giovedì 15 settembre 2011

COME SI E' DISTRUTTO OGNI PROGETTO DI INTEGRAZIONE DEMOCRATICA EUROPEA

Così, ieri Barroso ha riproposto un passo avanti verso l’integrazione europea, quella federazione europea che appare oggi come una prospettiva assai lontana.

Barroso però, è Barroso, e quindi immagina questo cammino a suo modo, in intima coerenza con il suo modo di operare in questi anni: ancora una volta, è sul piano finanziario che si immagina il progresso dell’integrazione, non bastò l’euro, proviamo ora con l’eurobond, con tutte le condizioni al contorno che questo impone, quanto meno per farlo accettare alla recalcitrante Germania.

A questo punto, un concetto che già espressi in post precedenti, va qui ribadito: non c’è alcun processo di integrazione europea che meriti di essere accelerato, ciò a cui assistiamo, è un percorso assolutamente fallimentare e che cozza proprio con qualunque spirito autenticamente federalista.

Le parole di Barroso invece, come del resto il rinnovato intervento politico del tutto inappropriato del nostro presidente Napolitano, allontanano di fatto la prospettiva di un’integrazione europea come processo democratico: non essendolo, questo processo in corso, nel momento in cui viene sostenuto e promosso, allontana ogni possibile via alternativa, quella democratica, dal basso. Il risultato è pertanto quello di distruggere l’Europa, senza che questa classe dirigente europea si renda minimamente conto di quanto pericolosa appaia questa coazione a ripetere gli errori, a mantenere un percorso che si è rivelato finora così disastroso.

Dire che l’euro ha unito l’Europa, e che per fare un passo in avanti ci dobbiamo affidare all’eurobond, sarebbe come dire che il vorticoso movimento di capitali a cui si assiste sui mercati finanziari del globo intero, e che è la causa della crisi in corso, hanno reso il mondo una grande federazione, ha integrato gli stati. Niente di più falso ovviamente, l’integrazione finanziaria ha semplicemente distrutto le sovranità nazionali, sostituendole con una sovranità globale da parte dei grandi capitali. In questo senso, i pericoli dello scoppio di conflitti all'interno stesso dei paesi più sviluppati aumenta, ed il mondo diventa al contrario sempre più diviso, sempre più obiettivamente in competizione per sfuggire ai guai finanziari.

Per questo, per l’evidente fallimento di un’intera classe dirigente europea, occorre necessariamente un momento di tabula rasa. Essa dovrebbe consistere nella sconfessione di simili personaggi, e la loro sostituzione con una nuova classe dirigente che sia in grado di segnare questo momento di forte discontinuità.

Diciamolo, non ne possiamo più di questi dirigenti, di questa scelta meschina, ad esempio, di costituire un Consiglio d’Europa, una specie di governo europeo, con persone di basso profilo, allo scopo che si possa essere certi che non facciamo ombra ai governanti dei singoli stati.

Per rimanere in Italia, non ne possiamo più dell’Europa di Napolitano, di Prodi, di Amato, di Draghi, di coloro cioè che hanno immaginato un percorso dirigistico, rivelatosi poi tanto inefficace quanto antidemocratico. Di questa Europa, nulla va salvato, dell’Europa in cui un funzionario quale Trichet, senza alcuna legittimazione democratica, manda una lettera al governo italiano, ingiungendogli alcune condizioni, e trova sponda in Napolitano, in Draghi, a quanto si dice coautore della lettera, e in vari personaggi senza qualifica specifica, quali Monti, Profumo e così via dicendo. Quest’Europa non è insomma la copia imperfetta di un modello di Europa desiderabile, e per alcuni utopica, è l’esatto contrario, e come tale ne rappresenta una tesi avversa: puntare tutto sull’euro e sull’eurobond, e poi sull’eventuale posteurobond, non è la prospettiva realistica per costruire l’Europa, ma piuttosto essa rappresenta l’affossamento di ogni prospettiva di costruzione democratica europea.

martedì 13 settembre 2011

L'AUTOCASTRAZIONE DELLE NORME SUL PAREGGIO DI BILANCIO

Inserire in Costituzione una norma che obblighi al pareggio di bilancio, prima ancora che sbagliato, è assurdo, e tenterò di argomentarlo in termini economici.

Prima però permettetemi di utilizzare una metafora: sarebbe lo stesso che la Chiesa cattolica, che prevede la castità per i sacerdoti, decida di imporre la castrazione a chi voglia prendere i voti. In altre parole, per essere certa che i sacerdoti non violino il vincolo di castità, la rendono fisiologicamente impossibile. Mentre insomma un parlamento può liberamente legiferare per raggiungere il pareggio di bilancio, suona come masochistico imporselo come vincolo costituzionale, un’autocastrazione volontaria senza alcuna apparente logica.

Ma prima ancora, dobbiamo chiederci se questo pareggio di bilancio sia augurabile, se ci sia tra gli economisti, ma anche nelle politiche concrete dei governi, un consenso unanime sui meriti di un bilancio in pareggio. Ricorderò che prima dello scoppiare della crisi, l’Europa, sempre all’avanguardia, soprattutto in Germania, nel magnificare l’importanza di bilanci statali sotto controllo, imponeva un deficit inferiore al 3% del PIL, e debiti inferiori al 60% dello stesso PIL.

Il trattato di Maastricht, che molti di noi considerano un grave errore europeo, era insomma molto più indulgente nel porre vincoli agli stati. E’ davvero illuminante osservare come lo scoppiare della crisi finanziaria spinga gli stati, soprattutto quelli più soggetti alla speculazione internazionale, ad essere più realisti del re: come dire, non solo farò il bravo come la Germania, ma anzi vi mostrerò che sono il primo della classe, che più rigorista di me non ci può essere nessuno.

Si tratta insomma di un atteggiamento di resa verso un fenomeno, quello della crisi finanziaria, che ancora oggi nessuno si azzarda ad affrontare rigorosamente nelle sue cause e nelle terapie conseguenti. E’ come se, per usare un’altra metafora, qualcuno si accorgesse che la sua casa ha problemi strutturali di origine non definita, e, invece di approfondire l’analisi per scoprirne cause e possibili soluzioni, mostrasse ai vicini che ha eliminato gli spifferi degli infissi: eliminare gli spifferi, non contribuisce neanche un poco a risolvere i problemi strutturali, serve solo a sprecare altre risorse economiche preziose in una direzione impropria.

Se quindi mai nessun governo, neanche quello tedesco sempre portatore di una teoria economica ben più rigorosa di quelle in voga nel mondo anglosassone, si è mai sognato di considerare come il bene supremo il pareggio di bilancio, risulta davvero incomprensibile questo DDL costituzionale, che ci ricorda ancora una volta come il governo Berlusconi- Bossi-Tremonti sia il peggior governo possibile.

Se poi passiamo agli economisti, vediamo che quelli più seri non possono che mettere in seria discussione i meriti di un bilancio statale così ingessato. Dico seri nel senso che tentano almeno vagamente di porsi in un’ottica che inquadri il fenomeno economico nella sua completezza, e non che si limiti a dire cosa fare oggi perché lo spread non salga. Chi si mette nell’ottica di avere il consenso immediato del mercato, non può che avere quella ricetta, ma in questo caso non avremmo bisogno di esperti, chiunque di noi capisce che per abbassare i tassi d’interesse sul nostro debito, bisogna mostrare di volerlo ridurre, basterebbe la proverbiale casalinga di Voghera. E’ triste vedere quanti cialtroni ci siano in giro a spiegarci queste ovvietà che, proprio in quanto tali, nascondono la vera natura della crisi e le possibili soluzioni che si dovrebbero prospettare.

Qui, vorrei riportare il link all’articolo con cui l’economista Alberto Bagnai è intervenuto a un forum sull’argomento ospitato anche dal quotidiano “Il Manifesto”. Riassumendo, e quindi tralasciando le argomentazioni lì esposte (raccomando pertanto la lettura integrale), Bagnai conclude che i deficit di bilancio non siano rilevanti ai fini dell’equilibrio economico, ma che lo siano le bilance dei pagamenti. Le bilance dei pagamenti a loro volta sono la somma delle bilance commerciali, cioè il risultato delle esportazioni e delle importazioni di merci, e dei movimenti di capitali, e quindi il deficit di bilancio rientrerebbe in gioco solo per quanto attiene la quota di crediti (titoli di stato) detenuta all’estero. L’autore però si sofferma soprattutto sulla bilancia commerciale, e mostra come esso sia funzione della politica dei cambi: chi importa troppo, si indebita e conseguentemente la sua valuta si svaluta, determinando così un vantaggio di competitività che ripristina l’equilibrio della bilancia commerciale. Conclude l’autore che quindi il problema sta nell’euro perché impedisce l’instaurarsi di questo meccanismo di compensazione.

Ho riportato questo articolo perché attinente al tema del post, ma non perché io sia d’accordo con l’autore.

Ad esempio, che l’euro introduca dei problemi suoi propri, io non avrei dubbi, ma ciò non spiega perché è tutta l’area euro, Germania compresa, ad essere nella tempesta, perché lo sia tutto il primo mondo, inclusi USA e Giappone. A me pare che ogni economista si appassioni alla propria tesi, e concentri così la propria attenzione a singoli aspetti. Che un deficiti di bilancio sia costantemente in rosso, lo sosteneva Keynes, e l’Europa del welfare, quella che andò avanti fino ai primi anni ottanta, lo praticava. Dire che il pareggio di bilancio sia la panacea è errato come dire che sia irrilevante, così come la bilancia commerciale, la cui situazione è sì importante, ma non costituisce l’unico dato fondamentale di cui tenere conto.

Ciò di cui invece non si parla, è cosa questo mercato finanziario farà del mare di cartaccia (titoli per l’astronomica cifra di 610 milioni di miliardi di dollari, pari a circa dieci volte il PIL mondiale) che attualmente vi transita: mi sento autorizzato a definire cialtrone chiunque proponga misure di austerità per risolvere la crisi senza sapere dare una risposta in merito. La verità è che si tratta di un problema senza soluzione, e che ognuno tenta di galleggiare il più a lungo possibile rinviando la data del “redde rationem” (cioè, della resa dei conti).

domenica 11 settembre 2011

PERCHE' FIRMERO' PER IL REFERENDUM ELETTORALE

E' in corso la raccolta delle firme per l'indizione del referendum per abrogare alcune norme della legge elettorale vigente, più nota come "porcellum". I quesiti referendari sono stati formulati in modo da anmnullare le modifiche apportate a suo tempo alla vecchia legge, nota come "mattarellum" dal nome del proponente. Se tutto ciò avvenisse com'è negli auspici dei proponenti, di fatto sarebbe il vecchio mattarellum a ritornare in vigore.
Che a questo si giunga, non è ovviamente per niente scontato: prima si deve raccogliere il numero di firme richiesto, poi l'apposita commissione deve verificare il numero di firme effettivamente valide, e in questo caso la corte costituzionale sarebbe chiamata a dichiararne l'ammissibilità, e questo sarebbe sicuramente il passaggio più critico, ma su questi temi non ho la competenza per addentrarmi.
Questo referendum ha sollevato molte polemiche. Non solo esso è avversato dal centrodestra che mai rinuncerebbe alle norme vigenti, in particolare alle liste bloccate, non solo lo è nell'area del terzo polo per ovvii motivi, ma lo è anche nell'area di sinistra.
Ho ad esempio letto sul web post che, a proposito di questo referendum, gridano all'imbroglio. In sostanza, il mattarellum viene da costoro considerato deprecabile quanto la legge attualmente in vigore, e quindi temono che l'avversione abbastanza generalizzata per la legge vigente venga furbescamente incanalata in direzione a loro opinione impropria.
Vediamo allora di esaminare con una certa cura la questione.
La prima norma che sarebbe abrogata è il premio di maggioranza. Ciò che risulta del tutto inaccettabile è la trasformazione di una maggioranza relativa, bassa quanto si voglia, in una maggioranza assoluta. Non solo il centrodestra con circa il 40% dei voti ha il 55% dei seggi parlamentari, ma secondo tali norme, anche una coalizione avente anche meno del 30% dei voti totali, potrebbe risalire a questa quota magica del 55%, quindi raddoppiare artatamente la propria rappresentanza.
Sull'abrogazione di tale norma, credo che ci sia il più ampio consenso. Perfino il centrodestra che i sondaggi danno come svantaggiato rispetto al centrosinistra, comincia a riflettere sui pericoli che esso stesso correrebbe in caso di vigenza della norma per le prossime elezioni.
L'altra norma coinvolta, a parole avversata da tutti, almeno sul versante di sinistra, è quella della presentazione di liste bloccate: in caso di successo del referendum, si tornerebbe a collegi uninominali e alla suddivisione dei seggi nelle due quote, una del 75% di maggioritario (coloro che nel loro collegio hanno raggiunto la maggioranza relativa) e una del 25% di proporzionale, che si conteggia in maniera differente per la camera (a livello nazionale) e per il senato (a livello regionale).
E' qui, proprio sul sistema quasi maggioritario definito dalla ricostituzione di collegi uninominali, che si appunta la critica di parti consistenti della sinistra più a sinistra.
Innazitutto, vorrei sgombrare il campo da un'argomentazione che viene, non so se con poca correttezza o per un grave errore di incomprensione, adoperata, e cioè che l'effetto di avere nel proprio collegio un unico candidato per lista abbia un effetto del tyutto analogo a quello delle liste bloccate.
Ciò è del tutto falso, perchè si basa sul concentrarsi su un unico aspetto, ed ignorando tutti gli altri pure presenti, distorce l'effetto delle norme.
Partiamo dunque da un fatto. Anche nel sistema proporzionale, quello per intenderci della prima repubblica, vigente fino ai primi anni novanta, le liste elettorali avevano ovviamente un numero limitato di nomi (pari ai seggi disponibili), e i collegi elettorali uninominali (con recupero regionale) vi erano anche allora per il senato. Non credo che possa esistere un sistema elettorale che fa davvero scegliere liberamente all'elettore il suo candidato, visto che la scelta avviene comunque su una base molto limitata: è davvero questo che vogliamo con la riforma elettorale, è questo che ci appare così scandaloso nel porcellum? Io non lo credo, penso piuttosto che è l'intero meccanismo che le norme vigenti mettono in movimento che ci appare così deprecabile, fino a determinare perfino un rigetto della stessa espressione del voto.
Ciò che in realtà appare intollerabuile è l'irresponsabilità che viene fuori dalle liste bloccate, irresponsabilità verso gli elettori, sia dei singoli candidati che delle preferenze non hanno bisogno, sia delle segreterie che puntano tutto sul consenso al partito, prescindendo del tutto dai candidati in cui la prposta politica poi concretamente si incarna.
Il punto è proprio questo, che all'elettore viene richiesto solo il consenso alla specifica formazione politica. e quindi una cessione totale di fiducia, a cui l'unica alternativa che si può opporre, è l'astensione dal voto, cioè la decretazione della sconfitta della democrazia.
Quando si passasse a un sistema a collegi uninominali, la situazione sarebbe esattamente opposta, e solo uno sguardo estremamente superficiale può confenderne le conseguenze. Difatti, in questo caso si ha invece il massimo di personalizzazione del voto: lo specifico candidato, lungi dall'essere indifferente, è parte integrante e tendenzialmente preponderante dell'offerta politica. Insomma, se il candidato del collegio non è gradito, il rischio che il voto vada verso altri lidi, è forte. Ciò è tanto più vero nella situazione di crisi delle ideologie in cui ci troviamo, e in cui le offerte tra i differenti partiti si giocano su aspetti del tutto marginali. Visto che i partiti squasi si equivalgono tra loro, la faccia del candidato diventa importantissima nell'offerta politica.
A sua volta, ciò obbliga le segreterie che definiscono le liste a livello nazionale a una selezione accurata delle candidature, ed è miope non comprendere come ciò costituisca un mezzo formidabile per migliorare il livello qualitativo del parlamento che si va a costituire.
Le continue polemiche che vengono da sinistra a sistemi anche vagamente maggioritari mi pare alla fine siano dovute alla preoccupazione di non essere rappresentati in parlamento, e tale preoccupazione fa velo ad ogni considerazione obiettiva dei vari sistemi elettorali.
Crediamo davvero che una rappresentanza qualsivoglia, con le concrete politiche portate avanti dai partiti oggi rappresentate in parlamento, abbia un'influenza significativa sulla politica? Quest'esperienza è stata fatta, e non mi pare che quel pugno di parlamentari dell'estrema sinistra abbiano determinato effetti obiettivamente riscontrabili nei tempi del centrosinistra craxiano. Al contrario, all'ombra del mattarellum così tanto disprezzato a sinistra, quest'area politica è potuta crescere, dando ad esempio grande visibilità a Bertinotti, anche prima che divenisse presidente della camera.
Continuo a sostenere che il sistema maggioritario è potenzialmente più democratico del sistema proporziuonale, ma bisognerebbe che i partiti fossero regolamentati per legge, che così possano diventare democratici al proprio interno,e naturalmente che non ci fossero parlamenti che si facciano espropriare del proprio potere da organismi sovranazionali non democraticamentye legittimati. So bene che tutto questo è ancora tutto da venire, ma la scelta dei collegi uninominali mi pare una prospettiva che vada sposata e difesa pienamente, che vada in una prospettiva positiva. Inoltre, abrogare il porcellum mi pare di per sè un obiettivo degno di essere perseguito: opporsi a questo referendum è così doppiamente sbagliato, sia nei tempi brevi perchè elimina la nominatività del parlamento, sia in prospettiva, quando avremo una politica degna di questo nome, perseguita da partiti degni anch'essi di questo nome.
Infine, bocciare il porcellum obbligherebbe comunque il parlamento, anche se volese rifiutare il mattarellum, a legiferare in materia: come si può essere così miope di porsi di traverso e di fatyto così garantire lunga vita al porcellum?

venerdì 9 settembre 2011

NAPOLITANO E L'EUROPA

Scrive Napolitano:

”Per restare in Europa è necessario un esame di coscienza collettivo che deve riguardare anche i comportamenti individuali di molti italiani di ogni parte politica e sociale. Molti italiani devono comprendere che non siamo più negli anni ottanta e tanto meno negli anni settanta. Il mondo è radicalmente cambiato e anche noi dobbiamo cambiare i nostri comportamenti e le nostre aspettative in senso europeo per mantenere una nostra prospettiva in Europa”.

Un breve periodo, questo che cito, che è un compendio della deriva pericolosissima in cui la sua classe dirigente sta precipitando l’intera Europa.

Ebbene, Presidente, come si può con un minimo di ragionevolezza assumere come categoria fondamentale l’Europa? Mi chiedo se Lei si renda conto che nel sollecitarci ad adeguarci all’Europa dei nostri giorni, Lei ci sta nei fatti chiedendo di rinunciare a dire la nostra su cosa questa Europa debba essere. Quando si va a costituire una federazione di stati, i governi degli stati aderenti dovrebbero fare un passo indietro rinunciando ad una parte significativa dei propri poteri, e su questo so che potremmo entrambi convenirne.

Il passo successivo sarebbe però quello di stabilire in favore di chi questa cessione vada compiuta, è questo l’aspetto realmente decisivo nel qualificare lo stesso intero processo federativo, e qui temo che le nostre strade si dividano.

Molto semplicemente, a me pare che tale cessione richieda una straordinaria partecipazione delle intere popolazioni interessate, in quanto soltanto una legittimazione popolare potrebbe assicurare un potere autonomo effettivo alle strutture federali, e nello stesso tempo qualificare tali poteri come poteri democratici.

Il passo fondamentale ed a mio parere ineludibile, è quello dell’elezione a suffragio universale di una assemblea per scrivere il testo della costituzione della federazione europea, da un passaggio di questo tipo non si può prescindere senza inficiare profondamente la natura stessa della struttura europea che andiamo a costituire.

A un percorso come quello che propongo, si confronta quello reale, caratterizzato dalla resistenza da parte dei singoli stati a cedere potere all’unico organismo elettivo (seppure a quote predefinite), costituito dal parlamento di Strasburgo, ma soprattutto, e questo costituisce l’aspetto più pericoloso, da organismi decisionali europei irresponsabili, quali la Commissione e la BCE, in particolare nel campo della politica economica: è cronaca di questi giorni l’influenza determinante degli acquisti dei nostri titoli pubblici da parte della BCE nel determinare i tassi d’interesse e quindi il discostamento del bilancio da quello primario. Poiché in tali operazioni la discrezionalità della BCE è totale, chiunque si rende conto di quanta parte di sovranità nazionale è stata espropriata da soggetti che non sono democraticamente legittimati.

Così, caro Presidente, qui non è in gioco soltanto quanto un progetto federale possa procedere, ma la stessa natura delle strutture europee.

Detto francamente, a me pare che la classe dirigente europea si comporti come un apprendista stregone, maneggia cioè degli strumenti potentissimi in campo politico ed economico, senza avere piena consapevolezza dei pericoli in essa insiti.

Come ho tentato di illustrare, i singoli stati rivendicano la propria sovranità, espressa da parlamenti più o meno democraticamente eletti, a cui si contrappone un potere europeo irresponsabile e dal punto di vista della democrazia rappresentativa del tutto illegittimo.

Ciò costituisce un mix esplosivo, perché i governi nazionali, tra l'altro preda di spinte chiaramente esterofobe, sono costretti per raggiungere il consenso dei propri elettori a rivendicare sempre più il proprio interesse nazionale, in un quadro in cui essi non hanno più questo potere, sequestrato da organismi europei che possono portare avanti politiche in maniera arbitraria, non avendo l’esigenza di essere eletti.

La BCE e la Commissione possono costringere l’intera Europa in una camicia di forza, come sembra nei fatti che intendano fare, senza che i governi nazionali vi si possano opporre, e determinando per questa via un incanalamento dello scontento dei loro cittadini verso altri stati. E’ questo il pericolo, l’ordigno nucleare che gli apprendisti stregoni europei stanno maneggiando come se si trattasse di un semplice petardo, il manifestarsi di una rivalità tra singoli stati in forme che potrebbero risultare gravissime.

Sarebbe saggio ricordare che la storia senza guerre dell’Europa è molto recente, che nel passato i conflitti interstatali erano in Europa la norma, come sarebbe altresì saggio non dimenticare che continuiamo a usare lingue differenti, e già oggi i tedeschi inveiscono contro gli stati mediterranei spreconi e parassiti, mentre questi da parte loro inveiscono contro i privilegi che l’adozione della moneta unica concede agli stati più forti, la Germania in primis: mi chiedo a chi tutto ciò possa giovare, chi può davvero credere che si debba agevolare una situazione che mette obiettivamente in opposizione gli interessi di nazioni differenti. So bene che oggi la situazione non è così critica, ma i meccanismi che si sono messi in atto, se non bloccati in tempo, potrebbero presto trasformare gli stati europei da partners verso una crescente integrazione, a irriducibili avversari e forse presto nemici.

Così Presidente, questa Europa non solo non ha speranze di andare avanti, ma rischia di portare l’orologio della storia con le lancette indietro verso periodi infausti che vorremmo non tornassero più.

L’unica decisione saggia da prendere è recedere da un tale progetto, abbandonare questa deriva verso situazioni pericolose, ed avanzarne uno completamente nuovo, una totale rifondazione dell’ideale europeo su basi quali quelle che tentavo di tratteggiare.

Vorrei poi capire Presidente cosa intende quando afferma che non siamo più negli anni settanta ed ottanta, cosa c’è dietro l’ovvietà di tenere conto del calendario.

Molte cose sono cambiate da allora, ma bisognerebbe capire tra tutte le cose che sono cambiate, quali siano quelle che devono maggiormente attrarre la nostra attenzione, e, credo, esprimere anche delle valutazioni su cosa è migliorato e cosa sia peggiorato, mentre apparentemente Lei propone un ruolo da spettatori: dovremmo cogliere lo spirito dei tempi ed adeguarci, Lei sembra suggerire.

Nella sostanza, mi corregga se sbaglio, ma Lei sembra, così come viene fuori da quelle poche parole che Lei scrive, sposare in pieno l’ondata neoliberista partita, guarda caso, proprio negli anni ottanta da Lei evocati.

Sì, certo 40 anni non passano mai invano, e tantissime cose sono cambiate anche nella nostra vita quotidiana, ma ciò che più di tutto è cambiato è il nostro modo di pensare, il prevalere di una mentalità mercantilista tutta centrata sul possesso di oggetti, e quindi sulla necessità di produrne sempre di più ed a prezzi sempre più bassi: è questo ciò che noi dovremmo apprezzare come cambiamento dei tempi?

Presidente, mi permetta, non so se Lei se ne sia accorto, ma nel frattempo un altro aspetto è cambiato, ed è l’avanzare dei problemi di compatibilità ambientale: una crescita ininterrotta come predicato dal pensiero dominante, è del tutto incompatibile con la stessa sopravvivenza del genere umano. Forse, se fosse questo l’aspetto di cambiamento epocale su cui porre la nostra attenzione, si giungerebbe anche a conclusioni ben differenti in politica, ma il pensiero dominante giudica questi timori come dei lussi che non ci possiamo permettere, tutto possiamo permetterci, tranne che riflettere sul futuro dell’umanità.

giovedì 8 settembre 2011

CITAZIONE DA WITTGENSTEIN

Oggi, facendo una pausa rispetto ai temi consueti, riporto due passi di Wittgenstein, una delle menti più lucide dell'intero ventesimo secolo, colui a cui devo le mie convinzioni filosofiche, una mente davvero profondache in verità nessuno dopo di lui ha tentato di confutare, ma o è stato fonte di ispirazione, o è stato semplicemente ignorato allo scopo di evitare di confrontarsi con le sue riflessioni.
Come leggerete, qui egli non traccia considerazioni di natura propriamente filosofica, ma getta uno sguardo, come sempre molto penetrante sulla nostra epoca, ed io trovo che tali considerazioni siano quanto mai attuali.

La civiltà è come una grande organizzazione che indica a chiunque le appartenga il posto in cui può operare nello spirito del tutto, in modo che la sua forza con pieno diritto possa misurarsi sul risultato nel senso del tutto. Ma in un'epoca come la nostra, di non civiltà, le forze si frantumano e la forza del singolo viene consumata da forze contrarie e da resistenze d'attrito, e non trova espressione nella lunghezza della via percorsa, ma forse solo nel calore che ha generato superando tali resistenze.
Lo spettacolo che offre quest'epoca non è quello del divenire di una grande opera di civiltà, nella quale i migliori collaborano allo stesso grande scopo, ma lo spettacolo ben meno imponentedi una moltitudine dove i migliori perseguono solo fini privati

mercoledì 7 settembre 2011

A COSA PORTA IL LIBERALISMO

Un caso da manuale, direi, quello che sta avvenendo in Italia.

Ormai, è chiara a tutti, spero, la situazione in cui ci troviamo, due personaggi che si trovano a guidare il governo, Berlusconi e Tremonti, che hanno perso ogni speranza di avere un futuro politico e può darsi perfino un futuro da liberi cittadini, una maggioranza raccogliticcia costruita attorno a una leadership ormai tramontata, senza alcuna speranza in percentuale notevole di essere riconfermata al parlamento, che non ha altra via d’uscita che continuare a sostenere ad oltranza, anche se proponesse i provvedimenti più pazzeschi (il caso Ruby docet), l’attuale governo. Siamo quindi nella situazione in cui, senza violare alcuna regola formale della repubblica, il paese sia trova ostaggio di una congrega di personaggi uniti solo dalla comune esigenza di mantenere il posto occupato, una trappola che richiederebbe come unica via d’uscita un intervento del Capo dello Stato a gamba tesa che sciogliesse questo parlamento fantoccio, senza più alcuna autorità riconosciuta: purtroppo, data la sua storia personale, non credo che un tale atto di coraggio sia a portata di mano, moniti sì, a iosa per ubbidire a quell’establishment a cui egli si sente legato, ma interventi davvero drastici non fanno parte delle ipotesi contemplabili.

Non rimane a questo punto che la rivolta, possibilmente pacifica, ma la rivolta s’impone, anche se dubito che il popolo italiano, corrotto da anni ed anni di culto degli oggetti, sia in grado di farsene protagonista.

Come detto in precedenti post, io ritengo che il caso Italia non costituisca una realizzazione immatura dei principi liberali, ma al contrario l’evoluzione più avanzata che un sistema politico può subire a seguito dell’applicazione dei principi liberali.

Da una parte quindi, la dittatura dei mercati elimina dai paesi occidentali ogni traccia di democrazia effettiva, dall’altra le istituzioni statali vengono occupate da personaggi portatori dei propri personali interessi: chi si occuperà allora dell’interesse generale?

martedì 6 settembre 2011

LO SCONTRO TUTTO INTERNO AL GRUPPO DOMINANTE

La situazione è sempre più confusa. Apparentemente, ormai coloro che si sentono ricattati, diciamo sotto scacco, sono almeno in due, non solo Berlusconi, ma anche Tremonti. Il loro tentativo acrobatico di mettere d’accordo chi li può salvare dai loro guai giudiziari con chi gli assicura i voti in parlamento, e quindi in primis la Lega, si sta rivelando sempre più impervio.

Ora, poiché chi li tiene per le gonadi fa parte dell’establishment che in un periodo di onda neoliberista, è ovviamente un establishment neoliberista, schierarsi contro questo governo significa sposare il neoliberismo, ed ecco che io, ma vedo anche altri bloggers, si sentono sempre più a disagio nell’attaccare frontalmente questo governo: chiunque arriverà dopo di questo, sarà un governo perfettamente inserito nel conformismo delle leggi obiettive del mercato, e perciò pronto a perseverare nella sostanziale distruzione di quel poco che resta del nostro tessuto sociale e culturale.

Ieri sera, a “L’infedele”, c’è stata un’interessante convergenza sull’ipotesi di una patrimoniale a carico di circa il 20% dei contribuenti più abbienti, che deterrebbero circa il 70% del patrimonio complessivo dell’Italia per una cifra attorno ai 5500 miliardi di euro. Il giornalista Mucchetti acutamente osservava che tanti ricchi stanno ostinatamente chiedendo di essere tassati non certo per altruismo, ma perché l’erosione dei valori azionari e dei titoli costituisce già oggi una patrimoniale che però non ha benefici effetti collaterali, e quindi preferirebbero a questo punto pagarla esplicitamente questa patrimoniale, che servirebbe allo stato per ridurre il debito pubblico e così ridurre il peso degli interessi, rendendo più agevole il raggiungimento del pareggio di bilancio. Se davvero si andasse verso una efficace lotta all’evasione fiscale, questa potrebbe servire a ridurre le aliquote fiscali.

Devo aggiungere che, tranne queste considerazioni sulla patrimoniale, che chi mi segue sa quanto condivido come ipotesi per uscire da questa situazione critica, il dibattito è stato del tutto deludente perché è partito dalla fine, senza minimamente considerare la dimensione globale del problema finanziario: per me, si tratta del pettegolezzo di alcuni cialtroni travestiti da esperti.

Oggi, è anche il giorno dello sciopero generale della CGIL, una decisione assunta da questo sindacato coraggiosamente ed appropriatamente. In questa diatriba tra neoliberisti e furfantelli da strapazzo, è molto opportuna questa presa di posizione dei lavoratori che così si chiamano fuori dai due schieramenti che si fronteggiano tra loro, ma sempre a spese della parte più debole del paese.

Colpisce l’accusa al sindacato di avere indetto uno sciopero in un momento così grave per la nazione, e quindi di aver rotto un legame di solidarietà col resto del paese. E’ evidente che c’è stata proprio una rottura, una vera e propria mutazione antropologica nel pretendere, anche all’interno del PD, che si stia zitti a subire i provvedimenti governativi, di attendere dicono altri l’iter della discussione parlamentare. Ma è proprio questo il punto, che la discussione parlamentare non deve avvenire in un vuoto di dibattito, una discussione che quindi sarebbe confinata alle consuete diatribe tra opposti interessi particolari: qualcuno in questo paese dovrà pure farsi carico dell’interesse generale! E del resto è stato proprio il governo a provocare questa risposta con l’inserimento dell’indegno articolo 8, che consente ai sindacati più rappresentativi in una determinata realtà aziendale ma anche territoriale, di modificare i termini della contrattazione come definita nel quadro nazionale: badate, non ai lavoratori, ma ai loro sindacati. Così, se in una determinata azienda, ci fossero solo tre iscritti ai sindacati , magari su trecento lavoratori, e una sigla sindacale avesse i due iscritti, essa potrebbe imporre tramite queste due sole iscrizioni deroghe, come significativamente la possibilità di licenziamento senza giusta causa, violando così l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Dunque, sia benvenuto lo sciopero che permette di dare voce a chi rischia di esserne privato. L’unità sindacale ve perseguita tra i lavoratori, mettendo all’angolo se necessario i traditori che siedono ai vertici delle varie sigle.

La posizione della CGIL può essere allora ssunta come prototipo di questa terzietà, di chiamarsi fuori da uno scontro tutto interno ad una logica aberrante, che non lo è meno solo per il fatto di costituire il pensiero dominante.

domenica 4 settembre 2011

LE PAROLE DI NAPOLITANO

Se il mio italiano ha parentele con lì'italiano di Napolitano, allora il suo messaggio dice alle forze politiche che egli non vuole sciogliere le camere.
Mi pare che ciò dovrebbe risultare chiaro. Se egli dice che finchè questo governo gode della fiducia del parlamento, rimarrà in carica, ed il giorno dopo in cui la perdesse, egli si renderebbe protagonista di una proposta di governo diverso, ci dice che l'ipotesi di elezioni anticipate si allontana, e direi neanche di poco.
Così Bersani e la sua pretesa di andare presto alle urne, ne esce con le ossa rotte, se consideriamo che Napolitano militava nel suo stesso partito. Del resto, non è un caso che lo stesso Bersani da alcuni giorni aveva finito col convergere sulla tesi del governissimo che tanto piace a Napolitano, e ciò ovviamente ci fa concludere che il PD non sia in grado di esprimere una reale autonomia politica, pronta a casmbiare direzione in funzione di dove il vento spiri.
Ora, vorrei capire chi può ragionevolmente pensare che questo parlamento possa fare qualcosa di utile per questo paese. Ma davvero è il governo il primo problema di questo paese, non sarà invece proprio il suo parlamento il problemone?
Ammettiamo, direi per assurdo perchè è difficile crederlo, che tutta l'opposizione esprima un parlamento sano. Anche così, per avere la maggioranza, dovrà pure imbarcare una parte dell'attuale maggioranza: chi può ragionevolmente pensare che questi smettano di fare i propri personali interessi come hanno fatto finora? A me pare che qualsiasi governissimo sarebbe prigioniero almeno allo stesso livello dell'attuale, di veti di ogni tipo, non mi aspetto niente non dico di buono, ma neanche di minimamente decente da simili personaggi.
Presidente, sciogliere le camere è una prerogativa che la Costituzione le concede, e non pone alcuna condizione formale per il suo esercizio, se non la convinzione che questa sia la migliore soluzione, dichiarare sin da adesso che non è intenzionato a farlo, avrà l'unico effetto di aumentare il tasso di arbitrarietà con cui il parlamento si muove ed opera: era questo ciò che Lei voleva ottenere?

venerdì 2 settembre 2011

A PROPOSITO DELL'EVASIONE FISCALE

Vedrò di riassumere brevemente ciò che penso sulle questioni che riguardano i provvedimenti economici, tentando di sottrarmi per quanto possibile ad un clima da stadio che purtroppo mi appare sempre più la metafora più corretta delle opinioni politiche dei miei concittadini.

  1. La posizione dell’Europa per quanto riguarda la crisi non la condivido per niente, così come quella di tutti coloro che chiedono di assumere iniziative in proposito senza fornire né un quadro diagnostico né tanto meno un quadro terapeutico esauriente, ma mi contenterei anche che fosse solo complessivo. La BCE, l’FMI, i vari soloni dell’economia mondiale, dovrebbero spiegare cosa è successo, perché è successo, e quale sia la via di risoluzione dei problemi dell’oggi. Poiché nessuno si avventura in questa direzione, non parla nessuno della stabilità dell’intero edificio, ma stanno a rompere sulla crepa dell’inmtonaco o dell’infisso che non chiude bene, cioè di dettagli di ben poca rilevanza complessiva, ho pieno diritto di considerarli dei cialtroni dei cui consigli è bene tenersi alla larga.
  2. Visto che però tutta la classe politica italiana, sia di maggioranza che di opposizione, sembra convenire che bisogni obbedire ai mercati ed alla BCE, e quindi andare al pareggio di bilancio, facciamolo almeno nella maniera meno peggiore possibile. Il giudizio però dovrà scontare una certa dose di iniquità dei provvedimenti, data la dimensione esplicitamente accettata dagli stessi soggetti della sua natura emergenziale. Sono abbastanza convinto, quanto meno sulla base degli esempi pregressi, che un governo a guida PD non potrebbe evitare una certa dose di iniquità se toccasse a lui proporre i provvedimenti. Cosa distingue allora il cdx dal csx? Che quelli del cdx sono palesemente dei buffoni, ma non come pretenderebbe di farci credere l’opposizione per la natura dei provvedimenti (naturalmente l’opposizione fa bene a farlo credere, è il suo mestiere), ma perché non è in grado di mantenere la barra, cioè di portarli coerentemente in porto. Così, da’ di sé un’immagine da dilettante, di chi non ha abbastanza riflettuto e ponderato prima di proporre. Eppure, la questione alla fine è banale, se il bilancio va risanato, a qualcuno questi soldi andranno presi, ed è normale che chi ne è vittima faccia il diavolo a quattro per evitare di pagare: un governo degno di questo nome dovrebbe scontare sin dall’inizio queste opposizioni e resistervi, questo governo in questo senso non può definirsi un vero governo.

Fatte queste doverose premesse, aggiungerò delle considerazioni che riguardano la stretta attualità, tentando di dire la mia in proposito.

Dunque ieri, il governo ha confessato, c’ha confessato che non intendeva far rispettare la legge, perché evadere le tasse è violare la legge, ed è ben strano che la lotta all’evasione fiscale, che dovrebbe con tutta evidenza costituire uno dei fini istituzionali dei governi, possa di colpo sostituire altri provvedimenti economici. Insomma, dire adesso che il buco di svariati miliardi di euro che si è creato rispetto ai vari testi antecedentemente proposti può essere coperto con la lotta all’evasione, significa confessare che quest’introito non era previsto perché non si era deciso di lottare contro l’evasione, mi pare una conclusione logica assolutamente conseguente.

Questa questione però va affrontata con maggiore cura.

Partiamo dall’inizio. Il deficit di bilancio in Italia è con tutta evidenza creato dall’esistenza di un alto debito pubblico. Per capire ciò, basta scrivere un bilancio parallelo che non tenga conto degli interessi che lo stato annualmente è costretto a pagare sul proprio debito. Si viene così a scoprire che questo bilancio fittizio, detto anche bilancio primario, è già in attivo. Ciò quindi ci sottolinea quanto i debiti pregressi pesino sul bilancio pubblico. Sembra ovvio quindi concludere che le misure per superare questa situazione debbano servire a ridurre il debito pubblico: se una quota significativa di tale debito fosse eliminata, di colpo si alleggerirebbe il peso degli interessi sul bilancio. In questo senso, le raccomandazioni europee di varare provvedimenti strutturali, risultano improprie, in quanto invece un provvedimento straordinario molto incisivo avrebbe effetti permanenti, che cioè si estenderebbero a tutti i bilanci futuri.

Un provvedimento straordinario così incisivo può avere solo un nome, patrimoniale, solo attraverso la tassazione della ricchezza posseduta, circa 9 milioni di miliardi di euro secondo la stima della Banca d’Italia, si può ridurre il debito in maniera sostanziosa. Sarebbe un provvedimento lacrime e sangue, ma permetterebbe di ridurre la voce più odiosa del bilancio statale, il pagamento degli interessi.

Da questo punto di vista, la lotta all’evasione fiscale non dovrebbe servire a rimettere in sesto il bilancio, perché in realtà ciò corrisponderebbe soltanto ad aumentare la pressione fiscale effettiva, ma piuttosto per ridurre le aliquote fiscali, cioè per far pagare meno tasse a chi già le paga.

Infine, sembra abbastanza verosimile che quest’ultima stesura del provvedimento sia una non-stesura, rinviando l’effettivo taglio dei costi a una legge costituzionale e a provvedimenti specifici dei vari dicasteri tutti ancora da individuare (e sarà difficilissimo data la grande entità di questa voce) e l’aumento delle entrate a tasse locali perchè gli Enti locali possano continuare ad operare, ed ad una lotta all’evasione del tutto aleatoria. Presto, vedrete che si andrà all’aumento dell’IVA, che Tremonti pretende di lasciarsi come misura d’emergenza, ed all’ennesimo condono fiscale, dato che ancora neanche si sa questa lotta all’evasione se si riferisce al futuro soltanto o anche al passato: lecito quindi sospettare che per il passato si condonerà.

Peccato che i fili siano tirati da altri soggetti, internazionali, che potranno a loro piacimento giocare sui tassi d’interesse, anche sulla base delle scelte che faranno riguardo all’euro ed al suo permanere nella presente forma.

giovedì 1 settembre 2011

DIRITTI ACQUISITI ED ALTRE AMENITA'

E' interessante riflettere sulle reazioni, almeno quelle che la stampa ci consegna come vere, alle iniziative del governo.
Personalmente, non trovo le misure proposte e successivamente ritirate più vergognose di quelle che abbiamo subito nel passato, ad esempio quelle che c'ha propinato il governo Amato nei primi anni '90. Allora, non so se ci sia una operazione di rimossione collettiva, tassarono da un giorno all'altro i depositi sui conti correnti bancari con una tantum niente affatto simbolica, una botta consistente. Pensate un po' ad u8n cittadino che deicde di cambiare casa, e così vende quella che possiede per acquistare la nuova. Naturalmente, almeno qualche giorno di differimento tra le due operazioni è inevitabile, e così, magari solo per un giorno, i soldi da adoperare in questa operazione di giro si troveranno depositati sul conto corrente bancario. Pensate a quei poveracci che depositarono proprio il giorno di attuazione del DPR di Amato, è difficile perfino immaginare un'operazione più iniqua che colpiva a casaccio lo sfigato di turno. Ce la siamo bevuti lo stesso senza tante storie, e tuttora il giudizio storico su quel DPR è quella di un'operazione certo dolorosa, ma comunque meritoria, perchè ci permise di agganciarci all'Europa, processo che come noto, si concluse con l'adesione all'euro.
Riprendo questo caso per confrontarlo con i recenti provvedimenti proposti e bocciati dal governo, innazitutto il cosiddetto contributo di solidarietà e l'intervento sugli anni di pensione riscattati. Due provvedimenti in sè odiosi, ma, ammettiamolo, far pagare redditi superiori a un certo ammontare, è sempre meglio che far pagare indistintamente tutti come avverrà con l'aumento dell'IVA. Anche il secondo provvedimento aveva una sua logica, non recava un danno economico, ma semplicemente evitava l'anzianità finta. Due provvedimenti certo con una certa dose di arbitrarietà, ma niente a che vedere con la tassa sull'ammontare all'ora X dei depositi bancari!
Ciò solleva due aspetti di interesse generale, da una parte la questione dei cosiddetti diritti acquisiti, e l'altro quello di stile governativo, da cui partirò.
Giustamente, il governo è stato ampiamente criticato per questo atteggimento buffonesco, proporre e poi ritirare. Sarebbe però necessario entrare meglio nel merito: è la proposta ed il suo contenuto specifico che squalifica il governo o lo è invece il suo ritrarsi?
Io non avrei dubbi, ogni provvedimento, soprattutto se viene presentato come un'emergenza nazionale, non può che essere intrinsecamente arbitrario, e quindi anche con una certa dose di iniquità. Non è quindi la specifica proposta che possa, a livello di stile di governo, essere criticata, deve esserlo nel merito, ma non può esserlo l'inevitabile elemento di arbitrarietà che conterrà. Ciò che davvero indigna è l'ìincapacità di questi buffoni di difendere le decisioni collettivamente assunte, che a questo punto impedisce l'assunzione di ogni possibile provvedimento, soprattutto se colpisce solo una parte dei cittadini.
Badate che questo aspetto è preoccupante, e in Sicilia molto diffuso: corrisponde insomma alla tendenza inevitabile al venir meno dell'interesse generale a favore di interessi particolari.
Vedrete che l'ipotizzato aumento dell'IVA non solleverà soverchie resistenze, semmai saranno i commercianti a protestare, ma i più poveri che pagheranno lo stesso identico aumento dei ricconi non fiateranno, niente a che vedere con medici e magistrati scatenati sulla questione degli anni riscattati.
A questo punto, si dovrebbe chiarire perchè il governo si muove come una barca nella tempesta, sballottati di qua e di là in balia dell'ultima onda. Ciò è dovuto alla sua stessa natura, questo elemento spettacolare che ha l'unica funzione di incantare gli elettori: insomma, è come se avessero sbagliato l'ultima campagna pubblicitaria. In parte, è l'inevitabile costo della democrazia, chi governa deve badare a farsi rieleggere, e può capitare che pensi solo a questo.

Ho lasciato in coda la questione dei diritti acquisiti, su cui voglio essere chiaro, tali diritti non esistono, punto. E' evidente che un qualsiasi provvedimento approvato modifica la laegislazione esistente, e pertanto cambia il quadro legislativo complessivo, così che un diritto, se non costituzionalmente garantito, può essere annullato dall'oggi al domani se il parlamento approva un determinato provvedimento. D'altra parte, a cosa servirebbe un parlamwento che non avesse competenza sull'attività legislativa pregressa, e ne dovesse subire passivamente gli effetti?
Così le urla e i lamenti sul riscatto degli anni di pensione sono in realtà un coro abilmente intonato da potenti lobbies, trovando un'adeguata eco sui mezzi di informazione, ma che ha comunque il pregio di avere avuto successo.

Infine, tutto questo dibattito su dove tagliare e su cosa salvare non mi appassiona troppo nel momento in cui da' per scontato il subire il ricatto internazionale.
Altra cosa ovviamente è la necessità di "mettere ordine nei conti", cioè combattere iniquità di ogni genere, in primis l'evasione fiscale: ciò però dovrebbe essere perseguito anche se paradossalmente fossimo in attivo, in sè non ha alcuna specifica attinenza col problema emergenziale di cui tanto si va discutendo.

martedì 30 agosto 2011

SUCCESSO DI BERLUSCONI, ALLEATI MESSI ALL'ANGOLO

Niente da dire, il risultato dell'incontro di Arcore è un indubbio successo di Berlusconi, l'unico reale vincitore, assieme in parte a Tremonti che ha evitato l'aumento dell'IVA, forse come dice Bersani, perchè se lo riserva per una situazione di emergenza.
Tutti gli altri ne escono malconci, sia Alfano che aveva affrettatamente calato le braghe alla Lega sulle pensioni, sia la stessa Lega, e particolarmente Bossi, ormai apparentemente accantonato dai suoi stessi compagni di partito, e che cede sistematicamente a Berlusconi nel momento decisivo.
Il successo di Berlusconi è, neanche a dirlo, un successo di immagine, rinviando agli Enti locali gli aumenti fiscali, e affidando l'intera riduzione di bilancio sul lato delle uscite.
Per Tremonti, il risultato è agrodolce, perchè il punto debole della manovra sta nell'affidare una parte sostanziosa della riduzione del disavanzo a una legge costituzionale, di attuazione posticipata e di dubbio esito, data la procedura di approvazione più complessa. Il rischio è che i criminali internazionali possano continuare a speculare sull'Italia, ed egli potrebbe perdere ancora un'ulteriore dose di prestigio in questo circolo esclusivo internazionale di natura criminale.
Come sapete, nelle brevi note illustrative distribuite alla fine dell'incontro (e mancanti del tutto della quantificazione del risparmio dovuto alle singole misure), non v'è alcun riferimento a misure di lotta all'evasione fiscale, e meno che mai all'idea, in fondo neanche male, di Calderoli, di confrontare il patrimonio col reddito per stanare evasori. Se colleghiamo quest'assenza con il permanere di tagli consistenti, anche se ridotti rispetto alla stesura originale del provvedimento, agli Enti decentrati, e all'intervento, pur se limitato, sulle pensioni, la disfatta della Lega è evidente, e viene in evidenza l'elemento di sconfitta personale di Bossi che mi pare ormai condannato a un ruolo di testimoninaza, il capo storico ormai probabilmente estromesso dalle decisioni reali dai suoi compagni di partito.
In un certo senso, il risultato è soprendente, Berlusconi che appariva messo all'angolo, mostra di avere ancora freccie al suo arco, ma si trattaq di un risultato personale, perchè il PDL appare sempre più diviso al proprio interno, e con un segretario che appare ormai patetico, una specie di portavoce o al massimo di plenipotenbziario di Berlusconi che lo può sconfessare nel giro di pochi secondi.
L'opposizione dice bene, per ottenere questo successo d'immagine, il provvedimento è stato gravemente indebolito, nel senso che la riduzione del disavanzo originalmente prevista è del tutto aleatoria, ma essa ne esce comunque fortemente indebolita, perchè il bersaglio previsto (Berlusconi) ne esce rafforzato, ed ogni ipotesi di sviluppi nuovi a livello parlamentare si allontanano. Forse le novità potrebbero venire a livello europeo, e potrebbero risultare severe proprio nei confronti del governo italiano, ma oggi non v'è dubbio che Berlusconi ha dimostrato di riuscire a prevalere almeno all'interno dell'area di maggioranza.

domenica 28 agosto 2011

GRANDE INFORMAZIONE INDECOROSA

Oggi, voglio occuparmi del settore della grande infromazione, notiziari TV e giornali a diffusione nazionale. Questa scelta deriva dallo spettacolo indecoroso che tale settore ha dato di sè in questi ultimi giorni.
Per giustificare il mio giudizio così drastico, non occorre neanche entrare nel merito dello modo in cui gli argomenti sono stati affrontati, ma basta una rapida scorsa ai titoli, rendendosi conto così delle priorità che la stampa si è data nel proporli ai propri lettori/ascoltatori.
Negli ultimissimi giorni, siamo stati letteralmente sommersi dalle notizie su Irene, l'ultimo degli uragani formatosi sulla costa orientale del continente americano. Non entro nel merito della sopravvalutazione dei suoi effetti, perchè non è questo il punto, rifletto come le inondazioni veramente bibliche, senza pre4cedenti a memoria d'uomo, avvenute l'anno passato in Pakisthan, hanno attirato molta meno attenzione. Ma si sa, tutto ciò che avviene al centro dell'impoero, trattasi pure di una calamità naturale, diventa di colpo esageratamente importante.
Anagolamente, la crisi finanziaria, così esplosiva nei suoi aspetti più recenti, nella stampa è stata declassata a gossip politico, con opposte fazioni schierate contro a favore delle pensioni, pro o contro l'aumento dell'IVA, pro o contro il contributo di solidarietà, pro o contro la patrimoniale, il tutto avvenendo in un chiasso che ha reso del tutto incomprensibile il merito delle discussione e naturalmente delle opposte argomentazioni.
La questione della crisi è certamente della massima importanza, ma rimuoverne l'aspetto internazionale, l'ignorare la sua dimensione globale e conseguentemente le sue cause, finisce col declassarla a un giochetto per politicanti che, attraverso la contrapposizione sulle singole misure economiche, regolano in realtà i loro conti interni, alla fine del tutto disinteressati e distaccati dal problema specifico chge questi scontri aveva suscitato.
Tutto ciò avviene, come motivo certamente aggravante, negli stessi giorni in cui la battaglia infuria più che mai in Libia e nella sua stessa capitale Tripoli, con un esito ancora non scontato e da cui dipoende certamente molto della storia stessa del nostro mondo globalizzato e del Mediterraneo in particolare.
La vwerità è che il provincialismo è la malattia cronica di questa nostra Italietta, divisa tra l'ammirazione per il potente (gli USA), e l'ingigantimento delle liti intestine, entrambi facce di quell'atteggiamento provinciale, da cittadina periferica, che evidentemente caraterizza oggi più che mai quegli stessi soggetti che dovrebbero svolgere, dal settore dell'informazione, un ruyolo dirigente sulla nostra nazione.

mercoledì 24 agosto 2011

DEL TOPOLINO PARTORITO DAL PD E DELLE OSSESSIONI PERSONALI DI SACCONI

Sembrava, da come la strombazzavano da giorni con grande enfasi, che la manovra sostitutiva proposta dal PD fosse un evento epocale, in grado di mettere chiarezza sul ruolo che l’Italia avrebbe dovuto giocare nella crisi finanziaria in corso.

Poi, nel merito, il PD propone anch’esso privatizzazioni e dismissioni, e intervento sulle pensioni, quest’ultima in una forma ipocrita e vile, senza il coraggio di sposarla.

Naturalmente, ci sono le declamazioni sull’evasione fiscale, sulle misure per lo sviluppo e l’occupazione, ma manca clamorosamente il quadro di riferimento, e cioè un giudizio sulla situazione internazionale, sulla natura stessa della crisi, prigionieri anch’essi dei diktat della BCE, che a sua volta subisce i condizionamenti del mercato globale.

Alla fine, ciò che veramente per loro conta è la bassa credibilità del governo: ma siamo poi certi che sia il solo governo a non essere credibile, e non un’intera classe politica prigioniera del monopensiero che vede la competitività come il faro che le scelte politiche devono seguire?

Non serve ritornare sulle considerazioni che ho già svolto nella serie di post precedenti, solo la conferma di un’Europa del tutto priva di una testa pensante, di elaborare una politica che analizzi spregiudicatamente, senza i dogmi neoliberistici dominanti, la situazione dell’economia globale, e proponga una via d’uscita, per quanto impopolare essa possa apparire.

Prima di chiudere il post, non mi posso però esimere dal fare riferimento al ministro Sacconi, che ha sbrigativamente e sprezzatamene bocciato l’indizione dlelo sicpoero generale da parte della CGIL. Ingiustificabile, ha detto.

Vorrei dire al ministro Sacconi che è l’inserimento della norma che introduce la pratica degli accordi aziendali che è ingiustificabile. Lo è almeno per due ragioni. L’uno è che le parti sociali avevano ufficialmente chiesto al governo di stare fuori dalla materia, il secondo è che si tratta di una misura che sta alla manovra come i classici cavoli a merenda, non serve a fare cassa e quindi non ha titolo per essere inclusa in provvedimenti di tale natura.

Ora, uno si dovrebbe chiedere quali siano le motivazioni che hanno spinto il Sacconi a questo protagonismo rifiutato esplicitamente dagli interessati, fino a determinare un elemento di evidente eterogeneità nei provvedimenti. Sembrerebbe che ci sia da parte sua una questione di natura personale, una partita sempre aperta e che si vuole portare allo scontro più clamoroso tra costui e la CGIL: sarà per farsi perdonare di averne fatto parte?

Davvero, è perfino penoso dovere osservare una politica diventata una questione di esigenze personali, probabilmente di natura ossessiva, di singoli ministri.

sabato 20 agosto 2011

CORAGGIO ED ONESTA' INTELLETTUALE

Non si osserva nessun segnale di rinsavimento nella classe politica europea.
Io faccio una domanda che dovrebbe apparire ovvia, e nello stesso tempo è assolutamente indispensabile rispondervi in maniera convincente: qual è la natura del problema che le economie europee si trovano di fronte? E' di natura interna o esterna all'area europea? E' possibile tracciarne una diagnosi puntuale ed accurata?
A me non sembra di riscontrare neanche un accenno di questa determinazione a risalire alle vere cause della crisi in atto, e quindi le soluzioni che vengono proposte non possono che risultare inefficaci, anzi del tutto fuorvianti, tragicamente direi fuorvianti, in quanto la loro messa in atto determina vere tragedie per gli europei.
Analogalmente, sul fronte degli obiettivi, si da' per scontato che si debba perseguire l'aumento del PIL.
In definitiva, le discussioni sulla crisi avvengono in maniera del tutto inconcludente, senza che si capisca quali siano le ricette proposte. E' come se un tizio verificasse la scarsa stabilità strutturale della sua casa, e, senza andare a verificare quali sino le cause, decidesse di ridurne l'altezza, scaricando terra attorno all'edificio: avrà sotterrato gran parte della sua casa, senza peraltro avere neanche affrontato il reale problema che ha di fronte. E' una situazione frustrante vedere questi politicanti che non sanno che pesci pigliare, eppure così impegnati a mantenersi nelle posizioni di vertice, e molto più preoccupante rimane vedere come la gente stia lì imbambolata, sostanzialmente passiva, a stramaledire questi politicanti, ma senza assumere iniziative incisive che portino alla loro estromissione. Questo lamento, questa indignazione, parola significativamente utilizzata come emblema, appaiono come l'incapacità di interi popoli di andare aldilà di una protesta indistinta, il segno evidente di un declino.
Allo stesso modo, risulta significativo come le cose che io dico, qui, ma anche su altri siti, e analogamente anche quando chi le dice è un altro soggetto, esse creiano un vuoto di dibattito, come se incapaci di controbattere nel merito delle argomentazioni, si rifugino in un atteggiamento di silenzio perplesso, senza convenire e nello stesso tempo senza avanzare ipotesi differenti.
C'è davvero un vuoto di capacità dirigente, con atteggimenti che vanno dal solito "fuori Berlusconi", a "quanto sono cattivi gli speculatori", a "ce la meritiamo perchè abbiamo creato un debito così alto".
ùSu altro fronte, ci stanno quelli che "Marx l'aveva detto", che "niente di nuiovo, si tratta sempre del capitalismo".
Questa carenza di coraggio, del coraggio che richiede un'analisi critica spregiudicata, come quello richiesto per cambiare opinione, o quantomeno per percepire la novità della situazione a livello internazionale, rende del tutto irrealistico uscire dal circuito imposto da chi oggi comanda, tutto basato sul "fare bene i compiti", anche se ciò implica la distruzione dell'economia nazionale.
Invece, questa stessa crisi sarebbe una grande opportunità per buttare all'aria il tavolino, per operare in conformità alle sempre più urgenti esigenze ambientali, per rimettere al centro dell'economia il criterio della piena occupazione.
Ciò a cui assistiamo è invece il completo oscuramento mediatico del problema generazionale, con le oscene proposte del rinvio dell'andata in pensione. Eppure, la correlazione tra permanenza dei vecchi al lavoro e assenza di posti per iloro figli sembra ovvia: perchè si dovrebbe puntare sulla crescita per dare lavoro ai più giovani, e non invece accelerare il turn over, immaginando addirittura prepensionamenti, ed ancora riprendere il tema della riduzione dell'orario di lavoro.
Una classe politica inetta ha più volte negliu ultimi anni attuato misure proprio finalizzate a distruggerla lì'occupazione. Uno dei casi più clamorosi fu l'introduzione da parte di Visco dell'IRAP, una tassa per l'aziende calcolata sul monte dei salari, poi gli incentivi per una crescente automazione nelle aziende, l'incoraggiare la grande distribuzione i cui risparmi stanno tutti nel ridurre al minimo i propri dipendenti, la mancata protezione dei propri prodotti agricoli che sta portando al progressivo declino dell'agricoltura ed alla progressiva riduzione dei terreni coltivati. Tutto ciò ha, per colmo, dei danni collaterali, ma il pensiero unico che domina nelle nostre società, l'omologazione culturale del mondo di oggi, rende ciechi e sordi di fronte alla realtà, e il pantano in cui siamo va progressivamente trasformandosi in sabbie mobili.
Sarà in fondo un problema di carenza di onestà intellettuale?

martedì 16 agosto 2011

L'EUROPA E LA CORDA TIRATA TROPPO

Brevemente, tenterò di fare qualche riflessione.
La prima riguarda l'auspicato maggiore ccoordinamento nelle politiche economiche e fiscali dei paesi europei. Ben, io dico, se vogliamo un maggiore peso del livello europeo, creiamo le strutture istituzionali per ottenerlo, ed in democrazia ciò significa organismi elettivi.
Niente di tutto questo, il coordinamento significa semplicemente che i premiers dei vari paesi si ritengono vincolati a scelte comuni. Questo in italiano significa fine della democrazia, come è ovvio quando il meccanismo delle decisioni richiede un supergoverno che non è espressione dei cittadini.

Andiamo adesso al dibattito seguito al DL recentemente approvato dal governo.
In un precedente post, ho mostrato la mia contrarietà alla cosiddetta supertassa. Però, bisogna intendersi, ero contrario perchè ritenevo, come ancora ritengo, che andrebbe prevista un'imposta patrimoniale straordinaria, di quella ordinaria ci sarà tempo per rifletterci.
Invece, e qui fanno a gara parti del PDL, probabilmente ispirati dallo stesso premier, e parti dell'opposizione, in particolare l'UDC, tale tassa andrebbe sostituita rinviando la data di pensionamento, privatizzazioni a tutto spiano, ed eventualmente aumento dell'aliquota IVA.
Sul pensionamento, ho già detto, sottolineando come si tratti di una misura che col,pisce i giovani che condanna alla disoccupazione per ritardo nel turn over. Questa è una conseguenza ovvia ed inevitabile, e non capisco come ci possa esserte qualcuno che non se ne renda conto.
Sulla privatizzazione,e qui è d'accordo anche il PD, hanno già detto gli elettori quando un referendum li ha chiamati ad esprimersi sull'acqua, ed è semplicemente osceno che una classe politica indecente voglia perseverare ignorando completamente la volontà popolare.
Infine, sono contrario all'aumento dell'IVa non per le argomentaszioni espresse da Berlusconi, ma per il motivo di fondo che si tratta di una tassa indipendente dal reddito, che colpisce nella stessa misura chi ha un reddito di mille euro l'anno e chi ne ha invece un milione, tutto va messo nell'IRPEF se si vuole rispettare il dettato costituzionale della differenziata misura nel sostenere lo stato sulla base del reddito.
Come si vede, un osceno provvedimento riesce a suscitare ipotesi di cambiamenti peggiorativi, e qui la collocazione politica conta a quanto pare poco. Ciò oggettivamente spinge verso la radicalizzazione dello scontro, perchè questa classe politica europea, che ha collezionato solo insuccessi, continua a vessare i cittadini, e la corda prima o poi si spezzerà.

sabato 13 agosto 2011

QUESTI O SONO SCEMI O SONO DEI TRADITORI DELLA NOSTRA PATRIA

Ormai è diventato ufficiale: questi sono tutti scemi.
Non ho il tempo per affrontare nel dettaglio i provvedimenti varati ieri dal governo, e ci tornerò.
Per ora, voglio riassumere i lineamenti fondamentali della situazione.
Un gruppo di criminali altrimenti detti grandi capitalisti, hanno deciso di aumentare i loro guadagni e i loro già pingui patrimoni attraverso creazione di cartaccia, comunemente chiamati titoli.
Allo scoppio pochi anni fa della famosa bolla speculativa, hanno ottenuto dai loro complici, comunemente chiamati governanti, i soldi necessari per non fallire, trasferendo i propri guai finaziari ai bilanci statali. Badate, i governi erano ben consapevoli che questa non era una soluzione al problema, perchè questa massa immane di cartaccia circolante sul mercato finanziario globale, erano troppi anche per il complesso delle nazioni, era solo regalare un po' d'ossigeno alle banche che altrimenti sarebbero fallite di colpo.
La non soluzione del problema ha, come era ovvio attendersi, riproposto la crisi dei mercati finanziari, colpendo in maniera mirata specifici paesi.
La BCE e i suoi dirigenti, parte importante di quel establishment finanziario che aveva prima provocato la crisi e poi appioppato ai noi contribuenti il costo degli errori propri, ormai preoccupati che la crisi possa scoppiargli in mano, mandano una lettera al governo italiano, imponendogli certe misure come condizione per intevenire sul mercato a comprare i nostri titoli di stato. Nella sostanza, per salvare il proprio culo (scusate l'espressione colorita), ci vogliono dettare le misure di pertinenza nazionale.
Questo messaggio, questa lettera che è evidentemente il segreto di Pulcinella, visto che chi conta la conosce perfettamente, opposizione compresa, perviene prontamente anche a Tremonti e a Napolitano, i quali senza battere ciglio si mettono in moto per ubbidire diligentemente, ognuno con la propria retorica, ma nella sostanza eseguendo il compito che quel circolo a cui appartengono chiede loro. Essi dicono, come già in occasione del precedente proivvedimento che è il momento della responsabilità nazionale e roba simile. Naturalmente, bisognerebbe argomentare perchè interpretando questo ruolo di esecutori del dettato dell'establishment finanziario, essi difendano la loro nazione e non piuttosto la tradiscano. In verità questo argomentare non viene neanche tentato, perchè davvero non si capisce come questo trasferimento di risorse dai propri contribuenti ai ricchi del sistema globale possa definirsi come un servizio utile, anzi addirittura provvidenziale, al proprio paese: intanto, essi si vestono di questo ruolo di salvatori della patria, qualche ingenuo finirà certamente col credere loro.
Berlusconi e Bossi, i due compari che dovrebbero governare a partire dal loro successo elettorale del 2008, non ne vorrebbero sapere di tali provvedimenti che toglierà loro voti. D'altra parte, sono due parvenu che l'establishment finanziario non considera come propri membri, anzi se ne libererebbe molto volentieri, ma certe formalità democratiche vanno rispettate, così si limitano a sopportarli alla meno peggio. Però Tremonti e Napolitano sanno che essi devono essere della partita per garantire il passaggio in parlamento, e così scatta l'operazione di loro convincimento, che alla fine funziona. Cosa convince i due compari? Qui, penso che il gioco si sia fatto pesante, e credo che alla fine i guai giudiziari di Berlusconi abbiano svolto il ruolo fondamentale. Se Napolitano avesse dimissionato il governo, provvedimenti di restrizione alla libertà personale di Berlusconi sarebbero diventati possibili se non quasi certi. Si capisce come Berlusconi abbia dovuto "obtorto collo" cedere, e a quel punto anche per Bossi la cosa sarebbe diventata pericolosa, finiti all'opposizione e senza grandi prospettive di tornare al governo dopo elezioni anticipate.
Nel frattempo, l'opposizione fa parte della partita, non è credibile, sulla base della storia pregressa, che gente come Bersani potesse schierarsi contro la BCE, e lo stesso dicasi ovviamente per Casini. La cricca li comprende, ma hanno la possibilità di fare i duri, di tuonare contro provvedimenti sulla cui sostanza sono d'accordo, sparano su Berlusconi, ma davvero anche un bambino capirebbe che la manovra non è certo farina del suo sacco.
In definitiva, a partire dalle più alte cariche dello stato, ognuno gioca con più o meno abilità il proprio ruolo in commedia, tutti schiavi di questo sistema che ha deciso di distruggere ogni parvenza di democrazia nel mondo, ed attraverso il conformare i propri comportamenti anche istituzionali a questo canovaccio, conservare la propria misera fetta di potere.
Sul merito del provvedimento dirò soltanto che la scelta di non prevedere una patrimoniale è certamente classista, che non v'è nulla per lo sviluppo, e non promuoverlo, seppure in sè corretto, deve essere accoppiato a misure protezionistiche, sennò finiamo davvero per soccombere.
Infine, Tremonti non ha trovato una singola parola per dichiarare i propri errori nella scelta del primo provvedimento che egli aveva proposto come risolutivo. Ora si scopre che esso era inadeguato sia nella tempistica di attuazione che nell'entità complessiva: perchè mai oggi dovremmo credere che altri 45 miliardi dovrebbero bastare? Normalmente, Tremonti e Napolitano, dopo aver fallito clamorosamente nella loro operazione di promozione di quel fallimentare provvedimento, si sarebbero entrambi dovuto dimettere. Ma no, tornano alla carica con gli identici argomenti del provvedimento precedente, e ancora ci chiedono di rimanere solidali rispetto alle misure dolorose ma necessarie.
Un solo conteggio elementare, un punto in più di interessi da pagare sui titoli di stato, vale quasi venti miliardi l'anno. così 45 miliardi corrispondono appena a 2,5 punti di interessi. Forse sarebbe il caso di ricordare che abbiamo di recente assistito a un aumento dei tassi anche superiore ai quattro punti: in altre parole, non saranno i 45 miliardi ad essere sufficienti, e neanche dieci volte tanto probabilmente.
La soluzione quindi per qualsiasi persona di buon senso non sta nel pagare ai ricattatori la somma che da noi pretendono, ad un certo punto sarà troppo alta per essere pagata, ma nell'impedire al ricattatore di svolgere il suo ruolo.
Per questo, vi dico: guardatevi accuratamente dai salvatori della patria, quelli sono dei traditori travestiti.

venerdì 12 agosto 2011

NOTE FISCALI

Ormai credo che in Italia siamo prossimi alla follia totale.
Ieri, Bersani ha detto che chiedeva formalmente al governo di non tremare, do avere il polso fermo. La cosa che mi preoccupa è quel "formalmente": come, Bersani vuole formalizzare un invito che a tanti sembrerebbe del tutto generico? E quale sarebbe una risposta adeguata dal governo, quella di una foto del polso di Berlusconi, col polso ben fermo nell'apporre la firma al provvedimento?
Bersani, io le chiedo "formalmente" di ben riflettere prima di aprire bocca, sennò dobbiamo concludere che il leader dell'opposizione si è adeguato all'uso disnvolto del linguaggio dell'attuale premier.
Secondo elemento di follia, stavolta nel settore dell'informazione. Oggi, Libero titola dicendo che la ventilata trattenuta fiscale aggiuntiva sui redditi alti sarebbe una patrimoniale. Evidentemente, i redattori di "Libero" non conoscono il significato delle parole. "Patrimoniale" non può che essere una tassa basata sulla consistenza dei patrimoni, mentre è evidente che la tassa di cui si parla è sui redditi. L'una quindi è l'esatto opposto dell'altra, perchè un'imposta sul reddito riguarda quanto si è guadagnato nell'anno, e nulla dice sulle ricchezze eventualmente accumulate in tutta la sua vita da quel soggetto, mentre la patrimoniale colpèisce proprio la ricchezza accumulata, e non ha alcun rapporto su quanto quel determinato soggetto ha guadagnato nell'anno, potrebbe anche essere a reddito zero.
Le parole, cazzo, usiamole correttamente, stiamo massacrando la lingua che c'hanno insegnato, e finiremo con il non capirci più l'un l'altro.
Lasciamo ora i giornalisti ignoranti alle loro occupazioni più o meno meritorie, lasciamo anche i politici ai loro giochetti che nascondono il loro vuoto mentale.

Vediamo ora di esaminare alcune alternative di prelievo fiscale.

Ha senso un contributo straordinario da parte dei redditi più alti? Certamente no, perchè quei redditi sono già tassati al 43%. Si tratta poi di un importo del tutto marginale, perchè sono pochissimi coloro che dichiarano redditi di quel livello, praticamente soltanto lavoratori dipendenti che come noto non hanno scelta.
Gli altri, la gran massa di ricchi, o evade apertamente, o elude sfruttando la legislazione fiscale vigente: insomma, sarebbe un massacro dei contribuenti più fedeli, e porterebbe un contributo del tutto risibile. Infine, chi ha un reddito alto non è necessariamente ricco, perchè guadagnare una cifra mensile (lorda) attorno ai diecimila euro mensili non arricchisce: quanti anni occorrono a un tale soggetto per mettere da parte quanto gli occorre per acquistare un appartamento? Diciamo quindici anni, tanto per fare una stima approssimatriva. Ebbene, c'è gente che possiede anche sei-otto case, e magari gode di una pensione di trentamila euro l'anno: non verrebbe considerato ricco, ma nei fatti lo è molto più di chi gode sì di un reddito alto, ma è nullatenente.
Così, se si vogliono riequilibrare i conti statali, ci vuole necessariamente una patrimoniale. Anche stabilito un meccanismo di tassazione basato sui patrimoni, rimane la questione se si debba trattare di un contributo stabile o "una tantum".
Io non avrei dubbi sul fatto che ci debba essere un prelievo straordinario che dovrebbe riguardare qualsiasi tipo di proprietà, e segnatamente quello immobiliare come quello mobiliare.
Non bisognerebbe immaginare un importo eccessivamente elevato, ma certamente dovrebbe portare a una riduzione significativa dell'ammontare del debito pubblico, qualcosa come trecento miliardi di euro potrebbe essere una stima ragionevole.
La questione invece della tassazione a regime dei patrimoni riguarda, credo, più la modifica che non l'introduzione. Gli immobili vengono già tassati (concorrono all'IRPEF), e anche sui titoli c'è un prelievo. Qui sorge il problema, in quanto si tratta di un prelievo forfettario, paga il 12,5% sia chi possiede diecimila euro di titoli, sia chi ne possiede dieci milioni, stessa aliquota. Così però si viola il disposto costituzionale che esplicitamente impone un contributo fiscale progressivo. Indipendentemente quindi dal problema impellente di fare cassa, non v'è alcun motivo ragionevole per escludere i redditi da titoli dalle altre forme di reddito, gli interessi incassati dovrebbero aggiungersi al reddito complessivo ed essere tassati quindi con l'aliquota marginale di quello specifico soggetto. Se un soggetto lo chiede, o se è straniero, allora si dovrebbe prevedere un prelievo alla fonte, ed in questo caso si dovrebbe applicare l'aliquota massima prevista sui redditi, il 43% attualmente.

mercoledì 10 agosto 2011

ASPOETTI GENERAZIONALI DELL'ATTUALE CRISI

Le sommosse giovanili in Gran Bretagna mi danno l'occasione di completare il quadro della situazione economica dei paesi del primo mondo.
C'è un'inquietudine nei più giovani che attraversa un po' tutti i paesi occidentali. Non credo che possiamo meravigliarcene, semmai lo stupore dovrebbe riguardare l'occasionalità delle manifestazioni di tali inquietudini.
Un giovane dei nostri giorni ha ben poco dalla vita, una cereta disponibilità di beni benignamente concessigli dai i suoi genitori (in alcuni casi perfino dai nonni), nessuna autonomia come quella che ciò che ci guadagnamo di persona ci fornisce, le piùà nere prospettive per il futuro più prossimo. Questa situazione risulta tanto più penosa a causa della stessa cultura in cui li abbiamo fatto crescere, nel fatto che i loro genitori appartengono alla generazione che ha sempre esaltato questa forma di emancipazione individuale legata all'indipendenza economica: peccato che questa stessa generazione, dopo avere assicurato a sè stessa questa disponibilità come le più svariate forme di tutela, posto fisso, tutela sanitaria, previdenziale e così via, abbia poi dovuto confrontarsi con l'esaurimento delle risorse e la conseguente impossibilità per lo stato di continuare ad erogare tali servizi, almeno non a quei livelli.
Si parla tanto dell'Europa del welfare e si impreca tanto sulla sua fine, ma forse potrebbe essere utile riflettere sulla transitorietà di tale stagione, la sua brevità temporale, una specie di parentesi durata per circa tre decenni
Epperò, sento molto parlare di diritti acquisiti, di pensioni che termineranno forse con i nati a metà anni cinquanta, di importi che dopo tale generazione nessun'altro potrà ricevere, ma che nessuno comunque accetterebbe di vedersi ridotte, disposto piuttosto a rinviare l'età di pensionamento. Peccato che questa seconda soluzione colpisca non gli anziani ancora al lavoro, ma proprio quegli stessi giovani, rinviando nel tempo il dovuto ricambio generazionale, e questo rinvio, già iniziato da tempo, rischia di trasformarsi per un'intera generazione in un loro salto, niente posti all'età a cui sarebbe ragionevole inziare a lavorare, troppo vecchi quando infine tali posti si libereranno.
Coccolati da sindacalisti e politici che tentano di intercettare il nostro consenso, importantissimo data la nostra consistenza numerica, siamo oggettivamente gli avversari di quei ragazzi, che però finora non hanno trovato la capacità di trasformare una chiassosa protesta in progettualità politica in grado di risultare egemone nella società, anch'essi prigionieri della stessa ideologia che li costringe alla loro marginalità sociale.
Lo voglio esprimere chiaramente, chi chiede liberalizzazioni, chi vuole destinare i soldi pubblici al salvataggio di banche, chi vuole posticipare l'età del pensionamento, tutte queste misure non solo non possono essere condivise, non possono risulatere risolutive dei problemi in cui ci troviamo, ma sono un modo evidente di essere complici dei criminali internazionali che hanno costretto il mondo intero nella presente situazione.
I governi che dovessero intraprendere tali politiche saranno, qualunque possa essere il vessillo che tengono in mano, i nemici del loro popolo e come tali dovranno essere trattati.
Oggi, si gioca una questione vitale per l'umanità, e bisognerà schierarsi dalla parte giusta, non sulla base di sigle di comodo, ma sulla base proprio delle iniziative politiche che verrano assunte.