che il suo triviale charm si è concluso, che non basta tentare di scaricare su altri le responsabilità per togliere al voto espresso alcuni giorni fa quel valore simbolico di svolta, di fine di uno scellerato vincolo con la parte meno qualificata dell’elettorato.
Il suo pensionamento è ormai stato chiaramente proclamato dalla Lega, nel momento stesso in cui si dichiara disponibile per una riforma elettorale che, tradotto in altri termini, significa che la Lega si chiama fuori, e vuole presentarsi da sola, e quindi opta clamorosamente per il sistema proporzionale.
Ciò che in queste ore avviene all’interno del PDL è in tale contesto meno importante, è solo la propagazione dell’onda d’urto della decisione leghista.
Personalmente, ritengo il PDL un partito di pusillanimi raccatati alla meno peggio da Berlusconi dove capitava, e il cui maggiore, se non unico, titolo di merito sta nella fedeltà cieca al capo.
La formazione di gruppi e gruppetti che si fronteggiano nel PDL è stata stimolata dallo stesso capo, con una rischiosa tattica che serviva a neutralizzarne la potenziale carica verso la sua persona, sempre fuori da queste contese in virtù della sua posizione di capo indiscusso. Appena qualche potenziale candidato raggiungeva una massa critica che poteva minimamente mettere a rischio il suo ruolo di capo indiscusso, la formazione di un altro gruppo avversario del precedente si formava, ed era agevole svolgere il ruolo di capo fuori dalle contese di parte.
Ora che il suo ruolo finisce per una motivazione oggettiva, che cioè non è più in grado di attirare i consensi, questa stessa tattica gli si ritorca contro, accelerando la sua caduta.
In sostanza, oggi sta alla Lega stabilire la data della fine della legislatura, il PDL, e non soltanto Berlusconi, è diventato del tutto ininfluente.
Che poi anche nella Lega si possano creare fratture interne, questo non si può certo escludere, ma la struttura “leninista” di quel partito rende pressoché impossibile scorgere chiari segnali in questa direzione.
La fine di berlusconi segna per l’Italia la fine di un’epoca, di un’anomalia italiana rispetto al resto dell’Europa.
Il punto è che la fine di Berlusconi è solo l’inizio della riproposizione dei soliti problemi, quelli che riguardano la sinistra, quella più prossima alla socialdemocrazia europea.
Presto, dimenticando il completo fallimento di Zapatero, dei laburisti inglesi della socialdemocrazia tedesca, dei socialisti francesi, di un po’ tutta la classe politica socialdemocratica, l’Europa tornerà ad essere agitata come un modello da seguire da D’Alema e company, di tutti quei dirigenti che il PD non riesce proprio a sbaraccare.
Forse morirà il berlusconismo, ma chi ci salverà dal dalemismo?