lunedì 27 aprile 2009

APOLOGO SULL'ONESTA'

Qui di seguito, riporto un celebre scritto di Italo Calvino, che mi sembra tuttora molto attuale.

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi , né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale.
Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano ai singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale.
Ma a guardar bene, il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita.
La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando, anzichè il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere. Così era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche s’inserivano come un elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema, guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, e ne confermavano la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dovere cambiare in nulla.
Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornioni a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano, costoro, onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altre persone.
In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (o almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare “la” società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e allegra e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

domenica 26 aprile 2009

SUL CONCETTO DI LIBERTA': UNA RIPROPOSIZIONE

Bene, a questo punto dovrei iniziare la fase delle argomentazioni dei vari punti che costituiscono l'ideologia verde che io propongo. Come dicevo nel post precedente, questa impresa l'ho affrontata nel libro che ho scritto, e non posso fare altro che raccomandarne la lettura a chi fosse interessato (notizie per l'ordinazione sul mio profilo). Alla base, ci sta un'ipotesi antropologica, cioè io parto da un mio modo di vedere la natura dell'uomo. Io credo che il terreno decisivo per sconfiggere quella che io riconosco come l'ideologia dominante nel mondo occidentale, stia proprio nel disvelare prima, e nel superare poi una visione dell'uomo che ci portiamo dietro dall'Illuminismo in poi. Poichè non posso qui riscrivere il libro citato, mi limiterò qui ad affrontare quello che mi pare il punto decisivo, quello della libertà. Naturalmente, già questo solo argomento è enorme (chissà se avrò la perseveranza di scrivere un libro dedicato a questo spedifico punto !). Che la questione fondamentale sia la libertà, lo testimonia tra l'altro il fatto che le più quotate teorie in filosofia politica, pongono proprio la libertà come il bene fondamentale da salvaguardare, anche a costo di altri beni da proteggere. Se prendiamo ad esempio Rowls, egli afferma che le politiche da attuare devono essere finalizzate a raggiungere un sistema che abbia il massimo contenuto di giustizia. Tuttavia, egli afferma che non si può perseguire la giustizia a scapito della libertà. Insomma, Rowls vuole uno stato che, garantendo come bene supremo la libertà, consegua il massimo possibile grado di giustizia. Il punto di contestazione sta tutto in cosa si intenda per libertà. Si tratta, se ci riflettiamo, di un termine estremamanete vago. In realtà, la parola libertà si usa quasi sempre accompagnato da una specificazione: solo allora, assume un significato davvero specifico. Parliamo adesso di libertà di scelta. Ora, è chiaro a tutti, persino a me, che nessuno di noi voglia essere coartato a comportarsi in un certo modo, magari addirittura con la violenza. Io però penso che dobbiamo andare oltre, che sarebbe errato far coincidere la libertà di scelta come la negazione della coercizione. Io penso cioè che la libertà di scelta, o viene effettivamente esercitata, oppure quella stessa libertà di scelta viene negata. Se noi constatiamo, anzi concordiamo che nella massima parte dei casi una libertà di scelta che è stata formalmente concessa non è stata esercitata, possiamo ancora affermare che siamo in uno stato che ci rende liberi? Il dubbio successivo è: vogliamo effettivamente essere liberi? Non siamo cioè liberi perchè non abbiamo eliminato tutte le condizioni che ostano alla nostra libertà, e/o della libertà tanta conclamata non sappiamo che farcene? Io credo che esistano entrambe queste condizioni. Se guardiamo alla libertà di informazione, non basta garantire che tutti posssano divulgare le loro opinioni, se poi io ho a disposizione un blog letto da tre persone, e il proprietario di mediaset ha a disposizione tre TV che coprono quasi il 50% dello sterminato pubblico televisivo. Se i mezzi economici differenti danno accesso a possibilità comunicative così profondamente diverse tra loro, siamo certi che una formalmente consacrata libertà di stampa si traduca in effetti in una generalizzata libertà di informazione? Dall'altro punto di vista, se si guarda al settore della moda, si vede come per quanto attiene l'abbigliamento, i comportamenti siano omologati. Da quando un tizio ha lanciato i jeans a vita bassa alcuni anni fa, nel giro di pochissimi mesi avevamo frotte di ragazze vestite con tali "orribili" (opinione strettamente personale) pantaloni. Quello che colpisce è la rapidità nell'accettazione e nel rifiuto di determinati tipi di abbigliamento, cioè di comportamenti sociali classificabili come strettamente personali. Naturalmente, il settore della moda è soltanto la classica punta emergente di un iceberg che coivolge un po' tutti i nostri comportamenti sociali. A questo punto nel libro, introduco la tematica dell'autorità, del principio di autorità che, lungi dal come vorrebbe farci credere l'ideologia dominante, come qualcosa che si interpone tra me e e la mia libertà, costituisce a mioo parere un'esigenza ineliminabile della persona umana. Mi fermo qui. vorrei solo farvi riflettere su quanto sia davvero straordinariamente difficile suntare le mie teorie, a partire da un testo che difatti è anch'esso sintetico, e quindi mi scuso per la insufficiente chiarezza delle mie argomentazioni. Non proverò ad affrontare altri punti dell'ideologia verde che perseguo. Dal prossimo post, inizierò a occuparmi di questioni politiche più specifiche, e magari anche dell'attualità.

giovedì 23 aprile 2009

IL LIBRO (2). UNA RIPROPOSIZIONE

Ecco l'elenco dei punti che concorrono alla formulazione dell'ideologia verde, che avevo introdotto nei precedenti interventi:

- l'uomo è innanzitutto un essere biologico, adattabile all'ambiente in cui vive
- è una pura finzione linguistica considerare il corpo e l'anima come due entità separate: essi sono solo due differenti aspetti di un'unica indivisibile entità "uomo"
- il linguaggio è solo una forma di vita
- dobbiamo accettare i nostri limiti appunto biologici e il fatto che viviamo in un mondo che, proprio perchè non creato da noi stessi, risulta in fondo misterioso
- dobbiamo vivere in armonia con la natura, di cui siamo parte, e l'antropizzazione che inevitabilmente discende dalla cultura e dalla tecnologia, deve essere compatibile e sostenibile, cioè non deve introdurre variazioni nell'ambiente, tali da comprometterne gli equilibri fondamentali in maniera significativa
- ipotizzare che il mondo sia popolato da esseri liberi e razionali chiamati "uomini" è privo di qualsiasi fondamento
- la libertà individuale è filosoficamente pressocchè insostenibile, e l'uomo è un essere essenzialmente conformista, a cui la necessità di scegliere genera mediamente angoscia
- sostenere che gli uomini siano eguali genera soltanto malintesi perchè, nello sforzo di ricordarci la comune appartenenza alla specie umana, tende inevitabilmente a sottostimare le differenze individuali
- delle tre parole d'ordine della rivoluzione francese, in realtà, basta sostenerne una soltanto, quella tra l'altro più negletta, la fraternità, che ben esprime la similarità tra appartenenti alla stessa specie e la solidarietà di fondo che deve esistere tra gli uomini, senza indurre nel contempo a minizzare le differenze individuali
- avere desideri, come l'aspetto sperimentabile dei nostri bisogni, è un aspetto assolutamente fisiologico del modo di essere degli esseri biologici, e pertanto non comporta di per sè la necessità del loro soddisfacimento. Conseguentemente, il perseguire il sogno di una società privata dei bisogni, comune alle teorie capitaliste, socialiste ed anarchiche, va considerato come un gravissimo errore
- assumere che il fine fondamentale che una società debba perseguire sia il massimo prolungamento della vita umana è privo di qualsiasi fondamento: è soltanto la traduzione dell'istinto di sopravvivenza individuale in norme collettive, a volte, paradossalmente, contro la volontà individuale consapevolmente espressa
- è necessario definire quali siano gli interessi collettivi, senza confonderli con gli interessi individuali numericamente prevalenti, come invece è implicito nel principio politico del consenso maggioritario.

Tale elenco di principi compare nel libro nell'ultimo capitolo, e quindi, seppure non ci sia alcuna pretesa di averne dimostrato la validità, essi risultano comunque lungamente argomentati nei capitoli precedenti. Naturalmente, argomentarli qui corrisponderebbe a riscrivere il libro. Non posso quindi che raccomandare la lettura del testo, anche se proverò in successivi interventi ad avanzare qualche concisa argomentazione su quelli che possano risultare più controversi. A risentirci presto.

SUL LIBRO: UNA RIPROPOSIZIONE

Ripropongo uno dei primissimi post, per ciò stesso poco letto, ma importante dal punto di vista stesso della finalità di qeusto blog.
Vi vorrei adesso parlare del contenuto del mio libro, in cui ho cercato di condensare l'insieme del mio pensiero. Si tratta di un'operazione difficile, perchè il libro stesso è già denso di contenuti, e un suo sunto è di fatto improponibile. Mi limiterò pertanto all'essenziale, avendo presente così di darne un'immagine inevitabilmente distorta. Il concetto di base è che noi occidentali viviamo in una società profondamente ideologizzata, malgrado gli sforzi di tanti di proclamare la fine delle ideologie. Ciò che è successo in realtà negli ultimi decenni è stata la morte delle ideologie alternative, l'ideologia marxista in primis, in modo tale che oggi esiste un'unica ideologia senza ideologie in competizione. Tale ideologia è fortissima proprio in virtù della sua invisibilità, è introiettata in noi in maniera così profonda e totale che non riusciamo neanche a scorgerla. Tale ideologia è fondamentalmente un'ideologia distruttiva, che ha nei confronti del mondo che ci circonda un atteggiamento di sfruttamento e rapina. Ciò che è poi ancora più grave è che il mondo viene così visto come il teatro delle nostre azioni, come se noi venissimo da un altrove, cioè ci fa dimenticare la nostra appartenenza a quello stesso mondo che noi pensiamo di potere influenzare e modificare a nostro piacimento. La tesi che illustro e argomento nel testo citato è che bisogna quindi sostituire questa ideologia che ci rende infelici già oggi, e che presto porterà l'umanità verso il rischio dell'estinzione, con un'ideologia alternativa, e che questo processo non potrà avvenire spontaneamente, ma che richieda un progetto specifico, affidato a un gruppo di persone consapevoli. Mi fermo qui: nel prossimo post, elencherò i punti qualificanti di questa ideologia che ho chiamato verde, in omaggio a un termine che è già entrato nel dibattito sociale e politico dei nostri giorni.

lunedì 20 aprile 2009

L'INUTILE INTERVISTA A TREMONTI

Ieri, ho ascoltato l’intervista dell’Annunziata a Tremonti. Due più supponenti di questi due è difficile davvero trovarli. Da una parte l’Annunziata, che si da’ l’aria di una grande analista politica, dall’altra Tremonti che parla come un polemista politico da due soldi, ma con un tocco di professoralità, come dire: vi sto facendo la grazia a permettervi di ascoltare i pezzi di paradiso che enuncio.
M’interessa sottolineare l’inutilità assoluta di ascoltare questo ministro, soprattutto quando la grande giornalista politica (sigh!) evita di fargli la domanda che tutti si aspetterebbero. L’intervista verte essenzialmente su due temi, la questione della data del referendum da una parte, e la copertura dei fondi per il terremoto dall’altra.
Questo ministro non si esprime tentando di motivare, di argomentare ciò che dice. No, egli ha solo sicurezze che devolve al pubblico senza chiarire e specificare, ma con l’aria che se non capisci la colpa è tua.
Nel merito: l’accorpamento del referendum alle europee è per lui anticostituzionale. Poco o nulla importa se numerosi costituzionalisti si sono pronunciati in modo diverso, egli è tra quelle persone che, forse a ragione visti i risultati, ritiene che un modo perentorio di pronunciare cose al più opinabili sia sufficiente a farle divenire certe e indiscutibili.
Per quanto attiene al terremoto, egli risponde con sufficienza all’Annunziata che tenta inutilmente d’ìncalzarlo, dicendo che i fondi ci sono, Cassa Depositi e Prestiti, fondi degli enti previdenziali, fondi della presidenza del consiglio. Per quest’uomo, il bilancio statale è composto da una serie di voci costruite ad arte, senza alcuna attinenza con la destinazione reale, un bilancio quindi che permette a chi governa di usare le voci di spesa a suo piacimento, sequestrando così il potere del Parlamento di stabilire invece in che direzione deve operare il governo dal punto di vista economico.
Fossi stato io al posto dell’Annunziata avrei chiesto a questo presuntuosetto “sotuttoio” come si concilia questa disponibilità riscontrata a fare fronte a una spesa così ingente e così imprevista con le dichiarazioni di impossibilità di stanziare cifre più consistenti per far fronte alla crisi mondiale. Gli avrei chiesto in che tipo di paese viviamo se una cifra dell’ordine di 15 miliardi può essere trovata nelle pieghe del bilancio, che senso abbia quindi approvare annualmente il bilancio dello stato da parte del parlamento. Avrei tentato almeno di capovolgere quello che nelle parole di Tremonti aveva un aspetto positivo in un aspetto negativo. Ma la grande giornalista non l’ha saputo fare, ella pensa che avere un piglio aggressivo e polemico sia di per sé garanzia di condurre un’intervista davvero severa e produttiva. Cara Annunziata, se non sai cosa chiedere, cambia mestiere, forse sarebbe il caso. Per quanto mi riguarda, mi propongo di non assistere più a nulla che coinvolga direttamente Tremonti, l’uomo i cui discorsi sono del tutto inutili, privi di qualsivoglia valore informativo.

sabato 18 aprile 2009

ANCORA SUL TERREMOTO

Dunque, qui proprio non si capisce come funzioni la protezione civile in Italia. A quanto pare si tratta di un meccanismo di funzionamento su cui non possiamo avere informazioni puntuali, e che per chi non sia addentro alle sacre cose si presenta particolarmente complesso e di comprensione ostica.
A pensarci bene però, per l’Italia e i suoi governanti, è un meccanismo perfetto, in quanto copre ogni possibile responsabilità individuale.
Gli interventi della signora Postiglione ad annozero hanno ulteriormente contribuito a confondermi le idee.
Nella fattispecie del recente sisma, è evidente che alcune misure preliminari non sono state attivate. La signora ha affermato che questi compiti spettano agli enti territoriali che, se ho capito bene, hanno un loro nucleo di protezione civile. Sarebbe a questo punto interessante capire che rapporto esista tra il sottosegretariato alla protezione civile, struttura nazionale centrale, e questi nuclei locali. A quanto traspariva dalle affermazioni della Postiglione, sembrerebbe nessuna: i nuclei territoriali, pur se facendo parte della protezione civile, dipendono esclusivamente dai Sindaci. Non è possibile un chiarimento chiaro e definitivo su questo punto? Perché se così fosse, dovremmo concordemente concludere che solo un pazzo poteva mettere su una struttura con finalità uguali e convergenti, ma sotto comandi differenti. Ciò, ove confermato, sembrerebbe l’ennesimo effetto della mania, o vogliamo chiamarla moda, del decentramento a tutti i costi. Già oggi abbiamo la polizia di stato, la polizia regionale, quella provinciale e quella comunale, quindi alla fine anche di questo spezzettamento delle organizzazioni, pur aventi finalità uguale, abbiamo esempi evidenti.
Io credo però che, proprio in base alle finalità della protezione civile, che includono, anche se non in maniera esclusiva, interventi di emergenza, l’unità organizzativa sia fondamentale. Se quindi vige una normativa che prevede un’organizzazione tanto inadeguata ai compiti a cui è chiamata, qualcuno dovrebbe mettervi mano per modificarla in direzione di un maggiore accentramento.
L’ipotesi alternativa è che invece la protezione civile già oggi dipenda dalla struttura centrale: in questo caso, chi dirige la protezione civile è evidentemente responsabile delle omissioni verificatesi. Quali omissioni? Qui non intendo riferirmi a piani di evacuazione che avrebbero richiesto degli interventi organizzativi troppo onerose e può anche darsi non giustificate, ma di misure standard Facilmente approntabili, quali una capillare informazione dei comportamenti da tenere durante un terremoto, inclusa la definizione di una serie di zone di raccolta, e d’altra parte l’attrezzare delle aree per eventuali tendopoli con gli allacciamenti necessari: non mi pare che qualcuno sensatamente possa sostenere che tali minime misure precauzionali fossero così impegnative ed ingiustificate.
Infine, vorrei stigmatizzare ciò che la Postiglione ha detto sullo sciame sismico. Sono affermazioni che offendono l’intelligenza di chi le pronuncia. Seppure non esista a tuttoggi un modello predittivo che ci dica esattamente dove e quando un grosso evento sismico possa avvenire, la continuità e l’intensità con cui si è verificato nel caso in oggetto sono tali che solo un cieco poteva non vedere. Molti cittadini comuni, senza alcuna preparazione specifica, senza dati strumentali, solo sulla base delle proprie sensazioni soggettive, si erano preoccupate. Se la preparazione professionale dovesse servire ad accecarci, ad ignorare quei segnali di pericolo che ci inducono in un giusto stato di allerta, allora questa diventa un pericolo essa stessa: chiudiamo allora tutti questi centri sismologici che monitorano giorno e notte la situazione, non servono a nulla.
Del resto, la Postiglione è smentita dal fatto stesso che, a soli cinque giorni dal terremoto, si è tenuta una riunione proprio per definire le conseguenze possibili dello sciame sismico. Da una tale riunione, si poteva uscire dandole un significato predittivo o non predittivo: se questa seconda ipotesi fosse stata ovvia, non avrebbe avuto senso riunirsi, sembra più che ovvio. Diciamo che in questa riunione si è commesso un errore terribile, scegliendo di ignorare il significato dello sciame sismico: che Bertolaso lo ammetta, chieda poi scusa a Giuliani, e noi lo perdoneremo.

giovedì 16 aprile 2009

I RIFLESSI CONDIZIONATI DEI BLOGGERS

Purtroppo, quello che tentavo di evitare, si è puntualmente verificato. Oggi, il problema all'ordine del giorno sulla maggior parte dei blogs che leggo non è più, come ieri, la gestione del terremoto, ma la censura a Vauro ed Annozero.
Possibile che abbiamo i riflessi condizionati, tanto da reagire esattamente come loro si aspettano che reagiamo? Un minimo di indipendenza intellettuale vogliamo tentare di mantenerla?
Io, fossi anche da solo, continuerò a chiedere a Bertolaso conto e ragione di perchè abbia del tutto ignorato il significato premonitore dello sciame sismico, non ritenendo di dovere adottare neanche misure di routine, quali la predisposizione dei punti di raccolta, del luogo da potere eventualmente utilizzare come tendopoli, da una puntuale informazione ai cittadini sui comportamenti da tenere in caso di scosse forti.
Dobbiamo insistere su questi punti, non contentarci finchè non otterremo risposte adeguate, fossero anche le dimissioni di Bertolaso.
Con lo spostare l'attenzione su quello che in definitiva è e rimane soltanto una trasmissione TV, confermiamo che dalla TV dipendiamo anche noi.
Il problema di un'equa gestione delle TV, soprattutto quelle pubbliche, rimane sicuramente un problema di primaria importanza, ma per favore non oscuriamo il problema principale, che rimane quello del terremoto, un evento che inevitabilmente assume una rilevanza politica enorme.

martedì 14 aprile 2009

L'IMPUTATO BERTOLASO

E dagli addosso a Santoro! Io, che non amo certo Santoro, che senza dubbio tende a fare il ducetto nel suo programma, vorrei però che da Fini in giù si rispetti la regola che ogni critica dev’essere circostanziata e adeguatamente motivata: senza queste condizioni preliminari minime, la critica diventa accusa gratuita e quindi tendenzialmente calunniosa.
Adesso, farò il “Santoro” della situazione e criticherò io sua eminenza Bertolaso l’intoccabile. Prima però mi tocca ricordare ai distratti che la protezione civile non è, come qualcuno potrebbe credere, un’organizzazione il cui scopo si esaurisca nell’affrontare le emergenze e le catastrofi: la protezione civile ha una funzione essenzialmente preventiva, deve garantire che la gestione del territorio sia adeguata a che le occasioni di emergenza siano minimizzate, e che i danni causati da eventuali inevitabili catastrofi siano minimi.
La protezione civile, che naturalmente vediamo all’opera solo in tali terribili evenienze, in realtà è un’organizzazione stabile che lavora, o dovrebbe lavorare con continuità. Per capire quindi se lavora bene, dovremmo verificare se il territorio del nostro paese non è esposto, per cause dipendenti dall’attività antropica, a situazioni di emergenza. Non voglio esprimere un giudizio complessivo, visto che non ho né la competenza, né dati sufficienti, ma sarebbe bene che qualcuno, magari come organismo collettivo, con competenze multidisciplinari, prima o poi lo facesse: organizzare contro-organismi con funzioni di controllo, tra l’altro sarebbe un compito specifico di qualunque opposizione seria. Registro soltanto che basta un evento precipitativi un po’ più consistente della media perché si verifichino frane e smottamenti di ogni tipo.
Qui invece, mi occuperò specificamente del terremoto de L’Aquila.
Prima domanda: c’erano motivi obiettivi per ritenere possibile o forse perfino probabile che si verificasse un sisma con danni così gravi? Mi pare di sì, e non credo che neanche il team de “Il Giornale” avrebbe il coraggio di contestarlo. La questione di Giuliani preferisco tenerla fuori, perché, indipendentemente dalle sue previsioni, uno sciame sismico che si protrae per un periodo così lungo costituisce già da sé un segnale che le autorità interessate non avrebbero dovuto ignorare. Su Giuliani, vorrei solo aggiungere che Bertolaso, se fosse una persona seria, non solo dovrebbe ritirare la denuncia, ma dovrebbe chiedere scusa. Qui, nessuna autorità scientifica può contestare che Giuliani è andato più vicino a quanto poi accaduto di quanto ci abbia azzeccato Bertolaso: questo è un fatto, il resto, anche moltissime chiacchere sui blogs, sono solo parole in libertà.
Dico che non aggiungo nulla di più su Giuliani, e quindi neanche che L’Aquila andasse evacuata: se non avevamo l’ora e il luogo esatto, non sono in grado di stabilire quali iniziative di questo tipo potessero essere intraprese.
Riassumendo, non accuso Bertolaso di non avere evacuato la città, questo che lo stabilisca chi ha maggiore competenza e conoscenza dei fatti di me.
Rimane però la questione che Santoro sollevava, e cioè del perché non siano state approntate quelle misure preliminari non così complesse come l’evacuazione, ma la semplice messa a punto degli spazi da destinare alle tendopoli, del perché alla popolazione non siano state date istruzioni su cosa fare in caso di una scossa più forte, insomma tutto ciò che avrebbe richiesto un impegno minimo, e avrebbe probabilmente salvato qualche vita in più. A queste obiezioni, che, essendo supportate da prove certe non possono essere contestate, si risponde dicendo che però le operazioni post, quelle per affrontare un’emergenza già in atto, sono state condotte benissimo: strano modo di dialogare, io parlo di A e tu mi rispondi parlando di B.
Se in questo nostro strano paese avessimo una classe dirigente che fosse in grado di parlare e di considerare i fatti per quelli che sono, invece di sfuggire, rifugiandosi su aspetti che più ci fanno comodo, allora sì che questa sarebbe una classe dirigente degna di questo nome.

venerdì 10 aprile 2009

NOI ITALIANI, MA CHE POPOLO SIAMO? (4)

Non rimane a questo punto che trarre alcune considerazioni conclusive.
Prima domanda; esiste una specificità italiana? Secondo me, sì, ed costituita da un fondo di anarchismo, mescolato con un certo localismo, che ha, devo precisare, anche i suoi aspetti positivi. Nel passato, infatti, questo localismo si è tramutato nella capacità di inventare e perfezionare una serie veramente varia e molteplice di attività artigianali. Si potrebbe dire che non esiste nessuna zona d’Italia che non abbia il suo personale corredo di prodotti artigianali, unici e irripetibili.
Seconda domanda: quali sono le nuove problematiche e i nuovi rischi della situazione contemporanea in Italia e nel mondo?
Da come l’ho formulato, avrete già dedotto che l’Italia si trova a fronteggiare nuovi pericoli, esattamente come altri paesi economicamente avanzati. Questi sono legati alla fiducia cieca nei meccanismi del mercato. Anche le evidenze che la cronaca quotidiana ci porta dei guasti sociali che il mercato causa, vengono sempre imputati a distorsioni del mercato. Come dice Kuhn a proposito delle scienze sperimentali, un modello non lo si abbandona alle prime evidenze sperimentali che ne manifestano gli aspetti negativi. Soltanto quando una nuova ideologia sarà approntata e in qualche misura introiettata, sarà possibile abbandonare l’ideologia corrente. Fino a quel momento, state certi che tutti, dai politici, agli studiosi, ai giornalisti, troveranno sempre una giustificazione per specifiche situazioni che pure evidenzierebbe senza ombra di dubbio la fallacia dell’ideologia del mercato.
E’ certamente un problema che riguarda l’intero globo, ma qui in Italia siamo più avanti. Nei sistemi politici di mercato (dico politici e non economici, perché lo trovo restrittivo, non rende la globalità del fenomeno), chiunque, fosse pure un imbecille o un criminale, se ha adeguati mezzi economici, può indurre agevolmente comportamenti collettivi. Da noi, tra anarchismo strisciante, localismo e aggiungerei cattolicesimo (sarai sempre perdonato), siamo ormai del tutto indifesi rispetto all’ultimo messaggio scaraventato sul mercato dell’informazione. Le famiglie già da un pezzo hanno quasi completamente abdicato al loro ruolo educativo. Le mamme sono troppo impegnate a seguire l’ultimo reality per potersi occupare dei figli e della loro educazione. In tanti casi, è perfino una fortuna, visto quello che sarebbero in grado di insegnare!!!
Purtroppo, anche la scuola sembra arretrare, scricchiolare, sottoposta all’azione accerchiante di alunni di tali genitori, di insegnanti sempre più demotivati e ignoranti, e infine delle istituzioni politiche che pensano soltanto a risparmiare sull’istruzione.
Il risultato è quello di un popolo sempre più maleducato, nella sostanza, di non rispettare il prossimo, ma perfino nella forma.
Altrove, nei paesi nordici, una cultura calvinista, uno spirito nazionale ben più fermo, in qualche modo offrono punti di resistenza al galoppante processo mondiale di omologazione verso il basso. I ceti dirigenti, anche loro, sono sottoposti a un processo di degrado, ma tuttora le competenze ed il merito valgono qualcosa: qui in Italia, sarei portato a dire che non contano già nulla, o quasi.
Se guardiamo al razzismo, anche questo fenomeno non è più legato al colore della pelle: un nero di successo, o anche semplicemente ricco, viene corteggiato, perfino ammirato.
Comprendiamolo bene questo razzismo del terzo millennio, è la discriminazione dei ricchi nei confronti dei poveri. Oggi, con l’imponente processo di migrazione verso i paesi più ricchi, innescato proprio da noi stessi tramite le immagini del nostro benessere diffuse in tutto il mondo, il razzismo sta già nella legislazione così restrittiva verso l’immigrazione. Forse non tutti tra voi sanno che, per chi ne ha pieno diritto, le questure possono anche starci più di un anno a rinnovare il permesso di soggiorno. In questo periodo, gli immigrati hanno soltanto la ricevuta della richiesta di rinnovo, certo sufficiente per potere continuare a vivere in Italia, ma che preclude loro la possibilità di recarsi all’estero, reclusi in Italia. Sapere che in Germania ci stanno giorni invece che mesi mi fa vergognare. Poiché però il razzismo “istituzionale” non è sufficiente, allora ecco la stampa compiacente dare addosso allo straniero, che ormai, quasi per definizione, è un ladro, un rapinatore, un potenziale omicida, e certamente uno stupratore. Si diffonde così un sentimento di rifiuto, che si può alimentare delle menzogne più bieche di condividere piccole e grandi fonti di benessere con loro: questo è il razzismo dell’oggi.
Nel mio libro, dico appunto che l’Italia, per la cultura mafiosa coltivata nel suo seno, e per gli altri fattori già elencati, rappresenta la triste avanguardia di un fenomeno che si andrà sempre più globalizzando, perché appare vincente. Invitiamo studiosi da tutto il mondo ad osservarci, noi italiani quali cavie, e prevedere tutte le terribili conseguenze che questi processi, apparentemente inarrestabili, provocheranno in tutto il mondo. (FINE)

mercoledì 8 aprile 2009

SCIENZIATI O AYATOLLAH?

Questa vicenda di Giuliani e Bertolaso riporta in primo piano il problema di cosa sia scienza, un problema che io sento molto per motivi professionali.
Il punto è: cosa esattamente qualifica un atteggiamento scientifico? Certamente la competenza, se io mi occupo di chimica, si suppone che io abbia competenza in materia. Ciò però non basta, perché uno studioso di letteratura, pur non essendo uno scienziato, è pur sempre un esperto, competente in questo caso di narrativa, diciamo, francese. Quindi, la competenza è certamente un requisito necessario, ma non ancora sufficiente. Vediamo se troviamo qualcosa di più specifico.
Per me, la specificità sta nel dubbio. Si dice, a ragione, che la scienza non ha nulla a che fare con la verità. Ciò che con questo si vuole significare non è certo che uno scienziato debba ritrarsi dall’esprimere opinioni, che anzi al contrario è augurabile che le esprima facendo tesoro delle sue competenze. Si intende piuttosto che uno scienziato è un uomo che coltiva il dubbio, che è sempre disponibile ad accettare di cambiare opinione, anche drasticamente se risulta necessario. Io non mi sento molto in sintonia con l’oncologo Veronesi, ma devo dargli atto che durante un’intervista alla TV ha detto una grande verità: finanziare la ricerca non serve soltanto a scoprire nuove cose, ma anche ad educare chi ci si dedica a un atteggiamento umile ed aperto. Sottoscrivo pienamente: a volte nel mio laboratorio, proprio quando un esperimento non va come previsto, lì si impara di più, si apprende la dura lezione che i fatti sono più importanti delle nostre personali opinioni. Ogni sconfitta nelle scienze è in realtà una sfida, una vittoria nei confronti della passività mentale.
Se ntire Bertolaso che afferma senza adombrare dubbio alcuno che i terremoti non possono essere previsti, e anche leggerlo andando per blogs, fa capire come questi sedicenti scienziati, non sappiano neanche cosa sia un atteggiamento scientifico. Molta più cautela è richiesta allo scienziato, che dovrebbe esprimersi in maniera differente. Ad esempio, sarebbe appropriato che dicesse:
“allo stato della sperimentazione e delle nostre conoscenze, il metodo che utilizza la misura della radioattività del radon non appare sufficientemente affidabile, né sufficientemente accurato nel fornire la data e il luogo esatto in cui avverrano gli eventi sismici.”
Penso che tutti possano apprezzare la differenza. Non si chiede a nessuno di abbracciare l’ultima teoria appena sfornata, lo scienziato anzi deve resistere fino alla fine, lo scienziato è uno scettico per atteggiamento professionale, ma, per lo stesso atteggiamento scettico, non deve neanche innamorarsi delle sue opinioni, non deve mai affermarle come verità, e come tali imperiture: deve sempre lasciarsi una porta aperta a nuove teorie.
In caso contrario, semplicemente non è uno scienziato, e questi figuri che pontificano come ayatollah anche sul web, ve l’assicuro, non sono per niente scienziati.

SCHIAVI O LIBERI: LA GRANDE TRUFFA MONETARIA

SCHIAVI O LIBERI: LA GRANDE TRUFFA MONETARIA

martedì 7 aprile 2009

SESSISMO E ILLUMINISMO

Dibattiti su blogs altrui, innescati da donne su argomenti sessisti, mi sollecitano ad affrontare l’argomento in modo più organico, interrompendo la serie di interventi sugli italiani: lo riprenderò presto!
Nel mio libro, io critico un po’ tutto il pensiero occidentale. Uno degli aspetti più importanti è legato all’atteggiamento dell’umanità verso la realtà che la circonda. A partire dal Vecchio Testamento, in particolare dall’affermazione fatta nella Genesi che l’uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio, c’è questo atteggiamento di cieca fiducia nella facoltà dell’uomo di trasformare la realtà attorno a sé, e inoltre di farlo in accordo a un disegno divino. L’Illuminismo accentua ulteriormente questo aspetto. Parla di un uomo come essere razionale e libero, che una contingenza storica ha ingabbiato in false credenze. Una volta che l’uomo abbia acquisito la consapevolezza dei propri mezzi, la sorte dell’umanità sarebbe lineare e luminosa. La storia, credo, dimostri ampiamente come le cose siano andate diversamente, se ancora oggi, tanto per fare un esempio, ci lamentiamo del gran numero di voti che finiscono a Berlusconi. Eppure, ancora nel secolo passato, c’era un filosofo che caratterizzava lo specifico dell’uomo rispetto alle altre creature viventi, come il fatto di non avere limiti, dimostrando quanto ancora agisca nel pensiero l’onda lunga dell’illuminismo e delle religioni monoteistiche.
Ciò che io sostengo è che l’uomo è essenzialmente un essere emozionale, e che la razionalità, pur ovviamente essere una facoltà alla portata dell’uomo, va educata e non cresce spontaneamente.
Nel contesto della presente discussione, quello che vorrei sostenere, a partire dalle considerazioni precedenti, è che l’uomo dovrebbe affrontare la natura e tutta la realtà che lo circonda con un atteggiamento di maggiore umiltà.
Anche l’argomento che riguarda i rapporti tra i sessi dovrebbe tenere conto di questo punto di vista.
Vi dirò francamente che le polemiche sessiste, sollevate, direi esclusivamente da donne, mi stufano abbastanza. Il mio punto di vista è che nell’uomo c’è un aspetto naturale e uno culturale. Discutere dell’aspetto naturale, mi pare una sciocchezza, una inutile perdita di tempo e di risorse. Nessuno discuterebbe sull’alternarsi del giorno e della notte. Il DNA ci fa in un certo modo: potrà piacerci o no, ma non cambia certo questa realtà. L’unica cosa di cui si può discutere è solo dell’aspetto culturale, che nel corso del tempo ha modificato profondamente il rapporto uomo-donna.
Invece le donne innescano una discussione che ignora qualsivoglia dato naturale: è come se volessero prendere il maschio e farne quello che credono loro, senza considerare il dato di partenza. Questo modo di fare femminismo ha molta affinità con un atteggiamento illuminista, che ipotizza la possibilità della persona umana di variare il suo modo di essere a piacimento ignorando il dato genetico di partenza. Come dico nel mio libro, non si può elaborare nessuna visione del mondo, se non a partire da una visione della natura dell’uomo, di come siamo fatti, di quella che chiamo un’antropologia.
Ebbene, il femminismo non ha mai elaborato una sua antropologia, e questo perché sposa implicitamente l’antropologia illuminista: siamo come Dio, esseri razionali, liberi e senza limiti prefissati, e allora se il maschio così come il suo DNA lo fa non ci piace, lo cambiamo e lo facciamo diventare come noi lo vogliamo, similmente a come si potrebbe fare con un oggetto tecnologico. Questa differente antropologia che sta portando l’umanità alla sua distruzione e probabilmente estinzione è ciò che mi separa in maniera irreversibile da questo modo di vedere il rapporto uomo-donna.
Aggiungerò che in genere leggo un astio, un risentimento personale di alcune donne verso i maschi, che in taluni casi mi fa leggere queste polemiche sessiste come una pura e semplice manifestazione di una storia personale di frustrazioni. Probabilmente, lo scrivere le cose peggiori del maschio, e trovando magari nei commenti la solidarietà che altre donne non fanno mancare, anche aggiungerei quando la pensano diversamente, ma il galateo lo impone, le fa sentire meglio: facciano pure, ma nego che un tale sfogo possa avere una sua valenza teorica.

domenica 5 aprile 2009

NOI ITALIANI, MA CHE POPOLO SIAMO? (3)

Dunque, un popolo senza sufficiente spirito nazionale, tendenzialmente indisciplinato, senza più un collante ideologico che possa indirizzare le energie individuali verso obiettivi collettivi, si trova sempre più esposto a mass media sempre più globalizzati. Globalizzati significa l’avanzare del mono-pensiero. Questo mono-pensiero non è la decisione consapevole di un potente e malvagio gruppo di potere, è piuttosto il prodotto casuale di un meccanismo di mercato, per cui i contenuti più rozzi e semplificati, tali da attirare l’attenzione del pubblico meno qualificato, possono essere comunicati a una platea enorme di persone, soltanto in virtù della potenza economica di chi la detiene. E’ così che avanza il potere berlusconiano, in presenza di una sinistra sempre più divisa, impegnata a farsi gli sgambetti al proprio interno, tutta presa da una visione tattica della politica e incapace anche sul piano tattico di fare le scelte giuste. Da una parte quindi berlusconi, che indovina due mosse fondamentali, lo sdoganamento dell’estrema destra e l’alleanza con la lega, che ha richiesto più tempo per avere successo, dall’altra potremmo dire D’Alema. Questi, l’uomo più intelligente sulla terra, come credibilmente si considera, è il prototipo del nuovo politico di sinistra. Prima e fondamentale caratteristica è il suo vuoto ideale, incapace di sognare un mondo minimamente diverso da quello in cui vive, è perciò del tutto alieno dal pensare a una strategia. Una strategia presuppone un obiettivo, ma che obiettivo avrà mai D’Alema se non quello di coltivare il proprio potere? Tutto in D’Alema è tattica, ma ciò che sorprende, a vederlo sempre lì, come uno dei politici più influenti, è che non ne ha azzeccato una sola di tattica nella sua vita. In qualsiasi altro paese, starebbe a prendersi il sole sulla sua imbarcazione, in Italia ce lo troviamo invece intervistato, al vertice di un’Associazione culturale (sigh!), sempre fondamentale all’interno degli equilibri del PD. Tra le scelte errate si può elencare l’aver sottovalutato Berlusconi, rilanciandolo con la bicamerale e graziandolo sul conflitto d’interesse. Altro errore clamoroso avere ispirato la scissione dell’estrema sinistra per prendere il posto di Prodi al governo. D’Alema è stato anche quello che ha sempre detto di essere per il bipolarismo e non per il bipartitismo. Risultato: nella precedente legislatura Prodi si è trovato al fianco una dozzina di sigle, ognuna molto più interessata alla sorte del proprio raggruppamento politico che al governo del paese. Mi chiedo: ma questo uomo così intelligente come può, anche su una base puramente statistica, non averne indovinata neanche una tra tutte le scelte tattiche che ha operato?
Per quanto riguarda invece l’attuale maggioranza politica, non c’è alcun dubbio che essa si caratterizzi per un chiaro spirito antidemocratico, interpretando tutte le istituzioni dell’ordinamento statale come un inutile disturbo all’esercizio del proprio potere. E’ tendenzialmente razzista, nel suo volersi isolare dalla parte più povera dell’umanità. E’ anche incompetente, con una serie di mezze calzette divenute per miracolo ministri, ha fatto approvare una legge elettorale che invece di eleggere, nomina i parlamentari, con la non insignificante conseguenza di una selezione verso le persone più servili. Ora, abbiamo perfino le ronde con la camicia verde, invece che nera: mi pare un bel progresso nella storia di questa povera nazione.
Queste politiche hanno potuto trovare attuazione per la dabbenaggine di un intero gruppo dirigente dell’attuale opposizione, che metaforicamente si potrebbe dire, ha vinto il primo premio di una lotteria (ereditare l’organizzazione del PCI), e poi si è perso il biglietto, perché di quell’organizzazione non sapeva cosa farsene, che prospettiva politica strategica darsi. (continua).

NOI ITALIANI, MA CHE POPOLO SIAMO? (2)

Quindi, dal 1948, si hanno due separate esperienze di costruzione di uno spirito nazionale, uno con la via italiana al socialismo del PCI, che appunto rivendicava una sua specificità nazionale, e l’altra con la originale esperienza di un partito dichiaratamente cattolico, ma con una sua preziosa capacità di distinguersi dalla chiesa in quanto tale: anche questa esperienza aveva un suo profilo nazionale specifico.
Già dall’inizio dell’esperienza della perestroika, le chiese cominciano a dissolversi. Il nuovo ruolo protagonista del PSI costringe la politica a divenire sempre più vorace, con dirigenti periferici del PSI che non nascondono la necessità della corruzione come modo di finanziare la politica. Viene così l’era di mani pulite, con DC e PSI messi alla gogna da un’opinione pubblica raccolta attorno ai magistrati di Milano e di altre sedi. Il PCI, però, arriva a questo appuntamento nella maniera peggiore possibile, con la famosa svolta della Bolognina, in cui appunto si decide di cambiare nome al partito, trasformandolo da un partito comunista in un niente. La mia opinione è che quando un grande partito, portatore di una storia significativa si mette in crisi, l’unica conclusione accettabile è quella di sciogliersi. Soltanto successivamente, sulla base della costruzione di un differente quadro ideale, è possibile costruire un nuovo partito. Trasformarsi, significa soltanto volere contabilizzare un’organizzazione esistente, utilizzandola per una propria preservazione come quadro politico dirigente, ed è quello che nel caso del PCI mi pare sia successo.
Così, il vuoto di potere dovuto alla caduta del PSI e della DC aumenta, perché anche l’area PCI, seppure formalmente presente, è nei fatti assente nei termini di una propria capacità propositiva. E’ in questo quadro che avanza la proposta politica di Berlusconi: il resto è ormai cronaca dei nostri giorni. Potremmo dire che da 15 anni a questa parte, c’è solo l’evoluzione di premesse tutte poste in quegli anni, inclusa la brusca chiusura dell’esperienza di mani pulite per esplicita iniziativa dell’ex PCI (PDS), e quindi di una fase storica dell’Italia che non esito a definire rivoluzionaria. Si poteva giungere in quegli anni a una Italia come da sinistra si è sempre sognata, ma si è invece usciti da quegli anni con un’altra Italia, ma perfino peggiore di quella precedente. Ci sono responsabilità storiche che non possono essere ignorate.

sabato 4 aprile 2009

NOI ITALIANI, MA CHE POPOLO SIAMO? (1)

Intanto, esiste il popolo italiano? Dal punto di vista soggettivo, il problema dell’Italia di farsi nazione ce la portiamo dietro dal 1861, troppi localismi e troppo poca storia comune. Non dico niente di nuovo ricordando come perfino la lingua italiana si trovi affiancata da idiomi locali, di cui almeno tre vengono considerati delle vere e proprie lingue autonome: siciliano, sardo e veneto. Si potrebbe anche ricordare come solo in tre regioni, Toscana, Lazio ed Umbria, si pronuncino correttamente le vocali, mentre al meridione si pronunciano tutte aperte e al settentrione tutte chiuse. Un tempo, c’era il cattolicesimo a fare da collante, dal Veneto alla Sicilia, ma anche su questo si potrebbe discutere visto che il cattolicesimo in Sicilia è molto prossimo al paganesimo. Alla fine, sembra proprio che l’unità nazionale si poggi sulla squadra di calcio!
E’ strano che questa questione dell’incapacità di questo popolo a farsi nazione venga sottovalutata, direi completamente ignorata quando si parla di italiani, quasi fosse una cosa che si possa trascurare. Quando noi pensiamo a nazione, siamo portati subito a pensare al nazionalismo, ma in realtà le cose sono un po’ più complicate. Credere di far parte di una comunità con cui condividiamo un ordinamento statale, è parte essenziale di un’assunzione di responsabilità. L’italiano semplicemente non ha ancora fatto suo il principio della cessione di alcune delle proprie prerogative “naturali” a un’entità collettiva detta stato. E’ da qui secondo me che bisogna partire per capire che popolo siamo.
Intanto, dobbiamo capire che uno degli effetti paradossali che porta il nostro non essere nazione è quello di facilitare la crescita di micro-, mini-, midi-comunità: se non mi sento parte di una nazione, allora, per superare l’angoscia della solitudine, vorrò essere parte almeno di una comunità più piccola.
La storia di questa nazione è stata fatta in parte rilevante dal 1943 al 1948. L’esperienza storica del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), con i sacrifici partigiani, ha costituito una tragedia attraverso cui si è costruita una solidarietà, una delle condizioni fondamentali per costituire una vera comunità. La Costituzione rappresenta appunto una testimonianza decisiva di questo tentativo di fare dell’Italia una nazione, e questo ne incrementa il suo significato simbolico. Del resto, tutte le nazioni “serie” nascono al centro di grandi tragedie collettive. Sicuramente, i casi più emblematici sono la Francia, che è stata rifondata dalla rivoluzione dell’89, e gli USA, nati dalla dichiarazione d’indipendenza dall’Inghilterra, e anch’essa rifondata nella guerra civile nell’ottocento.
Con la scelta della DC, dettata da motivazioni di politica internazionale, di rompere l’alleanza con i partiti di ispirazione marxista, l’unità che si era creata rischia di spezzarsi. Avviene così la costituzione delle due chiese, quella attorno al papa Pacelli, e quella attorno alla figura di Stalin. Il risultato fu così lo spezzarsi in due dell’Italia, ma non sulla base della collocazione geografica, ma in base alle opinioni.
Riassumendo, l’italiano è tendenzialmente anarchico, non perché ha interiorizzato le regole, perché si autodisciplina, no, soltanto perchè non rispetta le regole. Per una quarantina d’anni, le ideologie hanno supplito allo spirito nazionale, carente, nel fornire un collante sociale. Collassato l’impero sovietico, si è aperta un’ulteriore fase, in cui mi pare siamo tuttora immersi (continua…).